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IL PUNTO

Gli italiani meritano di più di un'opposizione scarrupata

Riusciranno mai il campo (santo) e alleati vari ed eventuali ad accorgersi che ciò che raccontano non è mai quello che davvero avviene in questo Paese?

Autonomia, Schlein e Conte attaccano: «Fallimento governo, dilettanti allo sbaraglio»

Elly Schlein e Giuseppe Conte

Riusciranno mai il campo (santo) e alleati vari ed eventuali ad accorgersi che ciò che raccontano non è mai quello che davvero avviene in questo Paese? Evidentemente, no. Tant’è che – visti i risultati che ne sono scaturiti – ancora una volta la narrazione che hanno fatto del suo esito, assumendolo a proprio merito e chiedendo al governo di dimettersi, è quella che loro avrebbero voluto fosse, ma non quella che si è verificata.

E, per averne consapevolezza, basta approfondire un po’ i numeri usciti dalle urne. Certo, il “no” ha vinto – nessuno può negarlo – ma loro – e anche questo è assolutamente incontrovertibile – hanno perso, anche se continuano ad affermare il contrario e vorrebbero farne conseguire le dimissioni del governo.

Tant’è che, in previsione di questa eventualità, subito dopo il voto è ripartita la lotta alla leadership della coalizione fra Conte e Schlein. E, in tale ottica, Giuseppi – per recuperare il rapporto con Trump, pensando che possa tornargli utile – è andato a pranzo con il suo inviato Zampolli, infliggendo l’ennesimo colpo alla sinistra anti-Usa (se Napoleone lo avesse conosciuto lo avrebbe apostrofato come fece con il signor de Talleyrand: “La cosa che più mi turba del signor Conte non è che qualche volta tradisce. È che qualche volta è fedele”).

Poi ha definito la vittoria del “no” un avviso di sfratto degli elettori alla Meloni. Ma è davvero così? Purtroppo, per loro, decisamente no. Anzi, è proprio il contrario! Altrimenti, le preferenze degli elettori nei confronti dei partiti di entrambi gli schieramenti sarebbero oggi ben diverse rispetto a quelle precedenti il voto. Ma non lo sono.

Perché, se così fosse stato, avrebbe vinto il “sì”, considerato che l’alleanza di centrodestra ha portato a casa il 45,2% dei voti e avrebbero perso il campo (santo) e compagni, che non sono andati oltre il 44,3%; e per arrivare a quel 54,8% di consensi che li ha fatto vincere, Conte, Madam Elly, Bonelli e Fratoianni hanno avuto bisogno – oltre che del contributo di Azione e di Futuro Nazionale – dell’aiuto dell’Associazione Nazionale Magistrati, di quella dei partigiani (ma di quelli veri quanti ce ne sono ancora in circolazione, visto che, se ce ne fossero, oggi avrebbero superato da un pezzo i cento anni?), della Cgil, della stampa mainstream, anarchici, islamisti residenti in Italia, che subito dopo si sono fatti avanti per chiedere la contropartita per il loro appoggio: la sharia anche in Italia.

Basta pensare che, stando alle prime rilevazioni post referendum di Swg di martedì 30 marzo e di Noto Sondaggi del 2 aprile, tranne lievi variazioni di pochi decimali, tutto è praticamente rimasto tale e quale a prima. Fratelli d’Italia è ancora il primo partito con lo stesso 29,5% pre-referendum, mentre Forza Italia si ferma all’8,8, lasciando sul tappeto un misero 0,2; la Lega perde invece uno 0,4 e si ritrova all’8,1; e Noi Moderati resta ancorato all’1%, con un totale di coalizione del 47,4%. Dati in crescita nel centrosinistra, invece, per il M5S che cresce dell’1,6% e approda al 12,1, e il Pd avanza dello 0,5 e sale al 22; Avs arretra dello 0,1 e si ferma al 6,4, mentre Italia Viva di Renzi non si muove dal 2,6 e +Europa è all’1,3, perdendo lo 0,1, per un totale di coalizione del 44,4%.

Questi numeri, che in realtà l’opposizione e i giornali amici hanno finto di non vedere, probabilmente per evitare di dover ammettere che sì, il “no” ha vinto, ma loro non sono riusciti nel loro obiettivo principale. Con il “sì”, peraltro, che ha potuto contare solo sulle proprie forze e su quanti pensavano davvero di poter riformare l’ordinamento giudiziario; mentre il “no” anche su quelli che di renderlo migliore non avevano alcuna voglia ed erano solo preoccupati di provare a dare una spallata al governo.

E, poiché da questi dati – confrontati con quelli al 21 marzo – tutto ciò non risulta, appare chiaro, e anche giusto e opportuno, che il governo non si dimetta e vada avanti per la sua strada, dando finalmente il via alla tanto auspicata fase 2, che dovrebbe prevedere quasi 5 miliardi di aiuti per benzina e bollette, la proroga del taglio delle accise e sostegni per gli investimenti produttivi, e il pacchetto Transizione 5.0 che, tra il credito d’imposta (nuova versione triennale fondata sull’iperammortamento) e tagli d’accise, ammonterebbe a 14 miliardi.

C’è, però, un’evidenza che – mai come in questo momento e sulla scorta di tutto quanto appena scritto in relazione al voto sul referendum – sta emergendo con forza e chiarezza: ancora una volta gli italiani hanno dimostrato di essere migliori dei signori dell’opposizione che pure dicono di parlare e agire in loro nome, ma il massimo che riescono a esprimere è sempre e solo “no”, chiedere che il governo vada a casa e pretendere da Meloni che “venga a riferire in Parlamento” su qualsiasi cosa avvenga nel mondo.

Vuoi vedere che la ritengono onnisciente, onnipresente e onnipotente? Se fosse così, sarebbe un tantinello eccessivo. Se il “no” ha vinto, nonostante il “sì”, qualche settimana prima del voto, fosse dato per vincente con oltre il 10%, vuol dire che qualche errore di strategia, alla fine della giostra, lo ha commesso anche lei. O no?

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