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IL COMMENTO
12 Aprile 2026 - 08:00
Viktor Orban
In Ungheria oggi si vota. Elezioni parlamentari. Il primo ministro Viktor Orbàn rischia di perdere il potere; Donald Trump l’alleato europeo più affidabile; Vladimir Putin l’interlocutore che ha compreso meglio e più degli altri leader dell’Ue la dimensione del disastro compiuto dal regime ucraino e dall’amministrazione democratica Usa nello spingere la Federazione russa a “recuperare” le regioni russofone strategicamente cruciali, ambìte da una Nato avanzata fino a penetrare nei suoi confini ex sovietici.
Favorito nei sondaggi, che però non sempre l’azzeccano, è Peter Magyar, che divorziò in contemporanea da sua moglie Judit Varga, ch’era ministro della Giustizia, e dal premier. Gli istituti demoscopici indicano il Fidesz (acronimo di Unione dei giovani democratici), il partito di Orbàn, stavolta indietro nelle intenzioni di voto. In testa Tisza (Libertà e onore) la formazione diMagyar.
Degli altri tre partiti minori in lizza, l’unico che i sondaggi presumono possa superare lo sbarramento del 5% ed entrare in parlamento è Mi hazank (Patria nostra) mentre la sinistra dei Dk (Democratici) e i radicali di Kètfarkukutyapart (Cane a doppia coda) mancherebbero l’obiettivo. Il sistema di voto è misto, i collegi uninominali avrebbero il peso maggiore per la maggioranza in un parlamento che conta 106 membri. A decidere probabilmente saranno gli indecisi, oltre un quinto dell’elettorato, e i circa 5 milioni di magiari residenti all’estero.
A Bruxelles i vertici dell’Unione hanno messo in frigo le bottiglie di champagne. Liberarsi di Orbàn significherebbe superare la sua opposizione a supportare ancora militarmente e ancor più economicamente il regime ucraino. Non solo: priverebbe i governi di Slovacchia e Repubblica Ceca del loro principale alleato nell’Ue e frenerebbe la spinta di forze politiche in altri Paesi dell’Unione a favore di un recupero dei rapporti strategici e soprattutto economici con Mosca.
L’Ungheria e la Slovacchia hanno continuato a rifornirsi di petrolio e gas dalla Russia e da alcuni mesi puntano il dito contro Kiev ritenuta responsabile (dopo l’attentato al gasdotto North Stream di cui usufruivano i tedeschi) di ostacolare l’afflusso d’energia attraverso l’oleodotto Druzhba, chiuso da alcuni mesi.
Un brutto colpo sia per Orbàn, alla vigilia della campagna elettorale, sia per il premier slovacco Robert Fico, che circa un anno fa era miracolosamente sopravvissuto a un attentato che lo ha tenuto tra la vita e la morte. Pochi giorni fa è stato scoperto in Serbia un carico di esplosivo nei pressi del gasdotto TurkStream che dal 2020 fornisce gas russo attraverso il Mar Caspio e la Turchia: energia che il resto d’Europa ha rifiutato con le sanzioni a Mosca.
Come se non bastasse, l’Ungheria paga una sanzione di un milione di euro al giorno perché non riforma la legislazione sul diritto d’asilo, cioè schiuda le frontiere, cui si sommano – ogni tanto - altri 200 milioni: decisione della Corte di Giustizia Ue. Da circa quattro anni Bruxelles blocca inoltre 20 miliardi di euro dei fondi Ue per ‘restrizioni’ legislative verso Lgbt (acronimo di lesbiche, gay, bisessuali e transgender).
Orbàn ha reagito opponendo il veto all’ultimo stanziamento a favore dell’Ucraina: 90 miliardi di euro in prestito, a fondo perduto secondo le malelingue solitamente beninformate. E se pure fosse sconfitto, il presidente della repubblica resta un esponente del suo partito: una situazione simile a quella della Polonia.
Trump ha cercato di fare il possibile per dare appoggio a Orbàn. Accoglienza alla Casa Bianca, abbracci, parole… e opere: qualche accordo commerciale e il vicepresidente D.J. Vancespedito a Budapest, proprio alla vigilia dei negoziati con l’Iran a Islamabad, iniziati ieri con Vance a guidare la delegazione Usa in Pakistan. Ma dopo il trionfo in Venezuela, il capo della Casa Bianca non ne ha azzeccata una. Vedremo in quale misura lo aiuterà il destino. In Pakistan conterà piuttosto la Cina.
Ma che cos’è che non ha funzionato per Orbàn? Alla soglia dei suoi 63 anni, l’avvocato è in Ungheria simbolo di un potere sempiterno: dal 1998 al 2002 era già primo ministro. E, dopo una pausa, è premier dal 2010. Fino ad oggi. Sedici anni a presidiare Országház, il parlamento ungherese, gotico ben copiato sulle rive del Danubio, in una capitale e in un Paese – ridimensionato dalle guerre - nel cuore dell’Europa, e degli europei.
Troppi anni al potere senza l’accortezza di spingere innanzi un delfino. Capita alle grandi personalità: sentirsi unti dal Signore se credenti, o ritenersi insostituibili se diffidenti. “Il potere logora chi non lo ha”, la celebre riflessione a fil di voce di Giulio Andreotti. Divenne quasi un proverbio. Ma di proverbi ne trovi sempre uno che faccia al tuo caso. Tutto e il contrario di tutto (“quattro occhi vedono meglio di due” però “chi fa da sé fa per tre”). Insomma, perda o vinca per un soffio, il potere alla lunga può anche logorare.
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