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Musica
09 Marzo 2026 - 08:45
Rosario Miraggio
Protagonista indiscusso della scena pop-melodica contemporanea, Rosario Miraggio rappresenta il punto d’incontro perfetto tra la tradizione partenopea e le sonorità urban più attuali. Con milioni di visualizzazioni e una carriera costellata di successi - da “Prendere o lasciare” a “Ti amo e ti penso” fino ai “sold out” nei grandi palazzetti - l’artista si racconta in questa intervista, svelando l’uomo dietro i record e la passione che continua a legarlo visceralmente al suo pubblico.
Porti Napoli nei club e nei teatri di tutto il mondo, dimostrando che la tua musica non ha bisogno di traduzioni per emozionare. Ti senti più un ambasciatore della tua terra che deve “spiegare” Napoli al mondo, o un cittadino del mondo che casualmente usa il napoletano come lingua dell’anima?
«Mi sento più un ambasciatore della mia terra che deve, anziché spiegare, rappresentare in modo più egregio possibile la propria città».
I tuoi fan riempiono le piazze e i tuoi numeri superano spesso quelli di chi calca i grandi palcoscenici televisivi. Avverti la mancanza di una vetrina come Sanremo come un vuoto professionale da colmare a tutti i costi, o come una conferma del fatto che oggi il successo vero viaggia su binari diversi da quelli tradizionali?
«Ho un bel seguito perché credo che oltre alla musica, i miei fan e le persone in generale, in questi anni abbiano apprezzato anche la mia sincerità, ed è per questo che di conseguenza anche in questo caso dirò quello che penso realmente. Non nascondo che Sanremo, o una presenza più frequente, più costante nelle tv nazionali, è una cosa che mi manca, ma allo stesso tempo tutto sommato sono felice dei risultati ottenuti fino ad oggi».
C’è un’energia quasi mistica ai tuoi concerti, un legame con i fan che va oltre l’ascolto di una canzone. In un’epoca di successi “mordi e fuggi” creati dagli algoritmi, come si costruisce, e soprattutto come si mantiene, una fedeltà così viscerale senza aver ancora avuto la “consacrazione” della tv nazionale?
«Oggi arrivare ad un pubblico vasto è molto più facile, il consumo della musica è veloce ed immediato… tutto ciò però porta da una parte delle agevolazioni, ma a tanti sfugge l’altra parte, dove per avere successo, o popolarità, dovevi veramente costruire delle solide fondamenta, attraverso un lavoro molto più duro e faticoso, fare canzoni che dovevano piacere dall’inizio alla fine - non solo 30 secondi del ritornello - vendere dischi fisici, dove le persone dovevano recarsi “dal vivo” in negozio per acquistarli e cercare di fare un disco con 8-10-12 canzoni prendendo spunto da quelle più belle, e non da quelle che fanno più “numeri”. Ecco, io ho avuto la fortuna di aver realizzato i primi dischi quando ancora esisteva tutto ciò».
Molti artisti, una volta raggiunta la grande platea nazionale, tendono a “levigare” il proprio stile per piacere a tutti. Se domani arrivasse quella chiamata importante, quanto saresti disposto a scendere a compromessi con la tua natura artistica per conquistare chi ancora non ti conosce?
«Dico sempre “il giusto compromesso”, nel senso che bisogna sicuramente prendere in considerazione tutte le situazioni e circostanze, ma cercando assolutamente di non snaturarsi».
Stai per festeggiare 40 anni, un’età che per un artista rappresenta spesso l’equilibrio perfetto tra la “fame” della giovinezza e la “consapevolezza” della maturità. Guardandoti indietro, qual è la rinuncia più grande che hai dovuto fare per arrivare fin qui e quale regalo vorresti che la musica ti facesse per questo compleanno speciale?
«Sicuramente ho dovuto rinunciare al divertimento e alla spensieratezza che di solito hanno i ventenni e, forse anche alcuni momenti che si vivono dai 30 in poi… Ma non rimpiango nulla. Avevo 18 anni quando mio padre partì in tournée per l’America. Prima di andarsene, senza sapere che non sarebbe mai tornato, mi chiese di promettergli che un giorno mi sarei impegnato con tutte le mie forze per diventare un bravo cantante. Non sapevo che quello sarebbe stato il nostro ultimo addio, ed è per questo che ogni giorno cerco di mantenere quella promessa fatta, anche sacrificando qualcosa, quindi non pretendo, ma spero più che altro che la musica mi premi in qualche modo, ma senza grandi pretese, “il giusto compromesso”».
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