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I PERSONAGGI
02 Febbraio 2026 - 10:00
Andrea Alberico
Andrea Alberico è avvocato penalista abilitato al patrocinio innanzi alla Corte di Cassazione. È professore associato di Diritto penale presso l’Università Federico II ed è titolare dell’insegnamento di Diritto Penale della Criminalità Organizzata.
«Nasco a Napoli. Ho frequentato le elementari alla De Amicis a via Santa Teresa a Chiaia. Poi, sempre nel quartiere Chiaia, ho fatto le medie alla Tito Livio e il liceo classico all’Umberto».
Lei è noto per essere uno sportivo. Quando ha iniziato quest’attività?
«Da bambino ho praticato tennis e nuoto. Il nuoto l’ho iniziato prestissimo, a circa 5 anni, principalmente al Circolo Canottieri. Essendo alto, si pensava che aiutasse nella crescita. Ho fatto anche un po’ di pallanuoto. Il tennis, invece, l’ho praticato in diversi circoli, tra cui il Tennis in Villa, il Petrarca e per un periodo più lungo dal maestro Agostino Paesano in via Manzoni».
La scelta del liceo classico Umberto è stata una tradizione di famiglia?
«Mia madre aveva frequentato l’Umberto, ma i miei genitori non mi hanno mai spinto in una direzione precisa. È stata più una mia preferenza per le materie. Stando alla Tito Livio, l’Umberto era anche una sorta di proseguimento naturale, in quanto è il liceo di riferimento della zona di Chiaia».
Che ricordi ha di questo liceo spesso etichettato come “la scuola dei figli di papà”?
«Ho dei ricordi bellissimi e l’ho sempre considerato una palestra di vita. Era un ambiente molto eterogeneo, non esclusivo. Anzi, proprio in quegli anni iniziava una commistione tra i vari quartieri napoletani, anche grazie a sviluppi come l’apertura della metropolitana che portava a Chiaia persone da altre zone della città».
Conseguito il diploma di maturità ha avuto incertezze sulla scelta universitaria?
«Nessuna. Giurisprudenza è stata una scelta immediata. In questo hanno influito molto mia madre, che è stata magistrato, e un suo collega e amico di famiglia, Guglielmo (Mino) Palmeri. A casa si viveva e si parlava della loro professione. Mio padre, che è medico, ha sempre preferito disincentivarmi dal seguire le sue orme».
Ha scelto l’Università pubblica, la Federico II, scartando a priori quelle private. Perché questa decisione?
«Ho sempre rifiutato categoricamente tutto ciò che non fosse pubblico. Credo fermamente che la diversità sia fondamentale per crescere e sono un cultore della libertà. Rifuggo da qualunque contesto in cui percepisco, anche velatamente, una forma di indottrinamento o una opinione predefinita».
Qual è stato il suo primo esame alla Federico II?
«Filosofia del Diritto con il professor Antonio Punzi, una persona che mi è rimasta nel cuore. Erano i primi di maggio. Il professore era molto serio, ma l’esame andò così bene che mia madre, venuta ad assistere, notò: “Sei stato l’unico a cui ha fatto un sorriso quando te ne sei andato”».
Come ha proseguito il suo percorso di esami?
«Dopo Filosofia ho sostenuto, sempre a maggio, Storia del Diritto Romano con il professore Francesco Amarelli e Istituzioni di Diritto Romano con il professore Settimio Di Salvo. La mia piccola “follia”fu decidere di sostenere anche Diritto Privato a luglio, con il professore Fernando Bocchini. Affrontare quattro esami su sei prima della fine dell’estate fu una scelta impegnativa, ma che si rivelò la mia salvezza per il proseguimento della carriera universitaria».
Perché?
«L’anno accademico successivo, che normalmente sarebbe iniziato a novembre, fu anticipato a settembre. Molti studenti che avevano pianificato di sostenere esami a settembre si trovarono spiazzati, con i corsi del secondo anno già iniziati. Io avevo sostenuto già quattro esami nella prima sessione, più Diritto Costituzionale a ottobre. Lasciai solo Economia Politica per dopo».
Tra i primi esami sostenuti, quale le è piaciuto di più?
«Filosofia del Diritto è stato quello che ho trovato più formativo nonostante lo considerassi difficile. Anche Diritto Privato mi piacque molto, ma già allora sapevo che non sarei mai diventato un civilista, perché all’epoca avevo già in mente di intraprendere la carriera in magistratura come Pubblico Ministero».
Il suo percorso è stato caratterizzato anche da una riforma dell’ordinamento didattico, il famoso “3+2”. Come ha influito sui suoi studi?
«Ci è piovuta addosso. Io mi trovai nel sistema del triennio seguito da un biennio magistrale. Feci la tesi triennale e conseguii il titolo di Dottore in Scienze Giuridiche. A causa di modifiche nei calendari, pochissimi colleghi del mio anno riuscirono a completare il triennio nei tempi previsti. Infatti, poco dopo, la riforma fu abolita e si passò alla laurea a ciclo unico quinquennale».
Parliamo dell’incontro che ha cambiato la sua vita professionale: quello con il professor Patalano.
«Gli chiesi la tesi triennale, nonostante avessi sostenuto l’esame di penale con il professor Moccia, e poi anche quella magistrale. Fu durante la redazione di quest’ultima che il rapporto si consolidò. Cominciai a considerare la carriera universitaria e lui, pur con cautela, mi fece capire che mi riteneva meritevole».
C’è un momento particolare con il professor Patalano che ricorda con emozione?
«Il giorno della mia laurea magistrale. Fece una presentazione del mio percorso universitario che ancora oggi mi commuove. Dopo la proclamazione, si avvicinò e mi disse: “Io sono venuto qua oggi pomeriggio solo perché ti laureavi tu”. All’epoca non capii, ma era l’inizio della malattia che purtroppo se lo portò via. Poi mi invitò nel suo ufficio per il giorno dopo. Era Prorettore e fu lui a propormi di tentare il concorso per il dottorato di ricerca. Per me fu motivo di grande orgoglio, perché era un’idea che già stava maturando in me. Accettai e sono fiero di dire che sono stato il suo ultimo allievo».
Dopo aver vinto il concorso per il dottorato come inizia il suo percorso accademico?
«Con la collaborazione con la cattedra di diritto penale del professor Patalano. Avevo una borsa di studio di tre anni che ha rappresentato il mio primo vero stipendio. Il professore era molto scupoloso;per il primo e forse anche per il secondo anno non componevo la commissione di esame. Il mio compito iniziale era redigere i verbali d’esame, che ancora erano cartacei. Ascoltavo senza fare domande agli studenti. Solo al terzo anno ho avuto il permesso di iniziare a fare esami, sempre affiancato da un collega più anziano. Poi, quando è finito il dottorato avevo 27 anni e mi sono trovato, tra virgolette, “a spasso” per un paio d’anni dal punto di vista accademico perché non ero strutturato. Il primo livello della carriera accademica sarebbe stato quello di ricercatore, ma all’epoca non c’erano concorsi in programma».
Nel frattempo, però, non ha trascurato la carriera forense. Come ha iniziato?
«Fu proprio il professor Patalano a consigliarmi di iniziare anche la pratica forense e mi indirizzò verso lo studio dell’avvocato Claudio Botti, un noto penalista dove lavoro tuttora. Quindi, parallelamente al dottorato, ho fatto la pratica, superato l’esame di Stato e sono diventato avvocato. Mi sono iscritto formalmente all’albo nel gennaio del 2011».
Come ha conciliato questi due percorsi, quello accademico e quello professionale?
«Li considero due binari che si completano a vicenda. Lo studio accademico ha bisogno di confrontarsi con la realtà, mentre per fare bene la professione, soprattutto in ambito penale, è indispensabile continuare a studiare. L’avvocato Botti mi ha concesso grandissima libertà e, dal punto di vista logistico, è stato tutto molto comodo: lo studio si trova a corso Umberto, praticamente di fronte all’università».
Qual è stato il suo debutto in aula?
«La mia prima discussione fu nel 2011, in un ruolo che in realtà non amo: la parte civile. Si trattava di un processo per circonvenzione di incapace. L’imputato scelse il rito abbreviato. Nonostante la mia giovane età, preparai una discussione molto solida. Dopo la lettura della sentenza, entrando nella stanza del giudice, notai sul suo codice penale un adesivo con lo stemma della Juventus. Con la sfrontatezza della gioventù, gli dissi: “Giudice, il suo codice è macchiato. Spero funzioni bene lo stesso”. Lui capì la battuta e sorrise».
Come si è evoluta la sua carriera accademica?
«Dopo la morte del professor Patalano, venni affidato al professor Vincenzo Maiello, che è stato un vero maestro. Con lui ho ripreso un ruolo formale all’università, vincendo un concorso per un assegno di ricerca biennale e iniziando a pubblicare i miei primi articoli. Ma sia prima che dopo ho sempre continuato quella che Eugenio Baffi chiamava “l’apostolato laico”: lezioni, esami, assistenza agli studenti, spesso a titolo gratuito».
Poi è arrivato un momento di scelta importante con il concorso da ricercatore.
«Sì, nel 2018 ho vinto il concorso per ricercatore di “tipo A” e poi quello di “tipo B”, infine ho ottenuto l’abilitazione a professore associato. Da ricercatore avevo l’incompatibilità con la professione che dovetti interrompere. L’avvocato Botti ci rimase male, ma comprese la situazione e mi permise di mantenere la stanza nel suo studio, un gesto di grande generosità. Ho ripreso la libera professione proprio da gennaio 2025. Ho scelto il regime di “tempo definito” che implica uno stipendio più basso e un carico didattico ridotto, ma mi permette di esercitare la professione. Poi ho approfittato di una vecchia disposizione che consente ai docenti universitari di iscriversi direttamente all’albo dei cassazionisti. Infatti, a ottobre ho già discusso la mia prima causa in Cassazione come difensore titolare».
Qual è esattamente la sua cattedra?
«Sono professore associato di Diritto Penale, ma sono titolare dell’insegnamento di Diritto Penale della Criminalità Organizzata».
C’è un aneddoto legato al suo percorso universitario che si porta dentro?
«Quando ero una matricola, a una giornata di orientamento, il preside uscente il professor Labruna, rivolgendosi a noi studenti disse: “Vi auguro di rimanere all’università quanto più a lungo possibile”. Molti la presero come un cattivo auspicio. Io, invece, capii che era un invito a diventare parte di quella comunità. La cosa incredibile è che il giorno in cui ho preso servizio come professore, ho incontrato in Dipartimento proprio il professor Labruna e gli ho raccontato come, inconsapevolmente, avesse segnato il mio percorso».
Oltre al lavoro e allo sport, ha qualche interesse particolare?
«Sì, sono un motociclista convinto e guido una Bmw. Sono un grande tifoso di calcio e di recente mi sono avvicinato alla pratica del canottaggio. Ma il più strano dei miei interessi è una particolare variante del biliardo inglese chiamata “snooker”. Sono così appassionato che un paio d’anni fa, per il settantesimo compleanno di mio padre, l’ho portato a Sheffield per assistere al campionato mondiale».
In che cosa consiste?
«È una specialità del biliardo molto diffusa soprattutto nel Regno Unito, in Irlanda ed in alcuni paesi del Commonwealth, che si svolge su un tavolo da biliardo, il più grande tra quelli in uso, di 12×6 piedi (circa 360×180 cm), provvisto di 6 buche a rete, 4 agli angoli e 2 nel mezzo delle sponde lunghe. Fa parte dei giochi in cui si usa comunemente una stecca da biliardo e sul piano di gioco si usano ventidue biglie, precisamente 15 rosse disposte inizialmente a triangolo, 6 di vari colori e una bianca battente. La cosa divertente è che non si fa punto solo mandando le biglie in buca, ma anche inducendo in errore l’avversario».
Per concludere, come si definirebbe in poche parole?
«È difficile. Forse direi “un giovane professore”, ma più che altro mi sento fortunato nel fare ciò che mi piace. Di certo, metto passione in tutto quello che faccio, dalla docenza alla professione forense, fino agli hobby. Sono molto legato alla Federico II e mi sento fiero di far parte della comunità accademica».
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