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LA RIFLESSIONE

Europa assente e divisa, irrilevante nei conflitti

Dalla storia qualche lezione può anche venire, se la si apprende molte volte, ma difficilmente la lezione si ripete, le successive dalla teoria si passa alla pratica e potrebbe non essere una pratica dolce

Europa assente e divisa, irrilevante nei conflitti

Ora che la fase più critica della situazione internazionale apertasi con l’attacco congiunto di stati Uniti ed Israele alla Repubblica Islamica dell’Iran sembrerebbe avviarsi verso, se non una ricomposizione, quanto meno un sensibile raffreddamento del conflitto, qualche lezione dalla storia potremmo cominciare a tirarla fuori.

Giusto per non lasciar sempre l’impressione di chi caschi dal pero o degli assertori di principi moralmente ineccepibili, ma politicamente insostenibili. Direi ancor più, per non lasciarci sempre sopravanzare dagli eventi, dovendo poi correre a ripari tanto improvvisati, quanto del tutto improbabili sulla media e lunga distanza. Bene.

Anzitutto, è da sciocchi disconoscere che sono ancora oggi gli USA, per potenza miliare ed economica, a dare le carte del gioco mondiale. Meglio: a poter creare scenari coinvolgenti l’intero scenario mondiale, senza che nulla possa farsi ad evitarlo. È difficile negare che l’intero mondo, ciascuna sua parte con i propri modi e con i propri mezzi, sia stata costretta ad intervenire nella vicenda del Golfo persico.

Dalla Cina all’India, dal Pakistan alla Russia, ognuno ha dovuto dare il suo contributo per concorrere a disinnescare il peggio. Si dirà, forse a ragione, ma sino ad un certo punto, che è stato da dissennati avviare quella guerra. Che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto menarsi a capofitto, con fare imperialista, in un conflitto i cui esiti erano del tutto imprevedibili e le cui conseguenze sull’economia del mondo erano probabilisticamente troppo rischiose per poterle mettere in conto. Si dirà.

Ma, per l’intanto la cosa è avvenuta e potrebbe anche ripetersi; poi, le ragioni d’un intervento di tal natura potrebbero essere in una logica di lungo periodo anche condivisibili, non so, né possiamo sapere, non avendo il quadro preciso degli elementi necessari a deliberare un giudizio.

Certo, quel che sappiamo è che l’Iran è uno dei fattori di destabilizzazione mondiale tra i più pericolosi del mondo e dunque un intervento che solo ne ridimensionasse le pretese, potrebbe aver avuto ed avere il suo senso. Difficile dire. Poi, abbiamo appreso anche che lo stato d’Israele è altro fattore di destabilizzazione dell’ordine geopolitico non trascurabile.

Ma questo lo si sapeva già, da almeno ottant’anni, solo che oggi le conseguenze della sua presenza nella zona mediorientale hanno assunto una potenzialità dirompente non più confinata al livello regionale – se mai lo è stata, sul piano economico – ma in grado di mettere in discussione gli equilibri globali, sia per la potenza degli armamenti, sia per l’obiettiva interconnessione di ogni processo politico ed economico del mondo.

Ma poi soprattutto abbiamo avuto piena conferma dell’insignificanza della vecchia Europa. Un’insignificanza sotto ogni profilo, incapace di contare né per disinnescare, né per contribuire a concludere. Semplicemente, una nullità assoluta. Le ragioni sono tante, ma un paio in particolare vanno messe in conto.

Certamente, ha contribuito alla nostra emarginazione la progressiva perdita di peso economico sui mercati mondiali, dovuta all’emersione di potenze della rilevanza della Cina e dell’India, che contendono predomini con gli Usa, non certo con noi. Ma due elementi sono a mio avviso ancor più determinanti.

In primo luogo, sul piano dell’influenza militare, siamo praticamente irrilevanti. In questi giorni, l’Italia s’è vantata d’avere una gran capacità nel cacciar le mine, prestazione che peraltro ha negato agli Stati Uniti, almeno sino ad ora. Ma la realtà è che l’Europa nella sua interezza, nulla conta sul piano militare.

S’è appurato addirittura che l’Inghilterra – che certamente Europa, geograficamente è – non è in grado di mettere in campo una credibile formazione marinara: l’Inghilterra, che col dominio sui mari ha costruito la propria potenza nel corso dell’età moderna e contemporanea. Ma, al di là della debolezza individuale dei singoli stati, il tema fondamentale è quello dell’incapacità di reazione collettiva delle nazioni europee in caso di necessità.

Semplicemente esse sono nulle, perdono tempo in incontri e riunioni e si fanno sbeffeggiare dall’alleato d’oltreatlantico, certo non esattamente un modello politico, ma almeno un capo in grado di dare ordini e vederli eseguire nello spazio di giorni od ore. Senza una capacità militare, gli spazi economici europei andranno sempre più riducendosi, non esistendo alcuna economia competitiva che non sia assistita dalla forza, anche solo potenziale, delle armi.

Ma poi c’è l’altro grande momento di debolezza, del quale noi soffriamo più di altri: ed è quello della dipendenza energetica. Non disporre di un’autonomia negli approvvigionamenti di ciò che serve a tenere in piedi un Paese, significa deputarsi alla precarietà ed alla servitù, una servitù, peraltro, nei confronti di stati produttori che non sono di sicuro che democrazie mature o regimi stabili: si tratta di realtà politiche come l’Azerbaigian, la Russia, il Qatar, la Libia o il Kazakistan, insomma sistemi politici tra i meno affidabili e comunque non in grado di garantirci un orizzonte tranquillo.

Il che significa anche che – rischiando sul deficit energetico – l’Italia e gli altri Paesi europei a grave fabbisogno dall’estero, non sono neanche luoghi in cui gli investitori hanno particolare propensione a recarsi. Un’assoluta priorità è la sensibilizzazione della nostra comunità verso il nucleare, unica fonte energetica – come pacificamente riconosciuto – in grado di sopperire stabilmente alle necessità della produzione e della vita civile, assicurando autonomia.

Non se ne sente parlare, si parla piuttosto intensamente di chi dovrà essere il candidato premier del centrosinistra o delle ingerenze della famiglia Berlusconi nella vita di Forza Italia. Ci sono dei temi che vanno portati all’attenzione dell’opinione pubblica con gradualità e sistematicità, per evitare che cadano poi nelle mani di populisti ed agitatori, del tutto indifferenti alle sorti nazionali ed unicamente intesi a conquistare qualche spazio dell’agone politico, non essendo in grado d’occuparne di altri.

La politica, quella responsabile, dovrebbe seriamente dedicarsi a queste cose, perché dalla storia qualche lezione può anche venire, se la si apprende molte volte, ma difficilmente la lezione si ripete, le successive dalla teoria si passa alla pratica e potrebbe non essere una pratica dolce.

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