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I PERSONAGGI
13 Luglio 2021 - 20:11
Lello Antonelli (nella foto), come lo chiamano tutti, è considerato dagli addetti ai lavori non solo un grande sarto ma è un arbiter elegantiarum. È stato membro dell’Accademia Nazionale dei Sartori quale componente della Regione Campania. Ha vinto il concorso “Manichino d’oro 2009” e vincitore più volte del Premio Forbici d’oro di cui è stato anche il direttore nazionale. Ha l’hobby del paracadutismo, la passione per la cucina e ama gli animali. «Sono nato nel cuore di Napoli, a piazzetta Matilde Serao, quartiere San Ferdinando-Chiaia. Dopo 17 mesi dalla mia nascita un ictus stroncò la vita di mio padre, ragioniere capo al Banco di Napoli, lasciando mia madre sola con quattro bambini, il primo di 4 anni e l’ultimo di 4 mesi. Mamma fu costretta a rimboccarsi le maniche e poiché era una validissima sarta, si mise alla ricerca di lavoro. Abitando vicino al teatro San Carlo, si propose come sarta e fortunatamente riuscì ad avere i primi abiti da confezionare. L’accudimento della casa, i bambini da crescere e l’impegno come sarta le comportarono enormi sacrifici e lunghe nottate sulla macchina per cucire per rispettare le consegne. In questo modo riuscì a tirare avanti dignitosamente la famiglia. Nel 1964 il lavoro diminuì drasticamente e non avendo altre risorse ci ritrovammo in grosse ristrettezze economiche. Senza potere fare affidamento sull’aiuto di qualche parente o amico, mia madre disperata prese la più penosa decisione: il collegio per noi figli. Cosi fummo sistemati in tre istituti diversi. Mio fratello Salvatore, il più piccolo, e io fummo ospitati dalle suore di Santa Maria del Pozzo, mentre mio fratello Pietro, primogenito, fu accolto dai preti del collegio di Colleferro; mia sorella Maria fu assegnata al collegio delle suore di Parolisi. Trascorsero quattro lunghi anni che per noi costituirono un periodo di grande sofferenza».
Quando rientrò a casa?
«Il ritorno da mamma fu una grande liberazione. Ma le difficoltà economiche, purtroppo, sussistevano come per il passato. La famiglia materna questa volta decise di aiutarci in qualche modo. Ai miei fratelli fu trovato un lavoro, anche se precario, che avrebbe permesso di alleviare i disagi familiari. Per me fu trovata la sistemazione come apprendista presso il maestro Fortunato Salviati, titolare di una nota sartoria nella Galleria Umberto I° di Napoli. Avevo 12 anni e iniziai a tenere il ditale al dito medio per compiere il primo passo per imparare il mestiere di sarto: come tenere l’ago in mano».
Continuava a studiare?
«Mi dividevo tra la scuola al mattino e la sartoria al pomeriggio. Erano dodici ore piene di impegno. Ricordo che il mio compenso settimanale era di 2.500 lire. Giorno dopo giorno cominciavo ad appassionarmi a quel mestiere che avevo intrapreso per necessità e che in seguito avrebbe segnato il mio futuro. In me divenne forte il desiderio e la volontà di migliorare e mettere, saggiamente, a frutto gli insegnamenti del mio maestro che mi ripeteva sempre che nel mestiere del sarto non si finisce mai di imparare».
Quando realizzò il suo primo capo?
«A 18 anni riuscii a finire il mio primo capo: la giacca di sartoria napoletana. Questo non fu un traguardo, ma soltanto una tappa. Dovevo fare ancora tanta strada. Venne il periodo del servizio militare che feci come paracadutista. Quando ritornai “borghese” mi rimboccai le maniche ed ancora più determinato iniziai ad imparare il “lavoro” del gilet e dei pantaloni senza abbandonare quello dei capispalla, cioè dei capi d’abbigliamento che vestono le spalle: giacche, soprabiti, impermeabili e cappotti. Andavo avanti a ritmo serrato per 12/15 ore al giorno, dividendomi tra il lavoro di sartoria fino alle venti e poi passavo a lavorare su gilet e pantaloni per impadronirmi al meglio del mestiere. Furono anni di duro lavoro».
Quanto durò la sua gavetta?
«Dopo sedici anni di “apprendistato” nelle più note botteghe sartoriali di Napoli, tra via dei Mille, via Chiaia, via Toledo e presso il maestro Antonio Cianniello al Vomero, a ventotto anni, preso da uno spirito di indipendenza, spavaldamente decisi di mettermi in proprio e diventare imprenditore di me stesso. Nel 1980 aprii il mio laboratorio a Montesanto, in via Giovanni Ninni 9, in un locale di proprietà dell’Arciconfraternita dei Pellegrini».
Incontrò difficoltà?
«Purtroppo la mia decisione si rivelò affrettata e poco ponderata perché ebbi subito difficoltà ad affrontare le spese necessarie per mantenere la bottega. Erano gli anni Ottanta, il lavoro sartoriale era in calo ed io per tirare avanti mi misi a fare gli aggiusti per importanti negozi di abbigliamento di Napoli. Poi, un giorno, la fortuna bussò alla mia porta. Venne un nuovo cliente».
Chi era?
«Era il dottore Michele Porcini, un medico molto distinto. Mi ordinò dei pantaloni su misura e quando glieli consegnai rimase talmente soddisfatto che seduta stante mi chiese di confezionargli un abito completo: giacca, pantalone e gilet. Ero entusiasta per quell’occasione di lavoro, ma poi fui preso un po’ dal panico per l’impegno che dovevo affrontare. Non volevo assolutamente deludere le aspettative del mio cliente, e per non sbagliare, poiché nel taglio non mi sentivo ancora sicuro, chiesi aiuto a più di un collega. Ma chi per una ragione, chi per un’altra, o magari anche per gelosia di mestiere, nessuno accettò di darmi una mano. Fortunatamente incontrai un mio caro amico, anche lui sarto, il compianto Nicola Vassallo, bravissimo nel suo lavoro di cucito e taglio. Gli esposi le mie difficoltà e lui subito si offrì di mettere a mia disposizione tutta la sua esperienza».
Fu l’incontro che determinò la sua svolta?
«Sì, perché poco dopo Nicola mi presentò Enzo Capuano, un suo amico, grande maestro di taglio che mi prese in simpatia. Mi mise a parte di tutti i suoi segreti del mestiere e mi insegnò tutto ciò che caratterizza l’abbigliamento classico maschile. Dalla giacca al tight, dal frac allo smoking, dai cappotti ai pantaloni e al gilet, tutto l’universo sartoriale passò sotto alle mie forbici. Non dimenticherò mai Nicola ed Enzo e sarò loro sempre grato».
Nel 2002 un altro passaggio determinante per la sua escalation.
«Mi presentai al concorso regionale “Forbici d’oro”, indetto dall’Accademia Nazionale dei Sartori presso il Circolo della Stampa di Napoli. Oltre al presidente dell’Accademia e agli accademici campani, c’erano tutte le massime autorità cittadine. Per me fu una grandissima emozione. Mi mettevo in gioco con altri giovani che come me sgomitavano per farsi conoscere a livello nazionale. Dopo aver consegnato il tracciato di giacca, pantalone e gilet, e presentato il capo fatto da me tutto a mano, il cuore mi batteva a mille. Quell’atmosfera mi stordiva, non mi sembrava vero. Era un sogno meraviglioso».
Come andò a finire il concorso?
«Dopo aver eliminato diciannove partecipanti su ventidue, mi ritrovai fra i tre finalisti. Non ci potevo credere, mi tremavano le gambe, mi sentivo paralizzato. Quando poi fu fatto il mio nome come vincitore del concorso, un pianto liberatorio allentò tutta la tensione accumulata fino a quel momento. Ricordo bene la motivazione: “Raffaele Antonelli vince la selezione regionale “Forbici d’oro” per l’anno 2002, per aver confezionato l’abito più elegante e più rappresentativo di una tradizione artigianale che proprio a Napoli ha uno dei suoi capisaldi”».
Che cosa provò?
«Come un film al rallentatore dinanzi ai miei occhi apparivano tutti i momenti belli e brutti della mia esistenza. Da quel giorno la mia vita lavorativa cambiò. Il mio nome ricorreva sulla bocca di tante persone. I miei clienti, orgogliosi del mio successo, mi presentavano altri amici. Tutte persone di cultura e di buon gusto che si lasciavano consigliare nella scelta dei tessuti e si affidavano a me in piena tranquillità».
Il laboratorio era sempre quello originario?
«Rimasi sempre a Montesanto ma mi trasferii nell’omonima via al civico 52. Il laboratorio era più bello, più grande, più accogliente e la clientela continuava ad aumentare».
Quando si trasferì a via dei Mille?
«Nel 2014 spostai la Sartoria, con il laboratorio artigianale e lo showroom, dalla storica sede di Montesanto a via dei Mille, 40 nel prestigioso Palazzo Leonetti».
Qual è la sua clientela?
«Punto su una clientela scelta, bella gente e chiunque desideri indossare un abito cucito a mano. Gli aggiusti non li faccio più».
Qual è il suo segreto?
«La Sartoria Antonelli soddisfa da sempre le richieste dei clienti, conciliando tradizione sartoriale napoletana, continua ricerca e tecnologie innovative. La nostra forza è costituita dalla costante attenzione alle esigenze del cliente e dalla passione, dall’esperienza e dalla professionalità di uno staff altamente qualificato. Miriamo ad offrire un prodotto che presenti l’alta qualità di una mano d’opera artigianale ed un servizio efficiente. Ogni dettaglio è curato con la massima passione, simbolo di cultura e dedizione dell’artigianato classico napoletano, emblema mondiale del Made in Italy. Il mio lavoro punta sulla qualità e non sulla quantità e se non riesco a fare grandi numeri, pazienza. Per fare un abito occorre tempo e per farlo bene occorre ancora più tempo».
È impegnato anche nel sociale.
«Nel 2003 mi fu proposto di partecipare ad un progetto regionale di due anni per ragazzi disagiati della 167 di Secondigliano-Miano. Ho tratto da questa esperienza un’enorme soddisfazione morale. Dividevo la giornata a metà; la mattina fino al primo pomeriggio in laboratorio e poi fino a sera a scuola con i ragazzi. Mi chiamavano “professore” e io, cresciuto da ragazzino nelle botteghe sartoriali napoletane, sorridevo con un senso di sincera modestia. Mi si riempiva il cuore di gioia perché, finalmente, potevo dare una mano a chi era stato più sfortunato di me. Da quel momento in poi non ho più abbandonato il sociale».
Altra importante esperienza è stata quella di docente in una “scuola” molto particolare.
«Nel 2007 ho insegnato sartoria napoletana nel carcere femminile di Pozzuoli e in quello minorile di Nisida. Sono state esperienze che mi hanno arricchito molto dal punto di vista umano e hanno inciso profondamente il mio animo. Mi trovavo fianco a fianco con donne e giovani che avevano commesso dei reati e cercavano, nell’apprendimento di un mestiere, un’occasione di riscatto e di cambiamento di vita».
Ha realizzato un progetto con la Cooperativa dei Vincenziani.
«Ho avuto la possibilità di avviare i giovani all’arte sartoriale. Il progetto è durato due anni e l’ho fatto con i Vincenziani di Pozzuoli. Purtroppo sono pochi quelli che intraprendono il mio mestiere che richiede sacrifici, applicazione e volontà. Nel mio piccolo, mi sento molto motivato a trasmettere alle giovani leve tutta la mia esperienza affinché questa nobile arte possa essere conservata, salvaguardata e tramandata alle nuove generazioni e rappresentare motivo di orgoglio per la nostra terra dove alligna le sue lontane e profonde radici».
Ha qualche altro progetto in cantiere?
«Sempre con i Vincenziani, questa volta dell’Arco Mirelli, a Napoli. Riguarda ancora giovani disagiati che hanno voglia di imparare un mestiere dopo avere ultimato la scuola dell’obbligo. Siamo in attesa di ricevere un finanziamento dalla Regione perché i costi da sostenere sono elevati».
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