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Il sogno senza tempo di “Totò e Vicé”

Il viaggio onirico tra vita e morte approda al Nest

Il sogno senza tempo di “Totò e Vicé”

Totò e Vicé hanno un nome, ergo esistono. “Totò e Vicè” è stato ospitato al Nest Teatro. Il successo di questo lavoro adattato su una delle opere più importanti di Franco Scaldati, è valso alla regia di Giuseppe Cutino il premio dell’Associazione Nazionale di Critici di Teatro nel 2024 e ne stiamo ancora parlando. A cerniera tra le due serata, infatti, domenica mattina, nel Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo, è Antonia Lezza ad innescare il dialogo tra la compagnia e il pubblico presente. Un mood che crea risonanza oltre la performance, che permette di chiarire e confrontarsi con i tanti aspetti del teatro di ricerca. Lo spettacolo è la rifinitura di un progetto iniziato nel 2019, espressione di una coscienza collettiva, di una poesia scenica che tenta di salvare l’esistente dalla sovra esposizione comunicativa: «Voglio note dissonanti, che possano essere disturbanti e solo poi troveremo l’armonia!».

Questo l’incipit musicale, la consegna data da Cutino a Maurizio Curcio e Daniele Tesauro. Chitarra elettrica, fisarmonica e un mixer hanno vibrato come rette nello spazio; nella motivazione del riconoscimento della Critica, Giulio Baffi ne scrive: “Le musiche di Maurizio Curcio, eseguite insieme a Pierpaolo Petta, astratte, siderali e minimaliste, creano un amalgama primordiale che avvolge la scena, luce, spazio e corpi”. Per raccontare la phonè dei dialoghi selezionati e tradurli in azione, pur mantenendo il dialetto siciliano, ci è voluta la grande anima di tutta la squadra. Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo, sono stati angeli sospesi tra nascita e morte, dove “l’abisso poetico e disperato” per dirla con Simona Scattina, ci ha condotto “all’altra metà di noi stessi, quella del sonno e del sogno”.

Molto forte la presenza scenica di Sabrina Petyx e di Egle Mazzamuto, erede artistica dell’autore a cui è stato affidato un prezioso archivio drammaturgico. Un lavoro poetico e politico, oggi dedicato a tutti i morti che non hanno mai avuto sepoltura. È stato il verso “I vestiti ca mettono i morti poi addiventano ali?” ad aver suggerito questa chiave alla regia di Cutino. I due uomini sono avvolti da abiti enormi ma Totò e Vicé sono pelle nuda gettata in un mondo onirico fatto di echi interiori, di sentieri interrotti, di atmosfere felliniane. Le luci di Gabriele Gugliara hanno sostenuto l’intensità di una partitura universale contenuta intimamente da artisti a tutto tondo. Ognuno di loro è attore, autore, cantante, drammaturgo, regista, simbolo di un teatro in cui arte e vita non sono scindibili, perché persona e personaggio scivolano fuori la maschera. Ipnotici, hanno dilatato il tempo presente dello spettatore in una circolarità in cui infanzia e senilità coincidono. Incontro mattutino e performance serale si sono confusi, tale è l’umanità di Totò e Vicé mentre si specchiano e si aspettano, con pudore, si sostengono, nel grande paradosso del linguaggio umano che sa parlare solo a chi può immaginare.

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