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Maduro: la dottrina Monroe, Trump e il nuovo vento di destra

Dare un colpo micidiale al regime venezuelano costituisce un avvertimento anche a Pechino e alla stessa Mosca

Maduro: la dottrina Monroe, Trump e il nuovo vento di destra

Il 2026 apre la pagina delle relazioni internazionali con la notizia della cattura di un tiranno latino americano, Nicolas Maduro, a conclusione di una perfetta operazione militare che risparmia al Venezuela una sanguinosa guerra con gli Stati Uniti, cui era ormai avviato, e una sanguinosissima guerra civile, ormai alle porte. E quasi preannunciata con il Premio Nobel  ‘strappato’ proprio a Donald Trump e consegnato a María Corina Machado, leader dell’opposizione democratica. Ma risparmia il Venezuela per il momento. Il contesto geopolitico spiega la situazione con i suoi rischi meglio, da un lato, dell’approvazione espressa da alcuni governi latino-americani ed occidentali e, dall’altro, dell’indignazione levatasi da Pechino e da Mosca, da Cuba e dall’Onu e dalla stessa Bruxelles. Piaccia o meno, erano stati messi ampiamente in conto dall’attuale amministrazione. A testimoniarlo le parole di Trump e del segretario di Stato, Marco Rubio: nei giorni scorsi di condanna del regime, di soddisfazione a commento del blitz.

Maduro catturato dalla stessa Delta Force che piombò nottetempo sul rifugio di Osama bin Laden: inesorabile come allora. Maduro, però, non è stato eliminato: come il panamense Manuel Noriega, verrà giudicato da un tribunale Usa. E destinato a scrutare il cielo attraverso una grata. Lo ha ben previsto il viceministro degli Esteri statunitense Christopher Landau: “Una nuova alba per il Venezuela, il tiranno è andato via, ad affrontare la giustizia per i suoi crimini”.  Maduro, un autista divenuto sindacalista, poi cane da guardia del dittatore Ugo Chavez e infine suo successore. Per una parte della popolazione, l’ultimo eroe - in ordine cronologico - nemico degli odiati yankees. Per l’altra, l’ennesimo “caudillo” latino-americano, nell’ordine che va dal peggio al pessimo.

Le incognite sono molte. Dentro e fuori il Venezuela. Come reagirà il regime per sopravvivere dopo la cattura del capo e con i raid che continuano a colpire porti, petroliere, motoscafi dei narcos? E come si muoverà l’opposizione democratica, conscia che a Washington sono restii a far posare gli stivali dei soldati al suolo? Basterà il supporto di quanti, all’interno stesso del regime, hanno supportato silenziosi l’operazione Usa?  C’è da aggiungere, tuttavia, che Trump è stato, sì, eletto e poi rieletto sull’onda del neo-isolazionismo che aveva nutrito la classe operaia condannata da una globalizzazione a senso unico filo-cinese, ma s’è reso conto da tempo che prosperità e sicurezza interna non sono disgiunte dal ruolo e dalla proiezione internazionale dell’impero.

Questa coscienza lo spinge al tentativo di recupero della Russia, al sostegno di Israele, alla lotta contro la tirannia degli ayatollah e il terrorismo contagioso dell’Isis, contro l’avvelenamento da droghe la cui produzione è crescente in Centro e Sud America come in Asia. Da qui, anche il confronto con la Cina nell’Indo-Pacifico e il nuovo ‘containment’ del suo espansionismo strategico che s’accompagna con quello commerciale finanche nel continente americano, dal canale di Panama in giù, a sfidare la “dottrina Monroe”che dal 1823 indirizza la politica estera della Casa Bianca nel cortile di casa ed oltre, fino ai confini meridionali dell’Argentina.

“Valuteremo se Maria Corina Machado sarà in grado o meno di avere successo”, ha affermato il capo della Casa Bianca. I rischi, certo, non mancano. E pesano sulla bilancia delle valutazioni. L’irritazione di Mosca è significativa ma la pace dietro l’angolo in Ucraina è oggi probabilmente più importante agli occhi del Cremlino. L’unico, serio rischio è una possibile reazione di Pechino, proprio all’indomani delle esercitazioni militari attorno a Taiwan, mai così estese e minacciose. Tanto più serio, il rischio, considerando le attuali relazioni tra la Cina e una Russia che l’Unione europea e gli Stati Uniti di Barak Obama e di Joe Biden hanno spinto tra le sue braccia. La riconoscenza potrebbe avere un costo.

In ogni caso, dare un colpo micidiale al regime venezuelano costituisce un avvertimento anche a Pechino e alla stessa Mosca. E rappresenta forse un ultimatum per Cuba, al lumicino, letteralmente: dipendeva dalle forniture di petrolio venezuelano quel poco di elettricità e carburante che l’oligarchia post-castrista poteva dispensare a una popolazione orgogliosa e patriottica ma che sopravvive tra gli stenti.

Trump non ha predicato, né seminato invano in Centro e Sud America. Le sue spacconate, strumentali e ad arte, hanno nascosto agli occhi di molti il sisma politico che ha scosso il continente e fatto nascere governi di destra o centrodestra sulle ceneri di esecutivi e presidenti di sinistra o centrosinistra. Un vento di destra che ha portato, da ultimo, al potere in Cile un aperto nostalgico di Augusto Pinochet come José Antonio Kast, il quale ha letteralmente sepolto elettoralmente la rivale del partito comunista ricordando i successi economici e contro la criminalità del generale e il suo ritiro dopo la sconfitta in un referendum.

Prima di Kast, a ottobre, Rodrigo Paz ha spezzato in Bolivia il rosario ventennale di governi di sinistra. E a Kast e a Paz occorre aggiungere Javier Mileiin Argentina, Santiago Peña in Paraguay, José RaúlMulino a Panama, Rodrigo Chaves in Costa Rica, Daniel Noboa in Ecuador, Nayib Bukele a El Salvador. Pure l’Honduras pende verso il centrodestra. A sinistra restano Claudia Sheimbaun in Messico, Yamandú Orsi in Uruguay. E Lula da Silva in Brasile (mi si permetta di aggiungere: fortunatamente, dal momento che appare più ambientalista di Jair Bolsonaro).

L’unico augurio che si può dare ai venezuelani è di avere presto la possibilità di scegliere liberamente, attraverso una competizione davvero democratica, il presidente.

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