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teatro
08 Aprile 2026 - 12:37
Non c’è scenografia, non c’è musica, non c’è nulla che accompagni o protegga lo sguardo dello spettatore, ma una voce che comincia, un corpo che prende spazio e un ascolto che si attiva. È da questa sottrazione radicale che nasce Lo cunto de li cunti, il nuovo lavoro di Silvio Barbiero, in scena da giovedì 9 aprile 2026 alle ore 20.30 (repliche fino a domenica 12) al Teatro Elicantropo di Napoli.
Presentato da Teatro del Sangro, al centro dell’allestimento c’è il capolavoro di Giambattista Basile, una raccolta di fiabe che ha attraversato i secoli alimentando l’immaginario europeo e che, ancora oggi, conserva intatta la sua forza perturbante.
Ma qui le fiabe non sono rifugio, non sono consolazione, ma materia viva, attraversata da paure profonde, desideri, tensioni familiari, contraddizioni e slanci, dove il tempo agisce come una forza inesorabile e l’amore si rivela nei suoi percorsi più ambigui.
È soprattutto nella lingua che lo spettacolo trova la sua dimensione. La scrittura barocca di Basile, ricchissima e stratificata, si muove tra vertigini poetiche e improvvise cadute nel registro più basso, tra immagini complesse e battute da trivio.
Silvio Barbiero ne fa esperienza sonora e fisica, portando avanti una ricerca che attraversa il suo percorso artistico, dai Groppi amorosi di Tiziano Scarpa allo Scarrozzante testoriano fino al Barabba di Antonio Tarantino, e che trova in questo confronto con Basile un approdo naturale, tanto necessario quanto impossibile da esaurire.
In scena resta solo l’attore, nessun supporto visivo, nessuna costruzione musicale, tutto accade nella relazione. Il pubblico è chiamato a partecipare, a costruire immagini, a colmare vuoti, dentro un’esperienza che si compie nel tempo condiviso dell’ascolto.
È un teatro che rinuncia a mostrare per poter evocare, che sottrae per restituire intensità, che espone senza protezioni il gesto dell’attore e lo sguardo dello spettatore in un reciproco attraversamento.
Dopo lavori segnati da una tensione più esplicitamente civile e di denuncia, questo spettacolo si presenta come un gesto diverso, più raccolto e apparentemente leggero, ma non meno radicale.
Un attraversamento libero di un’opera smisurata, affrontata senza volontà di possesso, come si attraversa un territorio vasto e complesso, sapendo che non può essere contenuto. Un atto teatrale che si offre come esperienza viva, fragile e irripetibile, e che trova proprio nella sua essenzialità la possibilità di risuonare in profondità.
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