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l'opinione
26 Marzo 2026 - 10:22
Elly Schlein
Il voto di domenica e lunedì ha rappresentato un terremoto politico di notevoli dimensioni. La straordinaria affluenza e la incredibile partecipazione di tanti giovani alle urne, hanno determinato la vittoria del No. Una campagna elettorale, quella referendaria, senza esclusione di colpi con toni talvolta sopra le righe da entrambe le parti ma che ha avuto comunque l'effetto di mobilitare oltre 27 milioni di italiani. E quando il popolo si esprime, il palazzo deve ascoltare. Per il Presidente Meloni si tratta della prima vera sconfitta elettorale. Ci ha messo la faccia, le va dato atto. Si è spesa e ha battagliato spesso in solitudine soprattutto negli ultimi giorni. Ma non è bastato. Anzi. La sua sovraesposizione ha determinato un effetto abbastanza chiaro: il quesito referendario e il tema stesso della separazione delle carriere sono spariti dal quadro. Il voto sulla riforma Nordio si è trasformato in un voto sul Governo e sul Presidente del Consiglio.
Successe la stessa identica cosa nel 2016 quando, a farne le spese, fu Matteo Renzi e la sua proposta di riforma costituzionale. Nessuno si dovrebbe scandalizzare, quindi, se anche stavolta sia accaduta la medesima cosa. Il Premier Meloni ha sottolineato più volte che se anche avesse vinto il No, lei non si sarebbe dimessa.
Questa mossa, che io condivido a dire il vero, non è servita a smobilitare le "truppe" a lei avverse che hanno inteso comunque dare un segnale chiaro al Governo da lei guidato. Era inevitabile. I venti di guerra colpiscono la nostra economia, su benzina e bollette non si è visto un intervento efficace, e in generale l'abbraccio con Trump ha finito per diventare controproducente per la Meloni.
C'è poi, basta analizzare il voto, la grande delusione per il centrodestra per i risultati che arrivano da tutto il Sud in particolare da Calabria e Sicilia dove il SÌ sperava in una affermazione larga.
Napoli, poi, è la capitale del No a dimostrazione del fatto che la debolezza della classe dirigente della maggioranza di governo all'ombra del Vesuvio si mostra ancora una volta in tutta la sua evidenza.
Ed davvero grave che il 75% dei napoletani che hanno votato contro la Riforma vengano additati, come pure qualche commentatore ha fatto, come "vedove del reddito di cittadinanza". Un giudizio sommario e ingeneroso che non rappresenta certo un buon viatico per il centrodestra se davvero vuole essere (o almeno provare a...) competitivo per le Comunali del prossimo anno.
Nel frattempo, a Roma, gli effetti del voto già si vedono: alle dimissioni di Delmastro e Bortolozzi ieri sera si sono aggiunte quelle attese del
ministro Santanchè a dimostrazione che il quadro politico è in continua evoluzione e nessuna ipotesi è veramente esclusa.
Se è comprensibile il giubilo delle opposizioni non farei, fossi in loro, una analisi semplicistica di quanto è successo. I 15 milioni di italiani che hanno votato No non rappresentano automaticamente i voti sui quali poter contare alle prossime elezioni politiche. In quei No ci sono, come detto, tantissimi ragazzi che hanno trovato nella difesa della Costituzione un filo comune sul quale unirsi e muoversi. In quei No ci sono tanti elettori del centrodestra (come nei Sì tanti di centrosinistra a dire il vero) che hanno a cuore l'indipendenza fra politica e magistratura, che sono probabilmente delusi dal "loro" Governo ma che non è affatto scontato che votino "contro" la Meloni anche alle prossime elezioni.
All'opposizione, che naturalmente e giustamente saluta con soddisfazione la vittoria referendaria, serve una agenda di Governo con pochi punti chiari e precisi. Non le 200 pagine del programma del 2006, l'ultima volta che il centrosinistra vinse le Politiche salvo poi crollare pochi mesi dopo. Ma un progetto per il Paese che tenga insieme diritti e doveri merito e bisogni e sappia parlare ai giovani che hanno dimostrato di poter essere determinanti. Centralità dei Comuni, investimento serio in istruzione e innovazione, grande attenzione alle fasce più povere del paese con un radicale e robusto sostegno al sistema sanitario al collasso. E ancora una sburocratizzazione radicale che stimoli lo sviluppo e la defiscalizzazione per le imprese che vogliono assumere, specie al Sud, e che garantiscano lavoro stabile e sicuro.
Sono solo alcuni dei punti sui quali non basta dire No. Adesso servono dei Sì. Anche a Sinistra.
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