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La trappola della stabilità e la polemica del 1981

Nel dibattito europeo degli ultimi decenni, l’inflazione è stata trattata quasi esclusivamente come un nemico da sconfiggere

La trappola della stabilità e la polemica del 1981

La sede della Banca d'Italia

Nel dibattito europeo degli ultimi decenni, l’inflazione è stata trattata quasi esclusivamente come un nemico da sconfiggere. La cultura monetaria dominante, prima nazionale e poi della Banca Centrale Europea, ha elevato la stabilità dei prezzi a obiettivo quasi esclusivo, trasformando di fatto l’inflazione prossima allo zero in un parametro di virtù economica.

Eppure, per un paese ad alto debito come l’Italia, questa ortodossia ha avuto costi non trascurabili. Una moderata inflazione, se stabile e prevedibile, non è necessariamente un fallimento della politica economica: può essere, al contrario, uno strumento fisiologico di gestione del debito pubblico.

La ragione è nota alla teoria macroeconomica ma spesso rimossa dal dibattito politico. Il debito pubblico è in larga misura nominale; quando l’inflazione è positiva e la crescita nominale supera il costo medio del debito, il rapporto debito/PIL tende naturalmente a ridursi. In termini semplificati, la dinamica del debito dipende dal differenziale tra tasso d’interesse reale e crescita: più l’inflazione comprime il tasso reale, più l’aggiustamento diventa sostenibile.

Per un paese con un debito molto elevato come l’Italia anche variazioni moderate dell’inflazione producono effetti macroeconomici significativi. Non si tratta di invocare inflazione alta o instabile, storicamente associata a distorsioni e perdita di credibilità, ma di riconoscere che un’inflazione troppo bassa può irrigidire il processo di riduzione del debito, scaricando l’intero onere sull’avanzo primario e quindi sulla pressione fiscale o sul taglio della spesa. L’esperienza italiana del secondo dopoguerra offre un promemoria utile.

Negli anni Settanta e in parte degli Ottanta, l’Italia conviveva con un debito pubblico crescente ma sostenibile in un contesto di crescita nominale robusta e inflazione relativamente elevata. I tassi reali, in diversi periodi, risultavano contenuti o persino negativi, rendendo più gestibile il servizio del debito.

Ciò non significa idealizzare quel periodo, pur segnato anche da instabilità e inefficienze, ma ricordare che la sostenibilità del debito non dipende solo dal suo livello nominale, bensì dal contesto macrofinanziario complessivo. È in questo quadro che va riletta la storica controversia politica tra Rino Formica e Beniamino Andreatta sul cosiddetto “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981.

Con quella decisione sostenuta da Andreatta e attuata con Carlo Azeglio Ciampi venne meno l’obbligo per la Banca d’Italia di acquistare i titoli di Stato invenduti alle aste, inaugurando una stagione di maggiore disciplina di mercato. Andreatta perseguiva un obiettivo comprensibile e in larga parte condivisibile: ridurre l’inflazione, rafforzare la credibilità finanziaria del paese e avvicinare l’Italia agli standard europei.

Sotto questo profilo, la svolta contribuì effettivamente alla disinflazione e alla modernizzazione del quadro monetario. Formica, tuttavia, colse un rischio che col senno di poi appare meno peregrino di quanto allora si ritenesse. Il passaggio repentino da un regime di forte protezione monetaria a uno pienamente esposto alla disciplina dei mercati finanziari determinò, negli anni successivi, un sensibile aumento dei tassi reali sul debito pubblico italiano.

In altre parole, la stabilizzazione monetaria ebbe come contropartita un aggravio strutturale del costo del debito. La celebre “lite delle comari” tra i due protagonisti non fu soltanto uno scontro politico, ma il riflesso di una divergenza più profonda: quanta disciplina monetaria può sopportare un’economia ad alto debito senza strumenti compensativi? Con la nascita della Banca Centrale Europea, l’impostazione anti-inflazionistica si è ulteriormente consolidata, riflettendo in larga misura l’eredità della Bundesbank.

L’obiettivo di inflazione 'inferiore ma vicino al 2%' è stato applicato uniformemente a economie molto diverse tra loro. Un regime di inflazione molto bassa può risultare relativamente neutrale per paesi con debito contenuto e alta credibilità fiscale; per paesi ad alto debito, invece, esso tende a rendere l’aggiustamento più oneroso.

Con inflazione compressa, il peso reale del debito scende più lentamente e l’intero sforzo di riduzione viene affidato alla politica di bilancio, spesso con effetti prociclici. L’Italia ha sperimentato a lungo questa dinamica: elevati avanzi primari accompagnati da una riduzione del debito più lenta del previsto, proprio in un contesto di crescita nominale debole e inflazione molto contenuta.

Rileggere oggi la disputa Formica Andreatta non significa rivalutare nostalgicamente l’inflazione del passato né mettere in discussione il valore della credibilità monetaria. Significa piuttosto riconoscere che in un’unione monetaria eterogenea la stabilità dei prezzi non è un obiettivo neutrale rispetto alla struttura dei debiti pubblici nazionali.

Se Andreatta ebbe il merito di spingere l’Italia verso una maggiore disciplina monetaria, Formica mostrò una sensibilità non secondaria per gli effetti macroeconomici di lungo periodo di quella scelta. La storia successiva dell’economia italiana, segnata da alti avanzi primari ma da una persistente fatica nel ridurre il rapporto debito/PIL, suggerisce che le sue preoccupazioni meritino oggi una rivalutazione meno frettolosa.

In questa prospettiva, riconoscere il ruolo potenzialmente 'utile' di una inflazione moderata e stabile non significa abbandonare la prudenza monetaria, ma recuperare un grado di realismo macroeconomico che la polemica di Formica, forse prima di altri, aveva intuito. 

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