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I PERSONAGGI

Antonio Giasi, eclettico amministrativista

«Io e mia moglie Lucia siamo uniti fin dai tempi del liceo»

Antonio Giasi, eclettico amministrativista

L'avvocato Antonio Giasi

Antonio, Toto, Giasi è avvocato specializzato in diritto amministrativo. È abilitato al patrocinio innanzi alla Cassazione e alle altre magistrature superiori. Ha collaborato con Riccardo Marone presso l’Università Suor Orsola Benincasa nella cattedra di Legislazione dei Centri Storici.

«Sono vomerese dalla nascita e ho frequentato tutte le scuole nel quartiere collinare. Allo studio affiancavo lo sport. Ho iniziato con il calcio con una società legata all’istituto Nazareth; successivamente ho giocato, per poco tempo, a basket con la Libertas Juvenilis allo Stadio Collana, poi a tennis ai campi di via San Domenico. Ma lo sport più importante della mia vita scolastica è stata la pallamano, che ho praticato sia alle medie sia al liceo, con una squadra forte con la quale, oltre a divertirci tra amici, abbiamo ottenuto ottimi risultati».

Dopo la maturità classica si è iscritto a Giurisprudenza. Perché questa scelta?

«Direi per motivi di opportunità. In famiglia ero l’unico figlio maschio con tre sorelle più piccole: Anna, cardiologa, Daniela, logopedista, e Fabiana avvocato. Mio padre Michele, già primario di Cardiologia e UTIC al San Giovanni Bosco e docente di Farmacologia clinica nella scuola di specializzazione della IIª Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Napoli, era (quasi) completamente dedito al lavoro; viveva praticamente in ospedale. Per inciso, esercita ancora la professione. Vedendo il suo stile di vita, mi resi conto che non volevo fare il suo lavoro. Non avendo le idee chiare, pensai che Giurisprudenza potesse essere una facoltà in grado di aprirmi più strade. Questa decisione creò un piccolo conflitto con lui. Era dispiaciuto perchè non avevo seguito le sue orme e, anche per altre ragioni, si oppose all’acquisto di una moto che desideravo molto. Per raggiungere il mio obiettivo e, anche come gesto di ribellione, decisi di andare a fare il cameriere nel pub Alexander che da poco aveva aperto sotto casa. Il proprietario, notando la mia serietà, mi affidò anche la gestione dei rapporti con i rappresentanti. Era un lavoro massacrante: iniziavo alle 5 del pomeriggio e finivamo alle 3 di notte».

È riuscito a comprare la moto?

«Sì, ma non solo con i guadagni del pub. Dopo circa tre mesi mia madre capì il tempo che sottraevo allo studio e mi aiutò con la cifra che mancava. Da quel momento ho passato i mesi successivi a girare in moto con gli amici, in modo anche un po’ spericolato, devo ammetterlo, trascurando gli studi. Per questo motivo mio padre una sera mi affrontò e mi mise di fronte a una scelta: o iniziare a studiare seriamente, oppure trovarmi un lavoro. Quella conversazione fu un campanello d’allarme decisivo. Riposi la moto in garage e iniziai a studiare».

Come è stato l’impatto con l’università?

«All’inizio ho provato a seguire i corsi, ma c’era una grande disorganizzazione e le lezioni si tenevano persino nei cinema. La mia fortuna è stata ritrovare un caro amico della pallamano, Stefano Testa, appartenente ad una famiglia di avvocati da generazioni. Abbiamo iniziato a studiare insieme e così abbiamo fatto fino alla laurea. Avevamo capito che il segreto era impegnarsi con continuità e costanza».

Dopo la laurea quale orientamento ha preso?

«Ho pensato di studiare per il concorso in magistratura, ma dopo avere frequentato per un po’ di tempo un corso di preparazione mi sono reso conto che non faceva per me: sembrava di essere tornato a scuola. Nel frattempo iniziai ad interessarmi al diritto amministrativo. Mio padre era molto amico di Giampiero Marone, primario di gastroenterologia. Gli chiese di accreditarmi ai suoi fratelli Gherardo e Riccardo, noti amministrativisti. Fui convocato per un colloquio, e tra la fine del 1989 e l’inizio del 1990, iniziai a frequentare lo studio de Luca e Marone in via Cesario Console».

Che ambiente professionale trovò?

«Fui accolto da persone formidabili. Gherardo e Riccardo Marone, oltre ad essere avvocati eccezionali, sono persone di grandissimo affetto. Lo studio, anche per me che ero appena arrivato, era una vera e propria famiglia. A loro devo tutto. In particolare all’avvocato Riccardo che è stato il mio vero maestro sul campo. Un grande contributo alla mia crescita professionale lo devo anche all’altro socio, l’avvocato Lucio de Luca, professionista eccellente oltre che un gran signore, nonchè al professore Vincenzo Cocozza, ordinario di diritto costituzionale che, per un periodo, è stato associato allo studio de Luca e Marone».

Riccardo Marone affiancava alla professione un intenso impegno politico. Questa circostanza ha inciso sulla sua carriera?

«Il fatto che divenne una figura chiave nell’amministrazione di Antonio Bassolino, ricoprendo ruoli come assessore, vicesindaco e poi sindaco, è stata la mia fortuna. I suoi molteplici impegni lo portavano ad essere meno presente in studio e di conseguenza a me, che ero il suo “allievo”, ha affidato molte “attività e responsabilità” che mi hanno fatto crescere professionalmente in fretta. Riccardo mi ha dato una fiducia enorme, e di questo gli sarò grato per sempre. Dopo qualche anno è arrivato allo studio anche il mio attuale socio, l’avvocato Giuseppe Russo, con cui è nato subito un grande feeling professionale, che nel tempo è divenuta un’amicizia fraterna e insostituibile».

Siete due nomi affermati nel campo forense del diritto amministrativo. Qual è stata l’arma vincente dei fratelli Marone nel vostro percorso formativo?

«Sono stati entrambi grandi maestri non solo nella redazione degli atti e nella ricerca giuridica, ma soprattutto nella fase della discussione in udienza, alle quali partecipavo sempre. Il processo amministrativo, a differenza di quello civile o penale, vive molto della discussione in diritto. E proprio la fondamentale attività in udienza mi ha consentito di conoscere i più famosi e bravi avvocati amministrativisti italiani. Capitava spesso, infatti, di partecipare alle udienze a Roma, in Consiglio di Stato, e assistere a discussioni con formidabili avvocati come il prof. Abbamonte, gli avvocati Sanino, Scoca, Acquarone, Guarino; il massimo per un giovane avvocato come me».

Sotto l’aspetto professionale, secondo lei, in che cosa si differenziano principalmente i due fratelli Marone?

«Gherardo è un perfezionista nella redazione degli atti ed è un uomo di straordinaria cultura, non solo giuridica. Riccardo, eccellente anche in tale attività, “brilla” in udienza. È un vero talento sotto il profilo dialettico, ma soprattutto è intuitivo e pronto: respira l’aria dell’aula, coglie i dubbi dei magistrati e li anticipa, fugandoli subito. Insomma, un grande maestro».

Può raccontarci qual è stata la prima causa importante che ricorda ai suoi esordi?

«Ero un giovane avvocato, con solo due o tre anni di esperienza nello studio Marone. Il padre del mio caro amico Stefano Testa mi contattò perché aveva bisogno di un amministrativista per un suo cliente, il villaggio turistico “Baia Azzurra”. Con l’aiuto del mio maestro Riccardo iniziai questo giudizio, riguardante una complessa questione urbanistico-ambientale. Vincemmo sia al Tar che in Consiglio di Stato. Quel villaggio è rimasto mio cliente fino ad oggi e, da quella vittoria, è nato un rilevante contenzioso».

Per quanto tempo è rimasto nello studio Marone?

«Per circa diciassette anni, fino al 2006. Ho iniziato lì la mia carriera e ho lavorato a lungo con Riccardo e Gherardo Marone, affrontando problematiche di altissimo livello, arbitrati, collegi tecnici, giudizi nei vari Tar d’Italia, in Consiglio di Stato e consulenze con numerose amministrazioni locali. Un’esperienza lavorativa fenomenale che ha segnato tutta la mia vita».

Cosa vi ha spinto nel 2006 a mettervi in proprio?

«Nel 2006 avevo appena compiuto quarant’anni, Peppe ed io sentivamo l’esigenza di avere maggiore autonomia. Nello studio erano entrati anche i figli dei due fondatori, Lorenzo e Francesco, ed era giusto che loro avessero le opportunità di apprendimento che avevamo avuto noi. Si creò, quindi, la condizione ideale per un cambiamento. Io e Peppe, che già condividevamo le nostre attività in una sorta di associazione informale, decidemmo di fare il grande passo. Affittammo uno studio nello stesso palazzo di via Cesario Console, dove ancora oggi esercitiamo la nostra professione in associazione».

Ha fatto esperienze accademiche. In quale campo?

«Ho collaborato con l’avvocato Riccardo Marone nel corso di laurea in Conservazione dei Beni Storici presso l’Istituto Suor Orsola Benincasa. Riccardo teneva le lezioni e gli esami, ma quando non poteva andavo io. È stato un periodo importante e formativo durato qualche anno».

Oltre a questa esperienza ne ha fatta un’altra altrettanto significativa con l’amministrazione pubblica regionale. Di cosa si trattava?

«Ho svolto una consulenza per la giunta regionale guidata da Antonio Bassolino, in particolare per l’assessore alle Pari Opportunità, Maria Fortuna Incostante, una donna perbene e preparatissima. Per circa quattro anni il mio compito (con altri due colleghi) era verificare la “legittimità” delle delibere proposte dai vari assessori, prima che andassero in giunta. Inviavo la mia valutazione all’assessore Incostante e poi, naturalmente, la giunta decideva. Anche questa è stata un’esperienza molto intensa e formativa».

Spostiamoci sulla sua vita privata. Come ha conosciuto sua moglie Lucia?

«Sui banchi di scuola, al liceo Pansini. Avevamo 16 anni e da allora stiamo insieme. Recentemente abbiamo festeggiato 25 anni di matrimonio. Lei era tra le migliori della classe, una donna della quale mi sono innamorato subito. Mi ha colpito per la bellezza, la dolcezza e l’eleganza innata. Iniziò a studiare Lettere, ma poi si rese conto che non voleva fare l’insegnante. Si appassionò al mondo della chimica e della cosmetica grazie a uno zio che produceva fanghi e prodotti estetici. Si iscrisse a Farmacia, dove era tra le più brave, ma a quattro esami dalla laurea decise di smettere, occupandosi completamente del nostro amatissimo figlio, Gabriele, che oggi studia Scienze della Comunicazione. E così ho potuto dedicarmi quasi completamente al mio lavoro, proprio come accadeva a mio padre».

Parlando della sua famiglia ha menzionato sua madre, Paola Mastandrea, e sua nonna materna Anna Liardi. Che ruolo ha avuto la loro dedizione al volontariato nella sua crescita?

«Mia madre, e prima di lei mia nonna, sono state un esempio di vita dedicata agli altri, anche sostenendo direttamente missionari in Africa e Brasile. Erano responsabili dell’Opera Parrocchiale di Assistenza (OPA) nella chiesa di Santa Maria della Libera al Vomero. Organizzavano, a favore dei più bisognosi, la raccolta di generi alimentari (olio, pasta, zucchero) donati dai parrocchiani. Ricordo che, sin da bambino, accompagnavo nonna e poi mamma a consegnare questi pacchi direttamente a casa delle famiglie disagiate con grande rispetto e discrezione. In quelle occasioni ho appreso e consolidato i valori della generosità e della solidarietà. Mia madre (scomparsa purtroppo qualche mese fa) è stata un riferimento insostituibile per tutta la famiglia, insegnando e trasmettendo a me e alle mie tre sorelle principi fondamentali come l’amore, l’altruismo, la sensibilità e la tolleranza».

I suoi interessi oltre il lavoro?

«Pratico prevalentemente nuoto al Circolo Canottieri insieme ad amici, molti dei quali (non io) eccellenti nuotatori, uno sport che ho scoperto a quasi 30 anni e che è importantissimo per il mio equilibrio fisico e mentale. Gioco un po’ a tennis e, quando è possibile, vado a sciare. Il “poco” tempo che resta, dopo il lavoro e lo sport che mi “coinvolge” quasi 2 ore al giorno, lo trascorro con gli amici condividendo la passione per il cinema, il teatro, i viaggi e qualche (per la verità non molte) partecipazione a opere di volontariato».

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