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la riflessione
24 Febbraio 2026 - 18:27
Dice bene Augusto Barbera: la separazione delle carriere è una “battaglia di sinistra”, fin da tempi remoti: nel 1911, Giacomo Matteotti pronunciò un appassionato discorso sulla necessità di separare le carriere tra magistrati requirenti e magistrati giudicati, quale “estrema garanzia di giustizia”
Passando ai tempi recenti, Franco Cordero, il processualista “principe” dei giuristi “progressisti”, sosteneva che l’appartenenza di Pm e giudicanti allo stesso ordine fosse un “anacronismo di stampo autoritario” e che l'opposizione dei magistrati alla separazione suonasse come “una difesa di privilegi corporativi o autarchici”.
Appassionati interventi per la necessità di “rompere la parentela” tra giudicanti ed inquirenti si sono susseguiti da parte di eminenti giuristi di area socialista e radicale, quale Mauro Mellini e Agostino Viviani (nonno dell’attuale segretaria del Pd!).
Ma, a parte i “pensatori”, i partiti della sinistra, hanno sempre sostenuto la necessità di un processo equo nella parità delle parti, con il corollario che fosse indispensabile a tal fine separare le carriere di giudici e Pm.
Con la legge delega del 1974, il Parlamento (con il voto favorevole dei partiti di sinistra) delegò il governo ad elaborare il nuovo codice di procedura penale prevedendo, all’articolo 2, la «partecipazione dell'accusa e della difesa su basi di parità in ogni stato e grado del procedimento».
Il progetto naufragò per l’incombere degli anni di piombo e la conseguente convinzione che non si potesse fronteggiare il terrorismo con un processo accusatorio, ma nel 1987 fu varata un’altra legge delega (anche questa votata dalla sinistra), che all’art. 5 prevedeva «Il Governo della Repubblica è delegato ad emanare le norme necessarie per l'adeguamento dell'ordinamento giudiziario al nuovo processo penale» e al punto 103 delle direttive parlamentari al Governo si chiariva la portata della norma: «distinzione delle funzioni di pubblico ministero e di giudice; modifica dell'ordinamento giudiziario al fine di garantir e tale distinta attribuzione di funzioni».
Secondo Barbera, fu il “giustizialismo” di cui si ammalò la sinistra dopo la bufera di “Mani Pulite” a far virare la posizione politica sul punto.
Nonostante ciò, ancora nel 1997, la Commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema (all’epoca segretario nazionale Pds) presentò un Progetto di legge costituzionale per la revisione della parte seconda della Costituzione, nella cui relazione introduttiva si legge: «… è innegabile che lo svolgimento delle funzioni di pubblico ministero richiede una formazione, non solo culturale ma anche di tecnica investigativa, del tutto particolare, che è obiettivamente assai diversa da quella richiesta per lo svolgimento delle funzioni giurisdizionali», onde, pur non prevedendo una rigida separazione delle carriere, prevedeva un rigido controllo del passaggio di funzioni, con previsione di un esame attitudinale di accesso da una funzione all’altra e divieto di esercizio di funzioni giurisdizionali e requirenti nello stesso distretto.
Ancora, in tempi più recenti, nella convenzione nazionale del Pd del 2019 fu approvato un ordine del giorno che definitiva “ineludibile” la separazione funzionale tra magistratura giudicante e magistratura inquirente.
È del tutto evidente, quindi, che la posizione del Pd sulla riforma che sarà sottoposta a referendum sia una posizione contro il governo e non ha alcuna motivazione sul piano del merito.
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