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La riflessione
17 Gennaio 2026 - 09:49
Ripartito il tormentone sulla legge elettorale, è ricominciata anche la ridda di ipotesi sulle relative tecnicalità e convenienze. Dalle une e dalle altre è meglio però tenersi alla larga per evitare di fraintendere le prime e toppare le seconde, come ben sa chi in passato ha ceduto alla tentazione di affrontare la prova del voto forte di norme sartoriali. In compenso, incuriosisce il confronto sul tema, ormai giocato su accenti e toni sempre più pallonari. Identico il linguaggio («la domenica sera si dovrà capire chi ha vinto e chi ha perso»), identico l’obiettivo («scongiurare ogni ipotesi di pareggio»), identica l’adrenalina da spogliatoio («siamo forti e non ci batte nessuno»). Un’assonanza rintracciabile anche nei rituali, compresa la conferenza stampa di presentazione del voltagabbana di turno che fa tanto calcio-mercato. Insomma, mancano solo Var e figurine Panini.
È il bipolarismo bellezza, direbbe qualcuno. E quindi nessuna meraviglia se la metà più appassionata (e interessata) dell’elettorato si va trasformando in tifoseria mentre la metà renitente alla metamorfosi corre ad affollare le già folte schiere dell’astensionismo. Si chiama polarizzazione e rappresenta una deriva della quale la politica farebbe bene ad occuparsi e forse anche a preoccuparsi se non vuole involvere nella caricatura di sé stessa. Purtroppo, i segnali che in tal senso arrivano dal Palazzo non sono incoraggianti. Tanto il premierato che ha in testa Giorgia Meloni quanto l’affannosa rincorsa sui 5Stelle da parte di una Elly Schlein «testardamente unitaria» autorizzano a ritenere che con premi di maggioranza e coalizioni conviveremo ancora a lungo. E poco consola che il governo abbia messo a bagmomaria l’elezione diretta del presidente del Consiglio se poi la maggioranza ragiona (e litiga) su una legge elettorale con tanto di nome del candidato a Palazzo Chigi stampato sulla scheda.
Chiaro l’intento: salvare la lettera della Costituzione senza rinunciare ad evocare lo spirito del premierato. Staremo a vedere. Ben più allarmante, in ogni caso, ci pare il fatto che l’ellum in gestazione sia il sesto della nidiata (dopo Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum, Rosatellumbis) in poco più di trent’anni e tutti impostati sul premio di maggioranza alla coalizione vincente. Un vero record, ma anche l’indizio di un accanimento terapeutico che lascia intravedere la difficoltà di distinguere la cura (il bipolarismo) dalla malattia (il bipolarismo). Sia chiaro, alleanze e maggioritario hanno fatto anche cose buone. Il Mattarellum che nel 1994 tenne a battesimo le prime elezioni post-Tangentopoli si rivelò decisivo nel passaggio dalla democrazia bloccata della Prima repubblica alla democrazia dell’alternanza della Seconda.
Così come va ascritto a suo merito l’avvio della costituzione materiale che ha archiviato la doppia conventio ad excludendum nei confronti di Msi e Pci. Oggi a Palazzo Chigi siede infatti Giorgia Meloni, già leader dei giovani missini, e prima di lei era toccato a Massimo D’Alema, ex capo della gioventù comunista. Nulla più di questa singolare simmetria riesce a rendere meglio la rivoluzione copernicana che ha portato gli esclusi della Prima Repubblica a diventare i protagonisti della Seconda. E da qui non si torna indietro. Tuttavia, a trent’anni e quattro leggi elettorali da allora (l’Italicum rimase sulla carta), è tempo di ammettere che qualcosa si è inceppato.
Nella testa dei protagonisti prima ancora che nei meccanismi normativi. Un esito paventato a suo tempo da Pinuccio Tatarella, tra i primi ad avvertire che il Mattarellum non si sarebbe limitato a introdurre una diversa tecnicalità elettorale ma avrebbe richiesto un radicale cambio di mentalità: sentirsi di governo anche all’opposizione poiché in una democrazia dell’alternanza i ruoli di minoranza e/o maggioranza non sono mai per sempre. Almeno in teoria. Nella pratica, invece, il conto che ci presenta la realtà è piuttosto amaro: si sta da opposizione anche in maggioranza. Esito fatale quando l’obiettivo della sfida consiste soprattutto nel non far vincere l’altro. E quando, pur di centrarlo, si assemblano alleanze che nei tornanti decisivi risultano più dettate dall’aritmetica che ispirate dalla politica: succede soprattutto a sinistra, ma anche un po’ a destra. Ma se tanto ci dà tanto, ha ancora senso continuare a intignare su maggioritario, coalizioni e polarizzazione? Sì, se l’obiettivo è la democrazia dei like.
Decisamente no, se il traguardo è una democrazia governante, basata su pesi e contrappesi tutti forti. Più la prima, pare di capire stando a quel che bolle nella pentola del Palazzo. Meglio la seconda, sembrano invece segnalare le sempre più disertate urne. Ma è proprio qui che il bipolarismo diventa un cane che si morde la coda, visto che è più “programmato” per lisciare il pelo alle rispettive “curve” che per scuotere gli indifferenti. È l’effetto collaterale della prevalenza della propaganda sulla politica: più la prima si radicalizza nella logica dell’“o di qua o di là”, più la politica si riduce ad un eterno derby tra il “noi” e il “loro” e, quindi, più le rispettive tifoserie si auto-percepiranno come gli interpreti più autentici dello spirito del tempo. In realtà è vero il contrario: il bipolarismo ha perso la sua linea di demarcazione (Silvio Berlusconi) ed ha esaurito la sua missione storica (estendere a tutti la legittimazione a governare). Sopravvive come simulacro di un contesto, il berlusconismo,ormai superato e di un’esigenza, l’alternanza al governo, definitivamente soddisfatta. Se a destra si fatica a prenderne atto è anche per l’odiosa discriminazione subita nel mezzo secolo di Prima Repubblica.
Ma chi ha buona memoria ricorda bene che non era il sistema proporzionale a ghettizzarla bensì la pregiudiziale antifascista condensata nella formula dell’“arco costituzionale”. Apposta il Msi si schierò contro il secondo referendum Segni, da cui nacque il Mattarellum. Le cronache dell’epoca raccontano che a fine legislatura i suoi deputati e i suoi senatori si diedero l’addio convinti che mai più si sarebbero ritrovati in un’aula parlamentare. Già, chi li avrebbe voluti come alleati? Ci pensò Berlusconi e vi tornarono in numero triplicato. A conferma che i sistemi elettorali vanno calati nel contesto politico e non solo astrattamente intesi. Una lezione tuttora attuale per chi pensa alla Terza Repubblica come ad un coniglio da estrarre dal cilindro del prestigiatore.
L’obiettivo della politica non è fare cose nuove, che è fatica da inventore, ma fare nuove le cose, che invece è mestiere del riformatore. Nuovo, ad esempio, diverrebbe il proporzionale della Prima Repubblica una volta saldato alla costituzione materiale della Seconda. Irrimediabilmente superata, al contrario, apparirebbe ogni soluzione incagliata su coalizioni irrisolte e su sistemi elettorali irranciditi e respingenti. Ne tenga conto soprattutto Fratelli d’Italia, una volta giunto davanti al bivio: o fondare una nuova fase candidandosi ad esserne il centro di gravità permanente, oppure, citando ancora Battiato, attardarsi a cercare l’alba della Terza Repubblica dentro l’imbrunire della Seconda.
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