Cerca

L'opinione

La sinistra italiana nel paradosso del Sì per la riforma della giustizia

Il Partito Repubblicano ha da tempi non sospetti promosso una riforma della carriera dei magistrati che aderisse al dettato Costituzionale così come riformato

La sinistra italiana nel paradosso del Sì per la riforma della giustizia

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

L’intervento del Presidente Mattarella al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura evidenzia, laddove fosse sfuggito ai più, la mediocrità della politica nell’attuale dibattito referendario.

Le circostanze politiche in cui la Presidenza della Repubblica ha ravvisato la necessità di valicare le porte di Palazzo dei Marescialli hanno storicamente e sempre rappresentato momenti di forte tensione tra i poteri dello stato in violento scontro dialettico con la Magistratura e la sua più alta istituzione il CSM.

Toccò all’illustre ed amato Presidente Pertini inaugurare il dibattito con gli organi della Magistratura.

Sandro Pertini, Presidente della Repubblica dal 1978 al 1985 e quindi Presidente del CSM ex officio, arrivò vicino a considerare lo scioglimento del Consiglio Superiore della Magistratura durante lo scandalo dei "cappuccini" nel 1983.

Il caso riguardava un'indagine su presunte tangenti legate a forniture di caffè ("cappuccini") a carceri e istituzioni, che coinvolgeva alcuni magistrati di alto livello.

Craxi, allora capo del Governo, tramite il Ministro di Grazia e Giustizia, richiese la sospensione cautelare di questi magistrati al Presidente della Repubblica, mirando a paralizzare le attività del CSM bloccandone i lavori.

In quella delicatissima circostanza, atteso il vulnus istituzionale che ne sarebbe derivato, Pertini rifiutò la richiesta governativa, intervenendo personalmente per invitare il CSM a proseguire le indagini interne e disciplinari, evitando la paralisi dell'organo costituzionale.

Sebbene fosse stato sollecitato da più parti a sciogliere il CSM per gravi irregolarità, optò per non attivare il provvedimento, privilegiando l'autonomia della magistratura sollecitandola ad adottare i necessari provvedimenti in autodichia.

Fu poi la volta dello scontro tra Francesco Cossiga (Presidente della Repubblica 1985-1992 e quindi del CSM) e il Consiglio Superiore della Magistratura

In quella dialettica puramente di scontro istituzionale tra Magistratura e Presidenza della Repubblica, primeggiarono le dispute sul controllo dell'agenda e sulle competenze dell'organo, con Cossiga che vedeva il CSM travalicare i propri poteri e le proprie competenze che miravano ad interferire nelle legittime attività degli altri poteri dello Stato senza averne i reltivi poteri costituzionali.

Cossiga inviò una lettera il 5 dicembre 1985 vietando al CSM di discutere le critiche del Premier Bettino Craxi ai magistrati per le indagini sull'omicidio Tobagi e condanne per diffamazione; ritenne l'intervento estraneo alle funzioni costituzionali del CSM.

Ancora nel 1990 Cossiga censurò il CSM per discutere di incompatibilità tra magistratura e massoneria (lettera al vicepresidente Mirabelli) e per ritardi contro la mafia, ammonendo su temi come la vicenda legata all'ex sindaco di Palermo (caso Di Maggio).

Lo scontro istituzionale con la Presidenza della Repubblica culminò il 13 maggio 1991 giorno in cui revocò la delega al vicepresidente Galloni per commenti negativi e nel novembre mise all'ordine del giorno discussioni su riforme del Ministro della Giustizia senza consultarlo, dichiarandole illegittime e minacciando l'intervento dei carabinieri in assetto antisommossa a Palazzo dei Marescialli per fermare la seduta che saggiamente fu tenuta.

Lo scontro portò a richieste di impeachment contro Cossiga (dicembre 1991) e dimissioni di alcuni consiglieri togati, segnando il picco di tensione tra Quirinale e CSM.

Nel mentre di questi feroci scontri, il giurista Giuliano Vassalli propose la legge 13 aprile 1988, n. 117 che ha introdotto un regime di responsabilità civile indiretta per i magistrati italiani, applicabile a tutti gli appartenenti alle magistrature ordinaria, amministrativa, contabile, militare e speciali.

La normativa trovava applicazione ai danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie, con responsabilità dello Stato verso il danneggiato per colpa grave del magistrato (es. diniego di giustizia, violazione manifesta della legge o travisamento di fatti/prove); e prevedeva anche un'azione disciplinare obbligatoria contro il magistrato.

Tuttavia, per evidenti resistenze la stessa non trovava applicazione contemplando un filtro di ammissibilità del procedimento nei confronti dei togati.

Ma ncorché sia stata modificata dalla legge n. 18/2015, che ha eliminato il filtro di ammissibilità delle domande, ampliato i casi di responsabilità e adeguato la norma ai principi UE a tutt’oggi non si hanno riscontri pratici dell’applicazione della norma vigente restando il Magistrato giudice di se stesso.

La più incisiva attività a richiedere riforme urgenti per il CSM fu la Presidenza di Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica dal 2006 al 2015, il quale propose riforme al CSM per contrastare il correntismo, i ritardi nelle nomine e l'eccessiva politicizzazione dell'organo, enfatizzando obiettività e imparzialità nelle sue funzioni.

Certamente non si può paventare l’illustre Presidente sottoposto ad influenze pseudo massoniche e criminali.

Nel discorso al CSM del 9 giugno 2009, Napolitano criticò le logiche correntizie che condizionavano scelte su nomine e procedimenti disciplinari, chiedendo un impegno per superare queste "degenerazioni" e garantire terzietà, senza che rappresentassero la magistratura nel suo insieme.

Ed oggi nel suo secondo mandato il presidente Mattarella, inascoltati i moniti ripetuti nel 2019 e 2026 sul correntismo si vede costretto ad intervenire personalmente nella seduta del CSM in quanto anche i recenti episodi rivelano un CSM unico, ostaggio di correnti, incapace di autogovernarsi senza interventi presidenziali.

Ci sembra opportuno necessario e soprattutto per un dovere di verità storica oltreché di onestà intellettuale ricordare che il Partito Repubblicano ha da tempi non sospetti promosso una riforma della carriera dei magistrati che aderisse al dettato Costituzionale così come riformato.

Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini furono due protagonisti laici che, in tempi diversi, sostennero un’idea di riforma della giustizia fondata su equilibrio tra poteri e responsabilità della magistratura.

Ugo La Malfa fu antesignano e tra i primi leader politici italiani a sostenere, già negli anni ’60 - ’70, la separazione tra magistratura requirente e giudicante, vista come condizione per garantire imparzialità del giudice e limitare derive “militanti” del pubblico ministero che sin da allora si palesavano nella vita politica del Paese.

Nella tradizione repubblicana laico-riformista, concepiva la riforma della giustizia come parte di un più ampio disegno di Stato di diritto liberale: piena indipendenza della magistratura, ma anche chiari contrappesi istituzionali e responsabilità per abusi, con sfiducia verso ogni forma di “ordine chiuso” non controllato democraticamente.

Giovanni Spadolini, anche nella Sua veste di Presidente del Consiglio, inserì nel suo famoso “decalogo” di riforme istituzionali una legge sulla responsabilità disciplinare e civile dei magistrati e una “riforma dell’inquirente”, cioè del pubblico ministero.

Nel suo programma emergeva l’idea che l’autonomia della magistratura dovesse accompagnarsi a strumenti più efficaci di responsabilità e a una razionalizzazione del ruolo del PM, per evitare confusioni tra funzione requirente, giudicante e politica, anticipando temi oggi al centro del dibattito su separazione delle carriere e Alta Corte disciplinare.

La politicizzazione del CSM e il peso delle correnti, specie dopo gli scandali esplosi nel 2019, (caso Palamara) hanno alimentato la percezione che decisioni su nomine, incarichi direttivi e trasferimenti possano essere influenzate da logiche di appartenenza e scambio, più che da criteri meritocratici e di servizio alla collettività.

La riforma, figlia di un trentennale dibattito e sottoposta oggi a referendum interviene difatti, sulla magistratura ordinaria, introducendo tre pilastri: separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, istituzione di due Consigli superiori distinti, una nuova disciplina dell’alta giurisdizione disciplinare.

La separazione delle carriere mira a rendere più netta, anche nella percezione dei cittadini, la terzietà del giudice rispetto al pubblico ministero, superando l’attuale modello “unitario” della magistratura in cui passaggi di funzione sono possibili nel corso della carriera.

La previsione di due CSM, uno per i giudicanti e uno per i requirenti, si impone in ragione delle vigenti disposizioni della Costituzione Italiana art. 111 e 112  e riflette la distinzione funzionale puntando ad un autogoverno più coerente con i diversi ruoli, incidendo su nomine, trasferimenti e valutazioni professionali secondo competenze separate e non confondibili.

Il Sì, in questo quadro, non intacca l’indipendenza esterna della magistratura sancita dalla Costituzione, ma ridefinisce l’assetto interno per ridurre opacità, commistioni e conflitti di ruolo che, nel tempo, hanno alimentato la percezione di una “giustizia corporativa” e talora autoreferenziale, che abbandonando talvolta la propria natura ha dato una forte impressione di volersi ingerire laddove non sostituire al potere esecutivo e persino a quello parlamentare, sede di esercizio unico della sovranità popolare.

Dopo ben 26 anni di confronto politico e dibattito parlamentare dalla legge di riforma Costituzionale n. 2 del 23 Novembre 1999 non sarebbe né giustificabile né scusabile un ulteriore insabbiamento della agognata riforma.

L’Italia ha bisogno di un sistema giudiziario libero da pregiudizi e da preconcetti e settarismi, non solo nei confronti dei cittadini ma soprattutto nei confronti ed a tutela delle stesse istituzioni democratiche e della distinzione dei Poteri dello Stato, e quindi di una Magistratura che non sia serva di ideologie né di poteri politici transeunti.

Mentre infatti l’art. 111 dispone dei compiti del Magistrato Giudicante al successivo e diverso art.112 è riservato il ruolo del Pubblico Ministero; implicando quindi già nella articolazione separata delle vigenti disposizioni, la conseguente separazione di ruoli e della gestione delle funzioni.

In altri termini il referendum non fa altro che dare attuazione ad una divisione che di fatto è già esistente e prevista dalla Carta Costituzionale attuale.

Il PRI storicamente orientato per la necessità di questa riforma Costituzionale non può non censurare quella parte politica che pur dichiarandosi riformista e progressista, gettando nell’oblio le tesi dei propri Padri Nobili, oggi per bassa polemica politica priva di ogni valenza giuridica si dichiara ottusamente per il NO alla riforma.

Il dovere del PRI di rivendicare le ragioni del Sì permane pertanto ancor più forte e convinto nella difesa di quanti, per il loro prestigio Istituzionale e politico hanno lavorato per il raggiungimento di questo risultato di civiltà giuridica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Il Roma

Caratteri rimanenti: 400

Logo Federazione Italiana Liberi Editori