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La riflessione

Overturismo? A Napoli è sempre San Giuseppe

Troppe le criticità remote, recenti e presenti, che pesano tanto a cominciare dai cantieri sparsi

Overturismo? A Napoli è sempre San Giuseppe

Napoli, racconta la “Chronica di Partenope”, fin dal ‘300 “Have acquistato, intra le città del mondo, fama grandissima per la moltitudine dei cavaleri et de la loro pompa”, da meritarsi, in seguito, nel ‘600, addirittura il titolo di “Città dei forestieri”. Fama che si accrebbe nel secolo successivo. Nel suo “Viaggio in Italia”, Wolfgang Goethe cosi scriveva del suo soggiorno a Napoli: “Martedì 19 agosto 1786. Oggi è stata la festa di San Giuseppe, patrono di tutti i friggitori, ossia di quelli che commerciano in paste fritte, del genere meno fino, s’intende. Poiché sotto l’olio nero che frigge si alzano delle grandi fiammate, tutti i tormenti del fuoco entrano nella giurisdizione di costoro. Grandi padellepoggiano davanti a ogni porta su leggere fornacelle, un garzone fa delle ciambelle e le getta nell’olio di grasso bollente.

Accanto alla padella, un terzo ritira, mediante un forchettone, le ciambelle mano mano che escono fritte, le passa a un quarto sulla punta diun altro forchettone, e quest’ultimo le offre ai passanti. Angeli, cuochi tutti strillavano, perché ogni sorta di frittura si vende in questo giorno più a buon mercato”. Sono passati quasi due secoli e mezzo e a Napoli è sempre San Giuseppe, tuttora tale e quale, unquadro riscontrabile in larga parte della città con l’assedio dell’overturismo, in particolare lungo la sua ormai consueta“strada carovaniera” tra Lungomare Caracciolo, piazza Vittoria, via Calabritto, piazza dei Martiri, via Chiaia, via Toledo, piazza Municipio, piazza del Gesù.

Una fiumana che si riversa poi in Spaccanapoli e dintorni per spandersi nel centro storico più esteso d’Europa. Ma non è tutto oro ciò che riluce o a si vuol far rilucere nel palazzo. Manca ancora una strategia operativa per governare questi flussi e non aggravare ulteriormente la “questione urbana”già compromessa da decenni. A spiegarne il perché, è addiritturaun la Capria d’antan, che riconduce tutto a una storia lenta, poco a che fare con la volontà degli uomini e più invece con l’inconscio dei popoli. Che ha però a che fare con l’antropologia dei popoli, gli archetipi, i miti, le sopravvivenze, la lingua, le tradizioni e le superstizioni, con tutte quelle cose che concorrono insomma a formare la “mentalità”. Più forte della cultura e, che, nel corso dei secoli, si è affermata fino a diventare carattere negli individui e amodellare le forme della vita sociale”.

La mentalità è il vivere dei napoletani in una specie di prigione concettuale, la cui forma più evidente è la soddisfatta contemplazione di se stessi, dei loro personaggi e di tutto il resto. Da chiamare in causa oggi anche il fenomeno incontrollato dell’overturismo, nel declamarne trionfalmente i flussi al popolo, il loro moltiplicarsi a ogni vigilia di lunghi ponti, diventati viadotti e sorvolare poi su come contenerli, governarli per rispetto della sostenibilità, di cui ci si riempie la bocca, e dei residenti. Basta chiacchiere! Troppe le criticità, remote, recenti e presenti, che pesano tanto a cominciare dai cantieri sparsi e dispersi in un caos urbano con tavolate e abbuffate sui marciapiedi, ridotti a stretti sentieri.

Mentre regna un gigantesco ingorgo, che imporrebbe piani adeguati per fronteggiarlo, si assottiglia l’organico, già ridottissimo dei vigili urbani. Ma a preoccupare ancora una volta è “quell’endemico immobilismo” - già svelato in anni lontani sempre da La Capria -che aleggia tuttora sulla città, sulle sue strade, sui suoi vicoli,“un’immobilità percepibile”. Qualcosa rassomigliante a quella calma grigia e ovattata che qui chiamano “bafogna” e che di sorprendente ha l’assuefazione alle problematiche, rassegnazione a tutto, immobilità come ristagno di iniziative, incapacità di seguire un piano risolutivo di rilancio e di sviluppo. Altrove le realtà urbane e metropolitane di vecchi capoluoghi di provincia sono riuscite, nonostante emergenze a catena, a imboccare risolutive direttrici di sviluppo. Qui siamo ancora e sempre nel “guado del vago” beandosi d’essere diventati una gratificante ribalta di eventi internazionali mentre ci si condanna a unaquotidianità ingestibile e sempre più critica.

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