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I PERSONAGGI
26 Marzo 2019 - 19:26
Gigi Savoia (nella foto) è un artista a tutto tondo. Apprezzato sassofonista, è attore di teatro di tradizione e in lingua italiana. Ha partecipato a numerosi film, è doppiatore e ha fatto esperienze come direttore artistico di teatro. È autore di commedie e ne ha curato la regia di oltre sessanta.
«Nasco in una zona popolare, al Petraio, la scalinata del Cinquecento che da San Martino porta al corso Vittorio Emanuele, e in un modo popolare. Mia madre mi ha messo alla luce in casa assistita da una mammana, così a quei tempi si chiamava la levatrice. Tutta la mia famiglia, soprattutto da parte di padre, ha avuto sempre a che fare con il mondo dello spettacolo. Mio nonno paterno, Roberto, era l’amministratore di teatro di Raffaele Viviani e ha anche interpretato qualche particina. Mia nonna paterna era la figlia di Giuseppe De Martino, il Pulcinella che sostituì Antonio Petito la sera che morì al San Carlino. Nonostante il germe del teatro e dello spettacolo aleggiasse in casa mia, non avevo nessuna intenzione di seguire quella strada perché volevo fare il medico. Dopo il diploma mi iscrissi alla facoltà di medicina».
Ma non continuò negli studi. Perché?
«La prima contaminatrice è stata la musica. Suonavo il sassofono e poco prima di diplomarmi un giorno incontrai per caso un gruppo napoletano che andava molto forte, gli “Achei”. Era composto da Enzo e Rino Avitabile e da Piero Gallo, ottimo chitarrista. Cercavano un sassofonista e mi proposi. Con mia grande meraviglia mi presero con loro. Ho fatto il musicista con questo gruppo per dieci anni e abbiamo accompagnato Mario Musella che si era diviso da poco dagli Showman. Ricordo che quando ci esibivamo a Piscinola, a Marianella o al Vomero, spesso veniva a sentirci un giovanissimo Pino Daniele. Aveva appena quindici anni e portava sempre con sé la sua chitarra. Esiste un “documento” che mi unisce a lui. In un Lp c’è la canzone “Giorgia on my mind”, cantata da Mario Musella. Il gruppo che lo accompagna è composto da Antonio Sinagra al piano, Enzo Avitabile e io al sassofono e Pino Daniele alla chitarra».
Quando ha fatto la sua prima esperienza a teatro?
«Per caso. Ero studente di medicina e conobbi un filodrammatico di gran classe, Vittorio Marra. Mi propose di unirmi alla compagnia con cui metteva in scena “Il tacchino” di Georges Feydeau, uno dei suoi Vaudeville più fortunati. Quell’esperienza mi piacque molto e mi fu utile negli anni successivi. Da universitario, infatti, dovetti prendere una decisione molto sofferta che determinò la mia vita futura».
Ci spieghi.
«Seguivo con enorme interesse un professore di anatomia patologica il quale mi faceva fare, insieme ad altri studenti, assistenza domiciliare ai malati terminali. Un giorno uno di questi mi morì tra le braccia. Rimasi sconvolto e decisi di lasciare tutto e partire per fare il servizio militare. Quando mi congedai non riuscii più a concentrarmi sugli studi. Interruppi l’università e ripresi a fare musica fino al giorno in cui incontrai Mariano Rigillo. Stava facendo dei provini per “Pescatori” di Raffaele Viviani. Imparai un paio di cose e mi presentai. Gli piacqui e mi scritturò. Avevo 27 anni e debuttai con lui a Taranto come professionista. Da lì è cominciata la mia carriera di attore teatrale».
Poi incontrò il grande Eduardo De Filippo. In quale occasione?
«Il nostro produttore, in una delle repliche che facemmo al San Ferdinando, mi disse che il maestro stava incontrando nella sua casa di Posillipo dei giovani attori e che mi aveva fissato un appuntamento con lui. Mi preparai per il provino e con grande emozione andai da Eduardo. Abitava in una casa molto particolare con un pavimento fatto con un parquet che lo rendevano simile al palcoscenico di un teatro. Non mi diede la possibilità di esprimermi perché mi chiese solo come mi chiamavo, che studi avevo fatto e se mi piaceva il mestiere di attore. Dopo di che mi disse: “per me va bene”. Tentai di fargli vedere che cosa sapevo fare e accennai appena un “direttore (così voleva essere chiamato) veramente avrei preparato…”. Mi zittì subito con autorevolezza e, deluso e dispiaciuto, andai via. Dopo qualche giorno mi chiamarono dal San Ferdinando e mi comunicarono che avrei fatto parte della compagnia di Eduardo De Filippo. Ho potuto godere del suo insegnamento per 4 anni, fino a quando morì, purtroppo, nel 1984».
Con quale commedia debuttò?
«“Ditegli sempre di sì”, in estiva ».
Era veramente “difficile” il carattere di Eduardo, come dicono molti?
«È una diceria che smentisco categoricamente. Cito una mia esperienza personale. Mentre facevamo lo spettacolo “Chi è cchiù felice e mè”, un aiuto regista di Eduardo, che mi aveva vista recitare in “Nu turco napulitano”, mi segnalò a Giancarlo Sepe. Gli piacqui e mi propose di andare con lui al festival di Verona a fare “La bisbetica domata” con Carlo Giuffré e Carla Gravina. Timidamente informai Eduardo il quale, non solo mi disse che dovevo assolutamente fare quell’esperienza, ma mi assicurò che al mio ritorno avrei ripreso il posto nella Compagnia così come lo avevo lasciato perché avrebbe sopperito alla mia assenza con una sostituzione temporanea. Penso che una cosa del genere non l’avrebbe fatta nessuno. Era severo, questo sì, soprattutto con quegli attori un po’ presuntuosi e che pensavano di sapere fare già tutto».
Qual è l’insegnamento più importante che le ha dato?
«Lo studio e l’approccio tecnico al mestiere. La Compagnia è un’orchestra e l’attore deve avere lo stesso rigore di uno strumentista: non può sbagliare tono. Mi riferivano che quando faceva le riunioni ristrette con suo figlio Luca diceva: “chesta parte è difficile. A dammo a Savoia. Solo lui a po’ fà».
Un’altra grande esperienza è stata quella con Luisa Conte. Ci racconta?
«Ero frequentemente in tournèe per l’Italia con la compagnia di De Filippo diretta da Luca. Avevo problemi a casa perché mio padre non stava bene. Sono figlio unico e lui aveva bisogno della mia assistenza. Andai dalla signora Conte, le esposi la mia situazione con estrema schiettezza, come mi avevano insegnato a fare a casa mia quando nelle famiglie teatrali c’era un grandissimo senso di solidarietà. Le chiesi se potessi entrare nella sua Compagnia. Le piacque l’idea perché ammirava molto tutti quelli che avevano lavorato con Eduardo. Mi disse solo che doveva parlare con Luca per chiedere il suo permesso. Allora si faceva così. Mi riferì che Luca le aveva detto: “a me Savoia me serve, ma si vulite vo putite piglià”. Anche con lei sono rimasto per circa quattro indimenticabili anni».
C’è qualche cosa che la lega particolarmente alla Signora del Sannazaro?
«Un episodio che esprime la sua grandezza di donna. Decise di fare una registrazione televisiva di una nostra commedia. Sull’argomento il nostro contratto nazionale prevede che l’impresa che ti scrittura ti deve pagare per la ripresa televisiva 18 volte quanto ti paga per il teatro. Tutti noi attori ci riunimmo e decidemmo di portare avanti questo tipo di richiesta salvo qualche piccolo accomodamento che non avrebbe intaccato la nostra professionalità. Quando la signora Conte ci incontrò le esposi le nostre ragioni. Lei, quasi ignorando le mie parole, cominciò a chiedere a ciascuno cosa volesse. Con mio grande stupore ognuno ritrattò l’accordo preso. Luisa Conte si avviò verso l’ascensore privato che collegava il palcoscenico con il suo camerino al primo piano. Prima di entrare si girò e disse: “Savoia avrà le 18 paghe, voi 2 e mezza perché site gente ’e niente”. Aveva apprezzato e rispettato la difesa che avevo fatto della mia dignità di lavoratore dello spettacolo».
Poi lasciò la Compagnia. Perché?
«Volevo maturare nuove esperienze. Ricordo che la prima cosa che feci fu “Pulcinella” con la regia di Maurizio Scaparro e la riduzione di Manlio Santanelli. Il protagonista era Massimo Ranieri».
Teatro di tradizione, ma anche in lingua italiana con Giorgio Albertazzi. Radio a Firenze, Roma, Napoli e doppiaggio. Poi la svolta: andò “in ditta”. Quando accadde?
«Incontrai Gigi Proietti che aveva la regia di “Casa di frontiera” di Gianfelice Imparato. Andai in ditta con Gianfelice, Sandra Collodel e Marioletta Bideri. Fatto questo passo l’attore non può più tornare indietro altrimenti si squalifica. Mi andò bene! Negli anni ho messo almeno due bandierine molto significative nella mia carriera: l’interpretazione di Figaro, nel “Matrimonio di Figaro” con la regia di Mico Galdieri, e quella di Don Giovanni, con la regia di Franco Però».
Direzione artistica del Sannazaro e del Cilea. Quindi approdo al grande schermo. Con quale regista?
«Ho avuto un rapporto bellissimo con Nanni Loy. Con lui ho fatto “ Scugnizzi” e un episodio in “Pacco, doppio pacco e contropaccotto”. Sono stato diretto da Stefano Incerti in “Prima del tramonto” e ho fatto un’esperienza all’estero con il pluripremiato Fatih Akin, un turco tedesco che è stato il protagonista di un bellissimo film che si chiama “Solino”. La pellicola è uscita solo nell’Europa del nord. Poi ho incontrato Paolo Sorrentino con cui ho fatto “Loro 1” e “Loro 2”».
Nella sua brillante carriera non mancano drammaturgie e regie. Qualche numero?
«Ho scritto un po’ di commedie, una decina fra riduzioni e originali. La regia è partita aziendalmente perché non c’erano i soldi per scritturare un regista esterno. Ho cominciato per gioco e mi firmavo con lo pseudonimo perché ero anche attore. Ne ho fatte più di 60».
Quale sarà il prossimo spettacolo?
«È una produzione del Teatro Stabile-Teatro Nazionale. Si Chiama “’O tuono e marzo” di Vincenzo Scarpetta e andremo al San Ferdinando con la regia di Massimo Luconi».
C’è qualcosa di cui è particolarmente orgoglioso?
«Essere un pensionato dello spettacolo. Nel 1972 ho messo il mio primo contributo con la musica. Ne ho maturato 45 tutti esclusivamente con la musica e il teatro ».
Ha un sogno nel cassetto?
«Mi piacerebbe fare teatro inserendo anche la musica, la mia prima passione».
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