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Referendum giustizia: chi ha paura della riforma?

La riforma lascia invariato il primo comma dell’articolo 104 della Costituzione che garantisce autonomia e indipendenza della magistratura

Referendum giustizia: chi ha paura della riforma?

Facciamo subito chiarezza: con buona pace dei promotori del “no” al prossimo referendum, la riforma della Giustizia lascia invariato il primo comma dell’articolo 104 della Costituzione che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Fateci caso, però, è sempre la stessa storia. Ogni volta che un Governo di centrodestra mette in campo una riforma della giustizia, ecco che riparte il coro: vogliono mettere il bavaglio ai giudici, vogliono comprimere il ruolo dei magistrati nell’impianto costituzionale, vogliono favorire influenza e interferenze della politica sul sistema giudiziario. Niente di più falso e sbagliato. Semmai è vero il contrario. Oggi è proprio il giudice libero da vincoli correntizi ad essere prigioniero di un sistema che fa acqua da tutte le parti, mortificando innanzitutto il merito individuale.

Ma andiamo ai fatti di questa riforma e, in particolare modo, alle sue finalità. L’introduzione della separazione delle carriere di giudicante e di inquirente - cui peraltro la riforma, nel rispetto delle previsioni costituzionali, riconferma uguali guarentigie e diritti - assolve l’unica funzione di metter fine ad un incrostato meccanismo di inevitabili condizionamenti legati alla logica della colleganza e dell’alternanza del ruolo dei magistrati - di volta in volta pm o giudicanti - dando finalmente attuazione compiuta ad un precetto costituzionale troppo spesso dimenticato: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale” (art. 111, co. 2). Difficile sostenere, del resto, che il Codice di Procedura penale entrato in vigore ormai vari decenni non abbia costruito un assetto processuale che dà esecuzione proprio a questo precetto, prevedendo che il magistrato che svolge la funzione di pm, posto sullo stesso piano della difesa, svolga il compito di sostenere l’accusa, mentre il magistrato giudicante è il giudice terzo che decide.

La riforma finalmente chiude questo percorso, dandogli compiuta attuazione: libera il giudice terzo da una, anche solo potenziale, ambiguità di relazione col pm, dovuta alla comune appartenenza, ne rafforza l’autorevolezza e la percezione di imparzialità rispetto alle parti processuali e ancor di più dell’opinione pubblica. Non credo sia un caso che si debba proprio alle Sezioni Unite della Cassazione questa rigorosa ricostruzione della funzione del magistrato, fuori e dentro il processo: l’esercizio della funzione giurisdizionale impone al giudice il dovere non soltanto di “essere” imparziale, ma anche di “apparire” tale; gli impone non soltanto di essere esente da ogni “parzialità”, ma anche di essere “al di sopra di ogni sospetto di parzialità”. Mentre l’essere imparziale si declina in relazione al concreto processo, l’apparire imparziale costituisce, invece, un valore immanente alla posizione istituzionale del magistrato, indispensabile per legittimare, presso la pubblica opinione, l’esercizio della giurisdizione come funzione sovrana: l’essere magistrato implica una “immagine pubblica di imparzialità” (sentenza 14 maggio 1998, n. 8906).

In definitiva, questa riforma rappresenta un fondamentale passo per garantire al cittadino non solo la “sostanza”, ma anche la percezione di poter sempre contare su un verdetto di giustizia giusta. Passando agli altri profili della riforma, mi duole dirlo, ma la contrarietà rispetto all’altro punto cruciale - introduzione di 2 Csm (uno per i magistrati giudicanti, l’altro per gli inquirenti) e sorteggio dei componenti - dovrebbe francamente imbarazzare le coscienze di chi la sostiene. Infatti, va superata una scelta - quella elettiva - che in origine era necessaria per individuare la provenienza dei singoli consiglieri ed impedire lo strutturarsi di pericolose forme di consociativismo, commistioni o ingerenze politiche che sarebbero potute arrivare dall’esterno. È accaduto esattamente il contrario. Quel meccanismo di difesa dell’autonomia da spinte esogene si è tramutato nel corso del tempo in un sistema in cui l’attacco all’indipendenza del singolo magistrato è stato portato proprio dall’interno per l’azione delle diverse correnti dell’Anm.

Queste, nei fatti, si sono trasformate in veri e propri gruppi di potere che, attraverso l’elezione dei propri esponenti nel Csm, hanno costruito un articolato meccanismo di controllo delle carriere, di affidamento degli incarichi direttivi, di gestione delle procedure disciplinari dei magistrati. Un sistema, a dir poco opaco, nel quale lo spazio per la valutazione del merito si è progressivamente ridotto sino a divenire quasi impalpabile. Forse siamo soltanto noi a ricordare le paginate di giornale con le intercettazioni del caso Palamara e la vergognosa spartizione di posti ed incarichi tra i componenti delle varie correnti del Csm? Ebbene, sfido chiunque a documentare che, da allora, qualcosa sia cambiata. Del resto, le “anime candide” che difendono ancora oggi questo sistema si sono forse accorte che nessuno dei giudici protagonisti di quella vicenda, per esempio, ha mai ricevuto dal Csm alcuna sanzione, anche solo minima, per essere stati artefici di un autentico “mercato delle vacche”? Pienamente condivisibile anche la scelta di introdurre il sorteggio dei componenti dei due distinti Csm che rappresenta una garanzia di trasparenza senza inficiare, certo, la qualità di quel consesso.

Infatti, si può seriamente sostenere che colui che è chiamato ad amministrare la giustizia, a scrivere una sentenza, a decidere della libertà di una persona non abbia pure le competenze per selezionare un collega cui affidare la direzione di un ufficio giudiziario? Perché quel compito dovrebbe essere mediato dall’inserimento in una lista che prevede inevitabilmente la creazione di vincoli di appartenenza dei quali l’eletto potrebbe essere chiamato a render conto? Resta infine la questione legata all’introduzione di un’Alta Corte disciplinare chiamata a giudicare i magistrati. Anche qui le censure non paiono cogliere nel segno. A partire da un dato di fatto: in Italia, nel periodo che va dal 2017 al 2024, si sono avute quasi seimila ingiuste detenzioni. Lo Stato, e quindi i cittadini, hanno dovuto pagare ben 254 milioni di euro di risarcimento a queste vittime di giustizia! Ebbene, sapete quanti magistrati hanno ricevuto sanzioni (per lo più blande) per il danno procurato? Appena nove. Difficile non cogliere in questo enorme squilibrio numerico il peso di una indebita ed eccessiva tutela corporativa.

Stando così le cose, l’iniezione di soggetti competenti, scelti dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento (non dal Governo) - lasciando peraltro che la maggioranza dei componenti sia comunque composta da magistrati appartenenti ai 2 ordini - non rappresenta una forma di efficientamento e qualificazione del meccanismo? Io credo proprio di sì. Mi sia concessa una considerazione conclusiva. Da decenni tutti si affannano a lamentare il malfunzionamento della giustizia in questo Paese ma poi, nei fatti, ogni progetto di riforma è puntualmente stato frenato. Il tentativo di queste settimane di avvelenare i pozzi raccontando mezze verità, distorcendo i fatti, minimizzando le responsabilità e evocando attentati alla Costituzione, va fermato con la forza della verità e con la chiarezza delle argomentazioni. Ed è quello che la Lega, su impulso di Matteo Salvini, da sempre in prima linea nella rivendicazione di una giustizia giusta, e l’associazione “Lettera 150” guidata dal ministro Giuseppe Valditara stanno facendo anche attraverso iniziative, aperte e non settarie, per spiegare le ragioni di quella scelta di civiltà e di dignità che impone di votare “sì” al referendum della prossima primavera.

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