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IL QUARANTENAMERONE

Come al Cairo, a Creta... una vita fa

Il sole rimbalza dietro i vetri della veranda, il vento agita gli alberi di limone in giardino, nel pieno centro di Napoli, una casa antica.Un elicottero turba il silenzio irreale di quell’attimo di quiete apparente. «Pronto sì, no non usciamo da più di 20 giorni, la spesa me la consegnano a casa, poi disinfetto tutto, mia figlia dice ‘con calma maniacale’… sì, ciao». Calma, un esercizio di equilibrio instabile. Ovunque cucinano, ma bisogna essere attenti e essere come guerrieri, non cedere neanche alle lasagne, mens sana in corpore sano, ho cominciato a pensarla così mesi fa, appena saputo che avrei dovuto operarmi, un’altra guerra… Mi manca andare in edicola, in libreria e poi a piazza dei Martiri alla Caffettiera, incontrarmi con le persone care. Ricordo, un’altra vita, tempo fa… durante la rivoluzione del Cairo, la sera a casa a cucinare, i primi giorni, per rimanere sveglie e sorvegliare le tante finestre e balconi… in strada centinaia di persone correre e urlare. Piazza Tahrir, qualche amico egiziano mi ha chiamato, informandosi sulla salute mia e dei miei cari…Un’altra vita fa, a Creta di sera a danzare il Sirtaki, i miei piedi inciampare in quei passi antichi, tra ulivi millenari sotto una luna piena.La mattina la fila ai bancomat, c’era un’economia in ginocchio e tanta dignità, quest’anno dovevo tenere dei seminari, proprio a Creta, mi hanno chiamato premurosi, invitandomi appena posso. Adesso ho ripreso le mie lezioni, allo Iuad e a Belle Arti, lezioni online, … tante ore seduta con una ferita che fa ancora male, ma i ragazzi hanno bisogno di normalità, ed io di sentirmi utile, e di ‘fare’. «Pronto, sì va bene, …i cani? usiamo le traversine ed escono fuori al terrazzo, no non mi pesa». Sembra una vita, contrazione di tempo, una ferita del cuore. Mi mancano i baci e ancora di più gli abbracci, ma anche le strette di mano, uno sfiorarsi leggero, un buffetto sulle guance. Sono tornata dall’ospedale dopo pochi giorni, ma abbastanza per trovare una città cambiata, diventata quasi una quinta teatrale, i balconi la sera un palcoscenico improvvisato. Molti hanno criticato questi episodi, io vi ho visto la volontà di sentirsi parte di un tutto, che andava sgretolandosi. Inutile illudersi, non saremo più come prima, ma spero migliori. Abbiamo subito tutti un trauma, l’unico modo per riparare è creare, ricreare con nuove priorità un’umanità più sensibile, più ‘aperta’ all’altro, al ‘diverso’ da noi, che abbiamo scoperto così simile, così vicino. un paradosso affascinante, questa prigionia che diventa invece maggiore empatia, partecipazione, solidarietà e apertura. Intanto l’aria a causa del fermo delle attività, è ‘stranamente’ limpida, l’odore dei fiori, anche qui in città, più forte e intenso. Intanto ecco che le ‘spese sospese’ hanno sostituito il ‘caffè sospeso’, bisogna aiutare chi non ce la fa, nessuno finge di non vedere e non sapere. Negli ospedali c’è chi, con pochi mezzi, combatte ogni giorno, medici, infermieri, operatori tutti, che bella umanità. Grazie a Dio, ce la faremo.

(L'opera in foto è "Cyberdune" di Carla Viparelli)

Ci mancano i baci, gli abbracci, le carezze? E persino i “paccheri” e i pizzichi? Le parole, con la loro magia, possono restituirceli attraverso un racconto. La strategia è vecchia ma sempre valida, quella del nostro Boccaccio: dare spazio alla fantasia e narrare una storia al giorno, così la quarantena sembrerà più breve. Dopo il Decamerone è tempo di scrivere il “Quarantenamerone”: saranno i lettori, con i loro racconti, a farlo inviando il loro scritto all'indirizzo armida.parisi@ilroma.net. Due i vincoli: la lunghezza e l’argomento. Il racconto dovrà essere lungo tremila caratteri, spazi inclusi, e ispirato al tema “Baci, abbracci, paccheri e pizzichi”. La redazione selezionerà i migliori e li pubblicherà sulla pagina culturale del quotidiano e sul sito, dove il testo è arricchito dalla riproduzione di un’opera dell’artista Carla Viparelli in sintonia con il tema proposto. 

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