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L'opinione
14 Aprile 2026 - 08:10
Luigi Sturzo
Se la persona è il centro della società, lo Stato è il centro della politica. La retorica che ha imbolsito il dibattito sulla opportunità del “ritiro” dello Stato dalla sfera economica, nella quale la sua presenza era da considerarsi addirittura nociva (ma non nei settori strategici), ha purtroppo finito per dilatarsi nella negazione dello Stato quale unica forma giuridico-politica in grado di incarnare i valori della res publica e, dunque, della comunità nazionale.
Anzi, in molti casi, e a prescindere dagli schieramenti, lo Stato viene considerato come un “nemico” da abbattere, come un’entità malvagia cui opporre, per esempio, il diritto delle autonomie ad ergersi contro di esso quali controparti, come se dette autonomie non fossero elementi essenziali e costitutivi dello Stato stesso.
Non è così, naturalmente se perfino un lucido critico dello Stato-padrone come Luigi Sturzo sosteneva che lo Stato rettamente inteso è un ordine indispensabile al vivere civile e quanto più lo Stato è forte e giusto, tanto più la convivenza civile viene assicurata. Lo statalismo, invece, è la perversione dell’idea di Stato in quanto distruttore di ogni ordine istituzionale e di ogni morale amministrativa.
Perciò lo statalismo non è in favore dello Stato, ma contro di esso, mentre la partitocrazia – una delle “male bestie” sturziane – è il fenomeno più appariscente della malattia statalista. Non negava Sturzo l’intervento statale in determinati casi, ma l’interventismo generalizzato. Non discuteva la direttiva dello Stato, ma il dirigismo. Non avversava gli enti statali, ma la statizzazione dell’economia.
In contrapposizione allo Stato da qualche tempo sembra di moda invocare il principio di sussidiarietà, non comprendendo che questo si integra, se correttamente inteso, in un universo politico incentrato sul riconoscimento della res publica all’interno della quale vivono ed operano i corpi intermedi come cellule dello Stato dei cittadini e non dello Stato-Leviatano.
La sussidiarietà non può essere vista o sentita, neppure propagandisticamente, come “alternativa” allo Stato, ma tuttalpiù come superamento delle degenerazioni dello statalismo prodotte dalla pratica partitocratica, come sosteneva Sturzo, ma come sostenevano anche Carlo Costamagna, Giuseppe Maranini, Panfilo Gentile, Lorenzo Caboara, vale a dire esponenti della cultura cattolica, nazionale, liberale ed antipartitocratica.
Dalla Rerum novarum alla Quadragesimo anno, dalla Pacem in terris alla Centesimus annus non c’è stata enciclica papale che non abbia fornito una definizione della sussidiarietà in rapporto alle strutture statali, riconoscendo, con tutta evidenza, le strutture pubbliche, e dunque statali, in stretta connessione con quelle private in un armonico rapporto non soltanto economicistico o mercantilistico, come oggi si tenta di far credere.
Proprio la Centesimus annus di Giovanni Paolo II (maggio 1991) è l’esplicitazione di questa concezione sommariamente riferita. Dopo aver rilevato che lo Stato, per sua natura, “non potrebbe assicurare direttamente il diritto al lavoro a tutti i cittadini senza irreggimentare l’intera vita economica e mortificare la libera iniziativa dei singoli”, il Pontefice aggiungeva che ciò non vuol dire che lo Stato “non abbia alcuna competenza in questo ambito, come hanno affermato i sostenitori di un’assenza di regole nella sfera economica.
Lo Stato, anzi, ha il dovere di assecondare l’attività delle imprese, creando condizioni che assicurino occasioni di lavoro, stimolandola ove essa risulti insufficiente o sostenendola nei momenti di crisi”. Ancora, secondo Giovanni Paolo II, lo Stato “ha il diritto di intervenire quando situazioni particolari di monopolio creino ostacoli per lo sviluppo” come, ad esempio,nello Stato assistenzialista di tipo socialdemocratico”una società di ordine superiore – sosteneva Papa Wojtyla – non deve interferire nella vita interna di una società inferiore privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità e di aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali in vista del bene comune”.
Il principio di sussidiarietà ha attraversato la cultura politica del Novecento senza contrapporsi allo Stato. Persino nella “Carta del Lavoro” documento non certo espressione di un regime democratico, viene riconosciuto che “l’intervento” dello Stato nella produzione economica ha luogo soltanto quando manchi o sia insufficiente l’iniziativa privata o quando siano in gioco interessi politici dello Stato”, soltanto in questa occasione l’intervento “può assumere la forma del controllo, dell’incoraggiamento e della gestione diretta”.
Dunque, contrapporre allo Stato il sistema delle autonomie è un altro modo per alimentare la sfiducia nella sua necessità e riguardarlo, nella migliore delle ipotesi, con diffidenza. Nell’evoluzione del pensiero conservatore, è stata di recente rilanciata la complementarità dello Stato con la società, riproponendo in salsa britannica la sussidiarietà.
Ne è venuto fuori un contributo originale alla politica sintetizzato nella formula di Big Society, la sostituzione cioè di una filosofia politica con un’altra. “Dall’idea – si legge nel documento dei Tories di qualche decennio fa – che il ruolo dello Stato sia quello di indirizzare la società ed in parte occuparsi dei pubblici servizi, all’intuizione che il ruolo dello Stato sia quello di rafforzare la società e rendere servizi pubblici al servizio dei cittadini che li usano”.
L’obiettivo è quello di trasformare un grande governo in una Grande Società. Se lo Stato è divenuto, nell’arco di mezzo secolo, terreno per scorribande di lanzichenecchi assetati di potere e per nulla dediti alla ricerca del bene comune, non è un buon motivo per metterne in discussione l’essenza che risiede nel riconoscimento del dovere di anteporre nella gestione della cosa pubblica la salvaguardia dell’interesse generale a quello personale o di fazione.
Se lo Stato operasse nel modo migliore possibile, probabilmente si riuscirebbe ad intravvedere una prospettiva di ricomposizione tra interessi privati e spirito pubblico; a determinare la classe dirigente a favorire un autentico percorso di pacificazione tra gli italiani in nome di una storia comune; a rimuovere gli ostacoli che impediscono l’ammodernamento delle istituzioni sociali ed economiche del nostro Paese, oltre, naturalmente, alle strutture civili. Per fare tutto questo lo Stato va ripensato e riconquistato innanzitutto ispirando l’opera riformatrice ad un’etica repubblicana fondata sulla responsabilità e sul sentimento del “bene comune”.
Istituzioni non soltanto efficienti, ma “moralmente” coerenti con le esigenze dei tempi dovrebbero essere modellate da riformatori consapevoli secondo un disegno nel quale i diritti di libertà si coniughino con il dovere dell’autorità di regolamentarli e difenderli.
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