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la riflessione
20 Febbraio 2026 - 11:17
Sull’adozione si parla spesso, ma quasi sempre in modo incompleto. Si racconta la storia che consola: l’amore che arriva, la famiglia che si allarga, il bambino che “finalmente trova casa”. Tutto vero, ma non è tutto. E ciò che non sappiamo o che facciamo finta di non sapere, è spesso la parte più importante. Adottare non significa solo accogliere un bambino. Significa accogliere una storia che non conosciamo, un passato che non possiamo cambiare, ferite che non sempre si vedono e che non sempre chiedono di essere guarite in fretta. Il mito del “basta l’amore”. C’è un’idea diffusa, rassicurante e profondamente sbagliata: che l’amore, da solo, basti.
Sappiamo che l’amore è necessario, ma non sufficiente. Un bambino adottato non arriva “vuoto”, pronto a ricominciare. Arriva pieno: di assenze, di separazioni, di memorie corporee, di attese tradite. Alcuni bambini non sanno ancora fidarsi. Altri mettono alla prova l’amore che ricevono, perché nella loro esperienza ciò che arriva, spesso se ne va. Non è ingratitudine. È difesa. Ogni adozione porta con sé una domanda silenziosa: “Chi ero prima di arrivare qui?” Il tema dell’identità è centrale. Un bambino adottato deve tenere insieme due storie: quella che lo ha generato e quella che lo accoglie. Negare una delle due non protegge: confonde. Dire “sei nostro, il passato non conta” può sembrare amore, ma rischia di essere una cancellazione. Educare, in questo caso, significa dare spazio alle domande, anche quando fanno male.
Significa tollerare il fatto che un figlio possa sentire nostalgia per qualcosa che non conosce, o rabbia per qualcosa che ha perso. La scuola, spesso è impreparata. Non sempre gli insegnanti sono formati per comprendere i comportamenti dei bambini adottati. Difficoltà di concentrazione, regressioni emotive, scatti di rabbia vengono spesso letti come “problemi educativi”, quando in realtà sono risposte emotive complesse. Serve una pedagogia dell’adozione che entri nelle aule, che formi docenti, che insegni a leggere i segnali senza giudicare. Anche i genitori adottivi hanno diritto alla fatica. Si dà per scontato che debbano essere sempre grati, felici, forti. Ma adottare è anche faticoso, a volte frustrante, a volte solitario. Riconoscere questa fatica non significa sminuire l’adozione.
Al contrario: significa renderla più vera. Chiedere aiuto non è un fallimento educativo. È un atto di responsabilità. Si deve parlare di adozione senza retorica, forse è arrivato il tempo di cambiare sguardo. Di parlare di adozione non come una favola a lieto fine, ma come un percorso umano complesso, fatto di amore, sì, ma anche di attesa, ascolto, inciampi, riparazioni. Un bambino adottato non chiede genitori perfetti. Chiede adulti capaci di restare, anche quando è difficile. Chiede qualcuno che sappia dire: “Non so tutto di te, ma voglio imparare.” E forse è proprio questo che non sappiamo abbastanza: che adottare significa, prima di tutto, accettare di non sapere, e avere il coraggio di camminare comunque insieme.
*Pedagogista clinico, giuridico e famigliare
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