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L’ANALISI

Guerra e giudizio storico tra prudenza e responsabilità

Non c’è nulla di più difficile che esprimere giudizi ben fondati su avvenimenti in corso

Guerra e giudizio storico tra prudenza e responsabilità

Netanyahu e Trump

Per definizione, non c’è nulla di più difficile che esprimere giudizi ben fondati su avvenimenti storici in corso. Le grandi vicende della storia, quelle che lasciano segni indelebili e con le quali sarà necessario fare i conti per lungo tempo, addirittura talora per epoche, vanno viste nella prospettiva del passato.

Richiedono, cioè, di una conoscenza per gli effetti che hanno prodotto ed esigono almeno di sapere quali fossero le condizioni in cui le scelte determinanti sono state prese, gli interessi che le hanno mosse, e dunque gli obiettivi che si sono proposti gli uomini che hanno concorso a fare gli eventi.

Insomma, richiedono che il futuro oggi ancora a venire sia da tempo trascorso, e da lungo tempo. La guerra scatenata dal Benjamin Netanyahu, detto Bibi, seguito da Donald Trump, è uno di quegli avvenimenti che, almeno a giudicare nella contemporaneità, sembrerebbe avere tutti i tratti d’un ‘avvenimento storico’, di quelli destinati a lasciare conseguenze durevoli nella vicenda umana.

Ma già per dir questo, ci vorrebbe la visione prospettica, dovremmo conoscere quali saranno gli effetti prodotti nel tempo da questa che appare un’avventata impresa bellica, dettata da scarsa valutazione delle conseguenze l’una dietro l’altra innescata. E dunque è necessario procedere con umiltà nel giudicare gli eventi, le responsabilità, la cura che nel prendere le decisioni vi è stata dedicata.

Non dimentico, ad esempio, che quando gli Stati Uniti si preparavano all’attacco – almeno questo oggi lo si può con relativa certezza dire – molti degli opinionisti avveduti che oggi attaccano intemeratamente e senza esitazioni il Comandante in capo, non esitavano a denunciare che il tycoon americano stava tradendo le sue promesse, che dopo aver illuso il martoriato popolo iraniano – vittima di una tra le più sanguinarie teocrazie della storia, certamente la più organizzata macchina del terrore attualmente all’opera – d’intervenire in suo favore, poi potesse fermarsi, potesse tradire le aspettative di salvezza che venivano dagli States.

Poi, poi l’intervento – improvviso, durante lo svolgimento di trattative diplomatiche – ha avuto i suoi primi importati successi, primo tra tutti l’eliminazione dell’efferato ayatollah Ali Khamenei autore di stermini inauditi – ultimamente di circa trentamila giovani iraniani, a metter da parte altri circa diecimila accecati. Ed ancora molti plaudivano, o quanto meno non prendevano le distanze. Ma poi è venuto il resto.

È venuto il non del tutto imprevedibile incendio del golfo persico. Non un luogo qualunque, non un posto come un altro, non un plebeo Sudan impegnato in una guerra fratricida da oltre un triennio o una miserabile Somalia, forse irrecuperabile all’ordine; bensì uno degli spazi del nostro sempre più piccolo mondo, dov’è custodita una quota determinante delle intere risorse del globo terrestre.

Un luogo da sempre caratterizzato da equilibri assai precari, in un perenne dissidio fomentato dalla componente fanatico religiosa e dall’incomponibile conflitto tra sunniti e sciiti, aggravato dalla presenza dell’‘estraneo’ stato ebraico; un luogo che non riesce a trovare un duraturo assetto e che è sempre pronto a ricadere in conflitti talora a dimensione locale, ma con ascendenti inevitabilmente coinvolgenti quella che con un certo eufemismo si continua a chiamare ‘regione’, là dove in realtà è il forziere di risorse energetiche di rilevanza mondiale.

E dunque venuto tutto il resto, è venuto il blocco dei traffici del Golfo Persico, le conseguenti ricadute sull’economia integrale, una destabilizzazione dei bilanciamenti locali e di riflesso mondiali, tenuto conto delle alleanze che colà s’intrecciano negli spazi geopolitici globali.

E sono venuti una serie di fondatissimi interrogativi sulla mancata valutazione da parte di chi questa guerra ha deciso – già, ma chi l’ha decisa nel fondo?, questo non è dato ancora di ben conoscere – di chi non ha saputo apprezzare anticipatamente le conseguenze alle quali sarebbe potuto andare incontro, prima tra tutte la stretta su Hormuz, non certo insospettabile, dati i numerosi precedenti che nel corso della storia recente – a partire dal conflitto tra Iran ed Iraq – si sono avuti di strumentalizzazione di quell’angusto passaggio per finalità ritorsive.

Certo, c’è da dire che quando s’avvia un’impresa bellica, non è dato conoscere quali ne possano essere gli esiti. Avrebbe potuto il sanguinario regime iraniano tracollare grazie alla decapitazione delle sue dirigenze, operazione, per così dire, brillantemente condotta sin dal primo giorno di guerra dalle forse alleate statunitensi e israeliane; ma ciò non è stato e continua a non essere, sicché, oggi, si può dire che i calcoli sono stati errati: sempre che calcoli realmente ne siano stati seriamente fatti.

Ma c’è anche da considerare che, per sanguinario che quel regime sia, sul piano delle regole internazionali nessun presupposto era presente perché America e Stato ebraico decidessero di farlo fuori, senza alcun mandato internazionale e senza che alcuna emergenza specifica ne giustificasse l’impresa, almeno nella prospettiva dell’assoluta necessità che, nel diritto internazionale come in quello interno, fa pur sempre legge.

E certo, una forte impronta imperialistica fa da sfondo a queste scelte, che per il momento si stanno mostrando sconsiderate e foriere di conseguenze globali disastranti. Tipicamente imperialistica è la sovrapposizione di una visione del mondo (occidentale) su d’un’altra (orientale) o, per dirne altre ancora, latinoamericana o africana. Anche questo, vecchio vizio al quale noi europei nemmeno siamo rimasti estranei, com’è ben noto.

E quindi anche questa componente propriamente ideologicoculturale – con un robusto sfondo economico a farle da solida e motivante base – ha concorso a spingere verso l’impresa. A voler tacere dell’ancor più robusto interesse israeliano, che si porta dietro un’infinità di luoghi di potere altamente condizionanti. E chissà quanto altro. Difficile non concludere che il giudizio deve rimanere alquanto sospeso.

Ma difficile anche non dire che, quando si scatena un inferno quale il qui scatenato, chi lo fa assume certamente responsabilità dirette nell’immediato giudizio politico – non storico, questo è cosa differente – alle quali è estremamente difficile possa sottrarsi.

È ben chiaro che l’Iran non potrà a lungo resistere contro il resto del mondo, uniformemente interessato alla riapertura dello stretto di Hormuz; ma è altrettanto ben chiaro che chi ha posto in essere tutto questo ha evidentemente sottovalutato i rischi dell’impresa e per tale solo fatto non merita non dico plauso, ma nemmeno considerazione.

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