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il dibattito
03 Marzo 2026 - 10:10
Nel dibattito sul referendum del 22 e 23 marzo sulla giustizia si continua a ripetere che votare “No” significhi difendere l’indipendenza della magistratura. È uno slogan efficace, ma non basta più. Negli ultimi anni il sistema giustizia ha attraversato una crisi di credibilità profonda. Le polemiche sulle nomine, le dinamiche correntizie emerse all’interno dell’autogoverno, la percezione di un potere poco trasparente hanno incrinato la fiducia dei cittadini. E senza fiducia, la giustizia perde autorevolezza. Il referendum non è una resa dei conti contro i magistrati. Non tocca l’indipendenza costituzionale dei giudici, non li assoggetta al potere politico, non modifica i principi fondamentali. Interviene invece su meccanismi che negli anni hanno mostrato limiti evidenti.
Dire che nulla deve cambiare significa ignorare un dato: oggi una parte significativa del Paese avverte una distanza tra giustizia e cittadini. Processi che durano troppo, custodie cautelari discusse, carriere influenzate da equilibri interni. Non è un problema ideologico, è un problema concreto. Chi sostiene il “No” evoca il rischio di un indebolimento nella lotta alla corruzione e alla criminalità. Ma una giustizia forte non è quella che alza la voce o moltiplica le indagini mediatiche. È quella che arriva a sentenza in tempi ragionevoli, con decisioni solide e credibili. L’efficacia non è sinonimo di rigidità, ma di equilibrio. Si dice anche che il referendum sia lo strumento sbagliato.
È un’obiezione curiosa. Per anni si è sostenuto che la giustizia fosse intoccabile o troppo complessa per essere riformata. Ora che i cittadini possono esprimersi direttamente, si afferma che il loro voto non sarebbe adeguato. Eppure la Costituzione prevede proprio questo: quando la politica non riesce a decidere, la parola passa al corpo elettorale. Il 22 e 23 marzo non si vota contro la magistratura. Si vota per una giustizia più trasparente, più responsabile, più moderna. Una giustizia che non abbia paura di riformarsi. Difendere l’indipendenza non significa difendere l’immobilismo. Riformare non significa delegittimare. In una democrazia matura, cambiare è un atto di forza, non di debolezza.
*avvocato
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