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Se la pagella diventa un’offesa personale

Perché ogni insufficienza di un adolescente viene vissuta dai genitori come un attentato alla propria reputazione sociale?

Se la pagella diventa un’offesa personale

Siamo nel pieno della stagione delle pagelle. Nelle case, tra un caffè e la fretta di uscire, il documento scolastico è tornato a essere il centro di un tribunale domestico. Ma c’è un’anomalia: il rito della valutazione non passa più per le mani sudate di un ragazzo che nasconde il foglio dietro la schiena. Oggi la sentenza arriva con una notifica push: un "clic" sul registro elettronico e il destino scolastico è servito in tempo reale, tra medie ponderate e grafici a torta. Eppure, nonostante la freddezza asettica del digitale, la dimensione psicologica  immediata si mette in moto, la reazione delle soggettività coinvolte e travolte da  sentimenti e pulsioni tipicamente umane, si accende e scatena incendi, con una  immediatezza "istintuale". Non appena quel numero appare sullo schermo, scatta un riflesso condizionato che ha trasformato le famiglie in agguerriti studi legali: il genitore non è più l'alleato dell'insegnante, ma l'avvocato difensore d'ufficio di un figlio che resta a guardare nell'ombra, spettatore passivo della propria vita.
Perché siamo diventati così ferocemente protettivi? Perché ogni insufficienza di un adolescente viene vissuta dai genitori come un’offesa personale, un attentato alla propria reputazione sociale? La verità è scomoda: abbiamo smesso di guardare ai nostri figli come individui autonomi e abbiamo iniziato a usarli come specchi del nostro narcisismo. Il figlio non è più una persona altra da sé da guidare verso l'autonomia, ma un’estensione del nostro successo. Se mio figlio prende quattro, non è lui ad aver lacune: sono io che ho fallito come manager della sua crescita. E allora, per salvare l'ego, bisogna distruggere il professore.
L’antagonismo verso la scuola è diventato il nuovo sport nazionale. Li accusiamo di non capire, di essere parziali, di non saper motivare. Ma la realtà è che siamo noi a non saper più educare, avendo confuso l'amore con l'anestesia. Pensiamo che voler bene a un ragazzo significhi spianargli la strada, rimuovere ogni sasso, giustificare ogni pigrizia e silenziare ogni critica. Risultato? Stiamo crescendo una generazione di cristallo: splendida a vedersi, ma pronta ad andare in frantumi al primo soffio di vento della vita reale.
A forza di fare gli scudi umani, abbiamo rubato ai ragazzi il diritto più importante: quello di fallire. Un giovane che non incontra mai il limite, che non prova il bruciore di una sconfitta o il peso di una responsabilità, è un giovane a cui stiamo togliendo l’ossigeno del desiderio. Perché dovrebbe impegnarsi, se sa che ci sarà sempre un genitore pronto a contestare il metodo o a mandare una mail di fuoco al coordinatore di classe?
Dovremmo avere il coraggio di posare lo smartphone e smettere di monitorare ogni singola variazione decimale della media scolastica. La pedagogia non è protezione, è sfida. Un insegnante che mette un brutto voto sta spesso compiendo un atto d'amore educativo più grande del genitore che lo contesta: sta dicendo al ragazzo che lui "vale" abbastanza da poter fare di meglio. Sta trattando lo studente come un adulto in divenire e non come una fragile porcellana da esposizione.
In questi giorni di scrutini, torniamo a guardare i nostri figli negli occhi invece di fissare un monitor. La vera promozione non è quella che strappiamo al professore con la forza o con la minaccia, ma quella che un ragazzo conquista da solo, imparando a rialzarsi dopo una caduta senza che ci sia un adulto pronto a dare la colpa al pavimento. Finché continueremo a fare gli avvocati invece degli educatori, non staremo proteggendo il loro futuro: staremo solo nutrendo il nostro vuoto, lasciandoli nudi davanti a una vita che, purtroppo per loro, non ha un tasto "aggiorna" per cancellare i fallimenti.

* Pedagogista

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