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02 Aprile 2026 - 09:13
Sconfitta con molte mamme e vari patrigni. Partiamo dalle cose di cui andar perlomeno fieri: in pochi mesi Rino Gattuso ha restituito all’azzurro Italia il valore che merita nella considerazione di altrimenti sconsiderati che reputano la convocazione e il canto dell’inno di Mameli una rogna. Maglie bagnate di lacrime e sudore. Merito di un tecnico che non usa formule algebriche o sofismi tipo braccetti imbucate ma parla di cuore impegno responsabilità rispetto. Non è bastato e qui nascono varie considerazioni: la riforma del settore giovanile varata dalla Figc mentre negli anni si è lasciato agonizzante il torneo di Viareggio - per decenni vetrina mondiale per favorire scuole calcio accademie e sogni poi illusioni poi vite perdute con giro di affari per troppi - va sostenuta ma la Figc deve riconquistare il suo ruolo. In casa e fuori.
Gravissimo che a Gattuso non sia stato concesso un raduno preliminare prima della doppia sfida per il pass mondiale. Gravissimo. Non è un problema di voler godere di favoritismi ma leggere o ascoltare che i designatori Fifa e Uefa sono italiani per poi vedere arbitraggi come quello di Zenica con il benestare concesso ad uno stadio che non sarebbe omologabile neanche per i dilettanti fa male. L’Equipe titola “Ciao Italia” ma l’arbitro francese mai ha sentito il dovere di verificare coi sui occhi la pressione al limite di Dzeko su Mancini, con tanto di tocco maldestro spalla braccio o l’entrata su Palestra da rosso. In 10 minuti per 90 l’Italia ha sperato nei guantoni di Donnarumma affidando il primo penalty, col pallone che pesa 10 kg, al giovanissimo Esposito già provato da un grave errore appena entrato. Alla fine si pensa che gli italiani sono passati dal saper abbattere mostri sacri come Zico, Falcao, Socrates e tanti altri dal dover soffrire contro calciatori venuti sì dal nuovo mondo con Paesi non più solo schede elettorali per i vari presidenti di Fifa e Uefa ma comunque troppo distanti dal nostro sistema avvelenato, drogato e dragato da personaggi al di sotto di ogni sospetto. Titolo prevalente “Tutti a casa”.
In questa fase di assoluto sconforto sinceramente si deve pensare che un tempo il calcio italiano nella sua interezza esprimeva ben altro peso. Nel concitato post partita c’è stato ovviamente spazio per infelicità verbale: il presidente federale Gravina, mentre si scoprono talenti come Sinner, Antonelli e atleti olimpici e paralimpici postano medaglie, ha messo male in fila l’amarezza nelle sue parole dividendo lo sport tra professionisti e dilettanti. In Italia il 67% delle rose delle squadre sono composte con calciatori stranieri e dalla A alla C tantissime società sono in possesso di molto presunti magnati stranieri e/o in mano a fondi non facilmente identificabili.
Al resto poi ci pensano i leoni da tastiera nella cui grande famiglia si abbracciano anche simboli della buona scrittura e dell’impegno civile come Roberto Saviano che ha postato tra le altre analisi da so tutto io: “Giornalismo sportivo sotto scacco al servizio di ds e procuratori incapace di fare una sola inchiesta”. Senza nomi e cognomi ignorando la scuola di giornalisti sportivi che hanno sviluppato carriere impareggiabili con schiena dritta senza voler fare raffronti con altri segmenti del racconto della vita che passa attraverso il giornalismo. Facile il tiro a segno così come a dire che aveva ragione chi accusò Saviano di aver realizzato il primo sconvolgente libro dei record saccheggiando verbali delle Procure e stampa locale. L’Italia si dovrà destare ma con Gattuso, l’inno è stato interpretato con orgoglio. Non accadeva da tempo.
*presidente nazionale Ussi
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