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21 Febbraio 2026 - 09:02
Donald Trump
Donald Trump ha il dito sul grilletto. E ieri pomeriggio il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato che una bozza d’intesa con gli Stati Uniti sarà “pronta entro due o tre giorni”.
Il presidente americano ha dato l’altro ieri ad Alì Khamenei un ultimatum: confermare non solo la disponibilità ai controlli dell'Agenzia internazionale per l’energia atomica (l’Aiea) ai siti nucleari sopravvissuti ai bombardamenti, ma anche ridurre missili e droni e arrestare le esecuzioni sommarie.
Una repressione che ha mietuto in poche settimane la vita di migliaia di oppositori, segnatamente giovani: una oscena carneficina consumatasi dopo le stragi che hanno caratterizzato la protesta popolare. In America e in Europa centinaia di migliaia di persone – moltissimi gli esuli e i lavoratori immigrati dal Medio Oriente – hanno manifestato contro il regime di Teheran.
Scadenza dieci giorni l’ultimatum di Trump, da oggi già ridotti a nove. Il tempo che la portaerei ‘Gerald Ford’ raggiunga il teatro delle operazioni e si colleghi operativamente con l’altra portaerei – la ‘Abraham Lincoln’ – già in zona. Le portaerei hanno dal secolo scorso gradualmente sostituito molte basi terrestri e ridotto la necessità di nuove.
Super-navi che vengono ‘aggiornate’ e rinnovate: assorbono non certo poco del mega-bilancio del Pentagono (che ormai supera i mille miliardi di dollari!). Gli Usa ne contano attualmente 10, delle quali 3 sono perfettamente operative e appunto 2 di queste quasi pronte all’attacco contro l’Iran.
Si considerino le navi-appoggio e gli aerei: un terzo circa della flotta della Marina statunitense è potenzialmente impegnata. Nelle ultime settimane, di fronte alla minaccia di ritorsione da parte di Teheran verso i Paesi che ospitano basi terrestri Usa, i governi interessati hanno interrotto la disponibilità al loro utilizzo e chiuso lo spazio aereo: i soldatiamericani ridotti al minimo indispensabile per la ‘manutenzione’, gli altri distribuiti in diversi presidi e installazioni militari fuori zona.
Solo la Giordania mantiene operativa la base Usa sul suo territorio: è tra le più importanti e alla sua sicurezza contribuiscono non solo gli Stati Uniti ma pure Israele.
Da quando la nomenclatura religiosa sciita è al potere, l’Iran ha dovuto rinnovare i propri armamenti made in Usa e diversificare i fornitori: dapprima s’è rivolta all’Unione Sovietica, negli anni Ottanta del secolo scorso; poi, dopo il crollo dell’Urss, anche (e vieppiù) alla Cina, segnatamente per i sistemi militari operativi, di comunicazione, di sorveglianza aerea e di sicurezza.
Non a caso, alle esercitazioni nello stretto di Hormuz dei giorni scorsi hanno partecipato forze russe e cinesi. Ma Alì Khamenei rischia di bruciare assieme al suo sarcasmo e alla minaccia di affondare le portaerei statunitensi assieme alle centinaia di aerei che trasportano, di colpire le basi Usa in Medio Oriente con i droni risparmiati dalle forniture alla Russia e con le batterie di missili allestite ultimamente, e … scenari frutto di fanatismo religioso o demenza senile?
Piuttosto una sopravvalutata capacità di armamenti tenuti ben nascosti. O forse il testamento di un regime subentrò a un altro in disfacimento, dittatoriale ma non oscurantista. Un nuovo regime dal primo febbraio del 1979, con l’ayatollah Ruhollah Khomeini che sbarcava a Teheran da un aereo francese proveniente da Parigi dopo circa 15 anni di esilio.
Una tirannia che da allora si perpetua, fanatica come solo le religiose sanno essere, rivelatasi fin da subito indecente di fronte alle aspettative della gioventù e ad una storia bimillenaria ch’ebbe tempi di tenebre ma pure stagioni di splendore e potenza e raffinata cultura. Un regime, il khomeinista, tanto tracotante quanto sanguinario.
Spalancò al Medio Oriente una nuova primavera ma di sangue, ad aggiungersi e sommarsi alle altre mediorientali. Quel 1979 fu di svolta per il mondo: si concluse con un Natale che vide nel confinante Afghanistan un nuovo colpo di Stato ad opera di due partiti comunisti (rivali per luogo di nascita).
Al potere i nuovi golpisti giunsero, però, sui carri armati sovietici e grazie alle Spetsnaz -- le forze speciali russe – che fecero il ‘lavoro sporco’. Un golpe contro… i golpisti che sei anni prima avevano occupato il palazzo reale. Il re, Mohammed Zahir Shah, era ad Ischia, faceva cure termali a Lacco Ameno (ero là e scrissi il mio primo articolo in prima pagina, mi si perdoni il personale ricordo).
Il sovrano trascorse il resto della vita in esilio in Italia, a Roma. Tutto sommato, a perderci non fu lui ma l’Afghanistan: a Kabul – ch’era allora sulla rotta degli hippy diretti a Kathmandu - le ragazze andavano all’università indossando le minigonne. Il laicismo comunista sovietico (benemerito in quelle aree del pianeta di satrapia bigotta) lo consentì, ma durò poco.
Raggiunta la massima espansione planetaria, l’influenza sovietica declinò precipitosamente in pochi anni. Dagli Stati Uniti, dall’Europa e soprattutto dai regimi sunniti e sciiti mediorientali giunsero armi, denaro e combattenti. La minigonna all’università di Kabul venne sostituita dal purda (burqa).
I russi si ritirarono, fu guerra civile fra movimenti estremisti e infine prevalsero i talebani nutriti ideologicamente nelle madrase pashtun e finanziati dall’Intelligence del Pakistan. Il fondamentalismo e il terrorismo islamici, sotto le rivali bandiere sciite e sunnite, si propagarono e ancora insanguinano il mondo.
Che Trump spari o meno, potrà sempre dire di aver avuto comunque ragione. Se premerà il grilletto, sarà dopo aver mostrato d’aver fatto tutto il possibile sul piano diplomatico, anche contenendo la determinazione frettolosa di Benjamin Netanyahu, per giungere ad un compromesso.
Se riporrà il revolver nella fondina sarà per confermare l’immagine di uomo di pace, che merita l’ambìto Nobel (per il quale ha una preoccupante fissa mentale!), a differenza del regalo a prescindere intascato da Barak Obama sulla base di un promesso pacifismo tradito come i trattati coi pellerossa: rinnegò le promesse a cavallo del 2014, con il golpe a Kiev e con la Nato già dilagata a est e pronta a inglobare persino la “culla” dei Rus’ ,che mille anni fa partirono dalla penisola scandinava per fermarsi sulle rive del Dnepr.
Straparla fino alla noia o all’irritazione, l’inquilino della Casa Bianca, e tralascia le questioni domestiche quasi dimenticasse ch’è l’economia a decidere il voto e che le elezioni di metà mandato puniscono in genere la presidenza. Stupisce, però, la critica di ieri del ‘New York Times’ che ha paragonato i silenzi di Trump, sui motivi dell’attacco all’Iran, alla diffusa elencazione che fece George Bush junior di quelli che giustificavano l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein.
Il padre, recuperato il Kuwait, l’aveva risparmiato per bilanciare l’Iran e tener buona la maggioranza sciita della popolazione. “Raramente, in tempi moderni, gli Stati Uniti si sono preparati a condurre un importante atto di guerra con così poche spiegazioni o dibattito pubblico – ha sottolineato il famoso quotidiano liberal americano - Trump minaccia un altro attacco e lo fa senza fornire valutazioni sull'urgenza della minaccia o alcuna spiegazione del perché debba colpire di nuovo, dopo aver affermato che erano stati ‘distrutti’ i siti nucleari da lui presi di mira".
Completamente infelice, però, il paragone con George Bush junior che invece “parlando all'Union Terminal di Cincinnati una notte di ottobre del 2002, avvertì che l’Iraq avrebbe potuto attaccare gli Stati Uniti ‘in qualsiasi momento’ con armi chimiche o biologiche. Paragonò l’urgenza del momento alla crisi missilistica cubana del 1962, dichiarando che non fare nulla era ‘l’opzione più rischiosa".
Il giornale ha, sì, riconosciuto, ma in un passaggio, che erano accuse fasulle, poggiavano sul nulla. La guerra che ne seguì – vale ricordarlo - fece oltre 200mila morti. Trump - riconosce il ‘NYT’ - ha indicato tra le ragioni di un’azione militare “il programma di armi nucleari” e l’opportunità di “proteggere i manifestanti (dopo che) le forze iraniane ne hanno uccisi a migliaia il mese scorso, annientare l’arsenale missilistico che l’Iran può usare per colpire Israele e porre fine al sostegno di Teheran ad Hamas e Hezbollah”.
Ma secondo il giornale non basta: “Trump non ha mai descritto in modo coerente i suoi obiettivi, e quando ne parla, di solito lo fa in una sorta di turbinio di commenti brevi e sbrigativi... non ha tenuto discorsi per preparare l'opinione pubblica americana a un attacco a un Paese di circa 90 milioni di persone, né ha chiesto l’approvazione del Congresso”. Osservazioni, queste, da sottoscrivere.
Non la conclusione: il presidente “non ha spiegato perché abbia scelto questo momento per affrontare l’Iran invece che, ad esempio, la Corea del Nord, che negli anni successivi al fallimento dei negoziati di Trump, durante il suo primo mandato, ha ampliato il suo potenziale nucleare a 60 o più testate atomiche”. Appunto: ne aveva già 30 e, chissà, Kim Jong-un sarebbe riuscito a farne esplodere una, forse proprio a New York.
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