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l'opinione
20 Gennaio 2026 - 10:36
Ricordare Bettino Craxi non significa riaprire una contesa del passato né indulgere in una memoria. Significa, piuttosto, interrogarsi su cosa sia stata l’Italia quando ha saputo esercitare pienamente la propria sovranità politica e su cosa sia diventata oggi, in un contesto internazionale segnato da nuove dipendenze, fragilità strategiche e assenza di visione. La proposta avanzata in queste ore da Bobo Craxi e sostenuta da Enzo Maraio, dalle colonne de L’Avanti, un busto o una statua a Sigonella, va letta esattamente in questa chiave. Non un’operazione celebrativa, ma un atto simbolico dal forte valore politico e istituzionale. Sigonella non è un luogo neutro: è il teatro di uno dei momenti più alti della Repubblica nella gestione dei rapporti internazionali. Lì, nell’ottobre del 1985, l’Italia seppe affermare un principio semplice e oggi quasi dimenticato: l’alleanza non coincide con la subordinazione. La politica estera non si costruisce contro il diritto.
Il caso Sigonella rappresenta un unicum nella storia recente del Paese. Un’Italia saldamente collocata nel campo occidentale, fedele all’Alleanza Atlantica, ma capace di dire no agli Stati Uniti in nome del diritto, della propria sovranità e della dignità delle istituzioni. Non antiamericanismo, come opportunamente ricorda Maraio, ma autonomia. Non rottura, ma rispetto reciproco. Un equilibrio complesso, che presuppone leadership politica, autorevolezza internazionale e una chiara idea di Stato. In questo senso, il richiamo di Bobo Craxi a un busto dedicato al padre a Sigonella assume un significato che va ben oltre la dimensione affettiva. È il tentativo di riaprire una riflessione collettiva su cosa abbia significato, per l’Italia, essere un soggetto politico e non un semplice attore di contorno. Quando Craxi affermava che il Paese poteva “tenere testa al proprio alleato americano”, non rivendicava uno scontro, ma una parità morale e politica fondata sulla forza delle istituzioni.
Non è un caso che, in queste settimane, il discorso del 1992 sulla crisi europea e sui parametri di Maastricht sia tornato virale. Quelle parole, spesso semplificate o strumentalizzate, non erano una condanna dell’Europa in sé, ma una critica alla rinuncia della politica a governare i processi economici e monetari. Craxi intravedeva il rischio di un’Europa senza sovranità politica, prigioniera di vincoli tecnocratici: una previsione che oggi, alla luce delle difficoltà dell’Unione nel parlare con una voce sola, appare tutt’altro che infondata.
Il punto, dunque, non è “riabilitare” Craxi come uomo, questione superata, ma riaffermare un principio politico: l’idea che lo Stato debba saper esercitare la propria autonomia nelle alleanze, difendere il diritto internazionale e rivendicare il proprio ruolo nello scenario globale. È questo il messaggio attualissimo che un simbolo a Sigonella potrebbe trasmettere alle nuove generazioni. Per questo l’appello rivolto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, allo stesso ministro Crosetto, non è improprio né strumentale. A chi oggi rappresenta lo Stato italiano, e rivendica una tradizione politica forte e identitaria, si può legittimamente chiedere se non sia il momento di riconoscere quella lezione di sovranità. Non per nostalgia, ma per responsabilità. Non per il passato, ma per il futuro.
In un tempo in cui l’Italia fatica a definire una propria postura internazionale e l’Europa appare spesso incapace di autonomia strategica, ricordare Sigonella significa ricordare che un’altra Italia è stata possibile. E che, forse, può tornare ad esserlo.
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