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LA RIFLESSIONE

L’attacco emicranico non è un evento patologico minore

Parliamo di un dolore al capo che, almeno in un caso su sei, impedisce completamente le normali attività della vita quotidiana

L’attacco emicranico non è un evento patologico minore

L’emicrania, di cui a breve la società scientifica che temporaneamente presiedo, l’ANIRCEF, celebrerà - insieme all’associazione dei pazienti (AIC) e alla scuola di formazione (ASC) - la sua Giornata Nazionale, è una malattia cronica e complessa, che trova nei suoi accessi, più o meno frequenti (fino a giungere non raramente alla cronicità, se non addirittura alla quotidianità), la sua massima espressione clinica.

Ma un attacco emicranico, già nella sua forma classica, è tutt’altro che un evento patologico minore. Parliamo di un dolore al capo che, almeno in un caso su sei, impedisce completamente le normali attività della vita quotidiana, mentre in tre su sei le ostacola in modo così significativo da incidere profondamente sulla vita personale, sociale e lavorativa di chi ne è affetto.

Un dolore che “deve” accompagnarsi a nausea e/o vomito, al più sostituiti da intolleranza a luce e rumori (e talvolta anche agli odori). Insomma, parliamo di una condizione tanto invalidante da essere stata inserita dall’OMS come seconda causa di disabilità al mondo, dopo il mal di schiena, e prima nelle donne tra i 18 e i 50 anni.

Ne è colpito oltre un miliardo di persone sul pianeta Terra, con una prevalenza, più o meno ubiquitaria, pari al 14-15% della popolazione generale. Parliamo di numeri impressionanti. Una pandemia senza febbre, tosse e ricoveri in terapia intensiva (salvo rarissimi casi non attribuibili a forme primarie), eppure per lo più misconosciuta, innanzitutto da molte categorie di medici, e spesso relegata in un cantone perché ritenuta solo un “banale mal di testa”, un problema sanitario minore, cui dedicare un’attenzione poco più che marginale.

E le istituzioni non sono da meno. L’Italia, uno dei Paesi a più alta prevalenza, si è decisa solo sei anni fa a varare una legge che riconoscesse l’emicrania, almeno nelle sue forme ad alta frequenza (maggiore di otto attacchi al mese) e cronica (con più di 15 giorni di mal di testa al mese), come malattia sociale, degna quindi di tutele sanitarie e legislative specifiche. Ma è davvero cambiato qualcosa da allora?

Alle parole dovevano seguire i fatti, e farlo finalmente tutti insieme, come una nazione, e non come tanti piccoli Stati, ora virtuosi, ora fannulloni, ora opportunisti, e comunque spesso ugualmente litigiosi. Il risultato è stato un acuirsi delle differenze tra le varie regioni e l’assenza, ancora oggi, di un protocollo unico, validato e condiviso, per la gestione del paziente emicranico cronico.

Parliamo di circa un milione di persone che, per lo più in età produttiva, continuano a spostarsi lungo le proprie regioni o lungo uno Stivale sempre più vecchio e consunto, sostenendo costi ingenti - tra diretti e indiretti - che, insieme all’intera e vasta categoria dei cefalalgici, si aggirano intorno ai 20 miliardi di euro annui, pur di ottenere ascolto, attenzione e una risposta ai loro bisogni. Che troppo spesso continua a mancare.

E poi c’è lo stigma. Un nemico silenzioso, ma potentissimo. L’emicrania non si vede, non lascia segni evidenti, e proprio per questo viene facilmente banalizzata, quando non apertamente sminuita. Chi ne soffre è ancora costretto, non di rado, a giustificarsi: sul lavoro, in famiglia, nella società.

Come se il dolore, per essere riconosciuto, dovesse prima dimostrarsi visibile. E invece no: è proprio questa invisibilità a renderlo, talvolta, ancora più crudele. Non è un caso che, come ricordava William Osler, “la medicina è una scienza dell’incertezza e un’arte della probabilità”, e tra le sue incertezze più grandi vi è proprio l'incapacità di riconoscere e dare dignità a ciò che non appare.

Né sorprende, allora, che spesso esista una relazione inversa tra la diffusione di una malattia e l’attenzione che essa riceve: ciò che è troppo comune rischia di diventare invisibile. Se, come sembra, questa marea montante non si arresterà - i dati più recenti ci dicono che tra il 1990 e il 2021 il numero di casi di emicrania è aumentato del 58,15%, passando da circa 732 milioni a oltre un miliardo, e continuerà a crescere, in particolare tra i maschi e i giovani – compito di tutti, e per primi di noi “addetti ai lavori” (termine che non amo, ma che uso volutamente tra virgolette per sottolinearne insieme l’ironia e il peso della responsabilità), è fare in modo che le pur meritevoli Giornate Nazionali delle Cefalee non si riducano a mere e malinconiche passerelle per gli esperti di turno.

Devono restare, e diventare sempre più, occasioni vive di ascolto, condivisione e consapevolezza. Finestre aperte sul presente, ma soprattutto sul futuro: un futuro che, grazie alle nuove terapie, non è più soltanto una promessa, ma una possibilità concreta. Perché la dignità di una malattia non si misura dal rumore che fa, ma dalla qualità delle risposte che siamo capaci di darle. 

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