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Napoli, musica e storia che il Nord non capisce

La polemica e la critica contro Sal Da Vinci è uguale a quella di Mussolini contro il cinema, contro la cultura napoletana

Napoli, musica e storia che il Nord non capisce

Sal Da Vinci

Sal Da Vinci e il provincialismo padano. Ricordate Elvira Notari e il cinema napoletano? Furono fatti fuori dal fascismo perché degradavano l’idea di Napoli a città del dialetto e della cultura popolare. Ma l’anima di Napoli è aristocratica perché popolare, in tutti i mille palazzi aristocratici napoletani i signori erano al piano nobile, la servitù nei sottotetto e il popolo a piano terra, ma il signore quando usciva dal palazzo era popolo, e aveva gli stessi guizzi e le stesse esigenze.

La non omologazione di Napoli come tutte le altre città dell’Occidente passa da questa osmosi, da questo collo di bottiglia, tu vuoi fare il signore, tu sei l’aristocratico, ma hai gli stessi vizi e le stesse manie nostre, siamo uguali, Napoli è la città dove le differenze di classe, l’isolamento della vita borghese non esiste, i quartieri sono quelli, sotto il palazzo Maddaloni esiste il popolo, il signore ne esala gli effluvi e le speranze, i progetti e le virtù, anche se un principe napoletano ha la classe e i modi di un re, nulla lo può avvicinare, e san Totò è il popolo e l’aristocratico che convivono a ogni respiro, una maschera, e molto più; in confronto i Savoia sono, non dico per un grande di Spagna, ma per un barone di provincia, diciamo un marchese di Campolattaro, dei parvenue, ineleganti, tozzi, ridicoli.

Ora la polemica e la critica contro Sal Da Vinci è uguale a quella di Mussolini contro il cinema, contro la cultura napoletana. La si odia perché non la si comprende. E non potrebbe esser diversamente. Nessuna città in Italia non dico può paragonarsi a Napoli, una follia, ma neanche avvicinarsi, troppo in alto la sua storia, la sua cultura, la sua civiltà, le sue variabili antropologiche, frutto di contaminazioni irriproducibili. Ovvio che un milanese, o peggio ancora un torinese come Cazzullo, al cospetto di una Napoli così inarrivabile usi il dileggio, l’offesa, il luogo comune, la parola camorra come parabola dell’ignoranza più torva; naturale che un fiorentino subisca complessi d’inferiorità (dai tempi dei Medici, utilizzati come banchieri dai d’Aragona e utilizzati come commercialisti, tempi d’attesa per essere ricevuti in corte lunghissimi); più che ovvio che un romano rimanga senza parole di fronte a una cultura che faceva rimanere senza parole perfino Nerone, e che gli ha insegnato perfino a mangiare (i bucatini erano di Amatrice, nel regno di Napoli, i pastori scendevano nella campagna e portarono le ricette napoletane pure a Roma). Sal Da Vinci è l’epigono di un filone, quello della musica napoletana, l’unica musica d’Italia, eterno, mondiale, una canzone che da secoli è diventata arte inarrivabile; prima di Sanremo, esisteva il Festival, Piedigrotta, Sal è l’erede millenario della città dove la musica è sopravvissuta a tutto, dove si fa storia dalle liriche dei greci, una tradizione che avrebbe dovuta consacrarla con un festival, altro che Sanremo.

Quello che fece Mussolini col cinema napoletano lo hanno fatto i governi democristiani nel Dopoguerra con la canzone; eliminate il dialetto, via questa storia, tutto a Sanremo, nel regno dell’inconsistente, della plastica; Cazzullo non fa altro che riprendere motivi conosciuti con Mussolini e la Dc del Dopoguerra, non capisce la lingua napoletana, vive roso dall’invidia come tutti gli italiani del Nord, più ricchi ma poveri di cultura, arte, tradizioni, originalità. Napoli è un diamante, non può essere compresa da chiunque, ce ne vuole, c’è troppa distanza, troppo odio, troppa cultura a volte scava fratture insanabili.

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