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teatro
05 Gennaio 2026 - 12:16
Un’idea semplice ed attualissima: «AlgoRitmo: lui e l’AI». Al Nuovo Teatro Sancarluccio in scena nei giorni scorsi Raffaello Tullo e Martina Salvatore, con la regia di Marco Rampoldi. Un divano, scomodo, perché tale è la posizione esistenziale del celebre frontman della “Rimbamband”, che sembra interpretare se stesso sul piccolo palco, in cui giganteggia una cassa di legno con la scritta “Fragile”. Tavolo con sgabelli e qualche oggetto colorato, illuminano un momento tra i tanti in cui scorrere i Reel sembra la didascalia di un “esercizio negativo” post moderno teorizzato da Emil Cioran.
La drammaturgia, dello stesso Tullo in collaborazione con Andrea Delfino, parte dall’assunto che l'intelligenza artificiale non senta, non pensi e non faccia esperienza emotiva. Questo solo finché la ricerca dell’armonia primordiale dell’universo non entra nell’ I. A. generativa, quella che può creare ex novo una melodia fuori dai dati di addestramento: “Se vuoi diventare umana devi trovare il tuo ritmo”.
Sono passati 70 anni dalla conferenza al Dartmouth College in cui John McCarthy coniò il termine "Artificial Intelligence" per la ricerca tecnologia che sta mettendo a punto un nuovo modo di stare al mondo. Questo spettacolo è specchio dell’uomo contemporaneo, riflessione ironica sui paradigmi scientifici che non riescono a contenere la forza del vivente, la potenza dell’arte, la magia di un passo di Tip-Tap, la vibrazione antica della Body Percussion, il fascino del gioco tra due artisti, anche sposi nella vita, che nessuna fantascienza potrà replicare.
La Martie-Barbie interpretata da Martina Salvatore ha richiesto innervature e autoconsapevolezza fisica che di artificio non hanno nulla, ma “solo” studio dell’attore su se stesso, lavoro di precisione sul linguaggio, sulle vocalità, sull’ attenzione ad ogni muscolo, ogni osso, ogni respiro, che le tecniche sonore di Claudio Chiarantoni e Riccardo Citro hanno impeccabilmente allineato. Un valzer sulle note del “Bel Danubio blu” e la relazione tra i due esseri, umano e robotico, evolve, avviene il cambiamento: Martie si fa carne.
Questo scioglimento ha conquistato il pubblico con l’assolo “What Was I Made For?” di Billie Eilish, questa distensione dell’anima ha inverato le parole di Gadamer: “L’essenza dell’opera d’arte risiede nel fatto che essa diviene un’esperienza che modifica colui che la fa”. Altro stile, altra emozione, l’esibizione di Raffaello con “To the Gods of Rhythm” di Nebojsa Zivkovic, che ha arricchito la performance in quanto evento. Bis preteso dal pubblico, che non voleva saperne di lasciare la sala, con il duetto finale “Isn't she lovely” di Stevie Wonder.
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