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Il ricordo
22 Marzo 2026 - 10:01
Paolo Cirino Pomicino
Quando riceveva, nella sontuosa sede di via Palepoli, profumata dalla brezza che arrivava dal mare, c’era puntuale una corposa fila nella stanza. Più folta di quando si va dal medico della mutua. E c’era Willi, piccoletto, “buttafuori” sui generis, a gestire gli ingressi e le prenotazioni per parlare con Paolo Cirino Pomicino. «Hai un appuntamento? No? Te lo fisso».
C’erano proprio tutti, politici da ogni comune, consiglieri e sindaci, c’era chi voleva lavorare. Una marea di clientes. L’occhio non poteva non cadere, ad esempio, su qualche personaggio particolare, come il sacerdote (rigorosamente in abito talare), arrivato non certo per confessare ma per chiedere un “aiuto”: la chiesa, sempre più malconcia, andava ristrutturata.
O, anche, emergeva l’impresario squattrinato che chiedeva un finanziamento per mettere su un pur modesto spettacolo. Con la sua morte - aveva 87 anni, era ricoverato da qualche giorno - si chiude un’epoca, già passata alla storia. È stato un “gigante” della Dc, uno dei pilastri della Prima Repubblica.
La sua potenza, al pari di quella di Gava e Scotti (Corrente del Golfo, poi Alleanza Popolare) e di De Mita (leader della Sinistra di Base) non era conferita solo dal peso politico, ma anche dall’ingegnosa mente e dalle indiscusse capacità propositiva e progettuale. Non c’era almeno un giorno della settimana che gli alberghi del lungomare non ospitassero una qualche iniziativa voluta da Pomicino.
L’appellativo di “’o ministro” (lo fu due volte, sette deputato, fece un “salto” anche a Strasburgo) lo descrive e qualifica senza poter sbagliare: ottenne l’investitura dal “capo dei capi” della Democrazia Cristiana, la “volpe’ Giulio Andreotti (che gli “impedì” verosimilmente una brillante carriera di neurochirurgo).
È Napoli città la sua roccaforte, dove si registra una sfida con Gava e Scotti a colpi di consiglieri comunali e assessori, per i quali valse sempre il criterio delle “porte girevoli”, un po’ di qui e un po’ di lì. Bastava arraffare qualcosa, che si ottenesse qualche prebenda, a partire dalle “vecchie” Usl.
Tra i suoi uomini ricordiamo, per fare qualche nome, il suo braccio destro Roberto Pepe, Franco Bianco, Pietro Mastranzo, Raffaele Capunzo, Augusto Alterio. Se a Roma il finanziamento pubblico ai partiti partorì tangentopoli e diede una spallata a quel sistema politico, a Napoli la tagliola furono le “mazzette”, impallidiva il voto di scambio.
Come spesso capita con chi passa a miglior vita, la denigrazione di ieri si trasforma in una melassa di giudizi e ricordi non si sa fino a che punto sinceri. Pomicino diventa amico, raffinato, competente, coraggioso, affabile, combattivo e chi più ne ha più ne metta. Una cosa è certa.
Nasi otturati o meno, non c’è stato napoletano che non abbia espresso nei “tempi d’oro della “Balena bianca” questi convincimenti o ammissioni: “Faranno pure quello che vogliono, ma fanno campare...”. Eh, sì: tanti posti dati e tutti a posto. Vecchia storia, segnalare (chi è bravo) non è raccomandare.
Non ce l’ha fatta in tempo a mettere in atto l’ultima “sorpresa”: al referendum avrebbe votato NO. È strano, avendo “assaggiato” qualche piccola stortura giudiziaria: ben 47 processi, condannato solo una volta. La morale: eredi non se ne vedono da tempo, Paolo Cirino Pomicino lascia vuoto nella storia politica del Paese.
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