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19 Marzo 2026 - 11:25
Il calcio, a Napoli, non è mai stato solo calcio. È un linguaggio, una postura, una forma di appartenenza che resiste al tempo e alle sconfitte. “Napassione”, il documentario che Rai Documentari da sabato porta su RaiPlay, parte proprio da qui: non dal campo, ma da ciò che resta quando il campo scompare. I volti, le attese, i silenzi prima di una partita, i riti che si ripetono identici da anni, come una liturgia laica che attraversa generazioni.
Diretto da Antimo Campanile, nato da un’idea di Roberto Parlati e prodotto da Filmitpro, il lavoro sceglie consapevolmente di non mostrare il gioco. Nessun gol, nessuna azione. Eppure il Napoli è ovunque. Sta nelle parole di Renzo Arbore, nella leggerezza di Stefano De Martino, nell’arte di Lello Esposito, nel ritmo di Ciccio Merolla. Ma soprattutto sta nei racconti dei tifosi anonimi, quelli che non finiscono nei titoli, ma tengono in piedi la narrazione quotidiana di una passione che non conosce tregua.
Il punto di partenza è una storia semplice e potentissima: quella di un uomo malato che, davanti alla fine, non chiede altro che vedere il Napoli vincere lo scudetto. È lì che il documentario trova la sua domanda più scomoda e più vera: fin dove può spingersi il tifo? Quanto può incidere nella vita di una persona, fino a diventare desiderio ultimo, misura del tempo che resta?
Girato in tre anni, tra vicoli, piazze e panchine, “Napassione” guarda Napoli come se fosse la prima volta. Uno sguardo quasi straniero, che si ferma sulle cose che i napoletani non vedono più: una bandiera sbiadita, un televisore acceso in un basso, una radio che gracchia la partita. Dettagli che diventano racconto, perché qui il calcio è un fatto collettivo, ma anche intimissimo.
La voce narrante di Daniela Ioia accompagna questo viaggio come una presenza antica, quasi mitologica, mentre l’analisi sociologica di Sergio Brancato prova a dare forma a ciò che, in fondo, sfugge a ogni definizione. Perché il tifo, a Napoli, non si spiega: si riconosce.
“Napassione” è, prima di tutto, un racconto di identità. Di una città che si specchia nella sua squadra e che, anche quando perde, continua a sentirsi parte di qualcosa. Non è retorica, è un dato culturale. Lo aveva intuito Benedetto Croce, osservando come l’umore di Napoli cambiasse con quello del Napoli. Oggi quel legame si è fatto ancora più profondo, capace persino di attrarre turismo, di trasformare uno stadio in meta, una vittoria in racconto globale.
“Con questo documentario abbiamo voluto raccontare un sentimento che appartiene a una comunità ma che parla a tutti”, osserva Luigi Del Plavignano, direttore di Rai Documentari. “Perché in ‘Napassione’ non c’è solo il Napoli: c’è il bisogno umano di riconoscersi in qualcosa di più grande, di condividere emozioni, di sentirsi parte di una storia”.
E allora il calcio, paradossalmente, scompare per lasciare spazio a ciò che conta davvero. Resta la città. Restano le persone. Resta quella forma ostinata e irrazionale di amore che, a Napoli, non ha bisogno di essere spiegata. Basta viverla.
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