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Il ritorno dell'Albricci, dove Napoli ritrova la sua pista e il ciclismo la sua promessa più antica

Martedì 24 marzo a Palazzo Salerno la firma dell'intesa tra la Federazione Ciclistica Campania e l'Esercito Italiano

Il ritorno dell'Albricci, dove Napoli ritrova la sua pista e il ciclismo la sua promessa più antica

Lo stadio Albricci

NAPOLI. Martedì 24 marzo, a Palazzo Salerno, la firma dell’intesa tra Federazione Ciclistica Campania ed Esercito Italiano restituisce al Velodromo Albricci una funzione sportiva dopo oltre vent’anni. Ma la notizia vera è più profonda: riapre un luogo che appartiene insieme alla memoria del grande ciclismo e a una nuova idea di formazione, quartiere e futuro.

Ci sono impianti che ospitano sport, e altri che conservano una lingua

Il Velodromo Albricci appartiene alla seconda specie. Non è soltanto una struttura, né solo un perimetro da riattivare. È uno di quei luoghi in cui il tempo non si limita a passare: si deposita. E quando finalmente qualcosa lo rimette in funzione, non si ha l’impressione di assistere a una semplice riapertura, ma a una restituzione. Dopo oltre vent’anni di assenza del ciclismo su pista, l’anello dello stadio militare “Generale Antonio Albricci” torna disponibile grazie all’accordo tra il Comitato Regionale Campania della Federazione Ciclistica Italiana e il Comando Territoriale Sud dell’Esercito Italiano. La firma, prevista martedì 24 marzo 2026 a Palazzo Salerno, ha un peso che va ben oltre il protocollo. Segna il ritorno all’uso di una pista storica e, insieme, il ritorno di Napoli a una parte significativa della propria geografia sportiva.

L’eleganza della notizia sta tutta qui: non si tratta di strappare un luogo all’abbandono per consegnarlo a una celebrazione di maniera, ma di rimettere in circolo una struttura che porta dentro di sé due vocazioni precise. La prima è quella della memoria: l’Albricci appartiene all’album nobile del ciclismo, quello in cui i nomi non fanno arredamento ma sostanza, perché su quella pista sono passati Coppi, Merckx e altri protagonisti di una stagione che ha lasciato un segno netto nella storia sportiva della città e del Paese. La seconda è quella della funzione: il velodromo non viene riaperto per essere contemplato, ma per essere usato, abitato, attraversato da ragazzi, scuole, società, attività federali. È in questo passaggio dalla memoria all’impiego che l’operazione acquista spessore.

La differenza tra nostalgia e progetto

Ogni città con una forte stratificazione sentimentale corre un rischio: scambiare il culto del ricordo per una politica della rinascita. Napoli conosce bene questa tentazione, e proprio per questo la vicenda dell’Albricci merita di essere letta con attenzione. Qui non si compie un gesto ornamentale. Non si mette una cornice attorno a una rovina gloriosa per commuoversi un poco e poi lasciarla intatta. Qui, al contrario, si prova a fare la cosa più difficile: usare la storia senza consumarla, riattivarla senza ridurla a retorica.

Il ritorno del ciclismo all’Albricci, infatti, ha valore perché tiene insieme due piani che troppo spesso vengono raccontati separatamente. Da un lato c’è l’amarcord legittimo del grande ciclismo, quello delle folle, delle piste in cemento, dei pomeriggi in cui il campione entrava dentro la città come una figura quasi sacrale. Dall’altro c’è la chiarezza di una finalità contemporanea: promuovere sport giovanile, avviamento alla bicicletta, educazione alla sicurezza stradale, mobilità sostenibile, coinvolgimento scolastico, presidio sociale in un quartiere complesso. Il punto non è far convivere questi due registri per forza. Il punto è che qui si tengono naturalmente, perché un luogo con quella storia ha senso soltanto se torna a produrre possibilità.

L’Albricci come archivio vivo del grande ciclismo

Sarebbe un errore, tuttavia, liquidare la memoria come semplice sfondo. Il Velodromo Albricci non è un impianto qualunque che per caso porta sulle spalle qualche ricordo glorioso. È una struttura storica del ciclismo campano e nazionale, una di quelle piste su cui è passata una parte dell’epica italiana del pedale. Quando si evocano Coppi e Merckx non si stanno scomodando icone buone per impreziosire un comunicato: si sta nominando la qualità della traccia lasciata da questo luogo.

Coppi, da queste parti, non fu solo il campione. Fu l’apparizione. In anni in cui il ciclismo possedeva una centralità popolare oggi difficilmente immaginabile, la sua presenza in pista produceva una forma di trasporto collettivo che Napoli sapeva interpretare con una intensità tutta sua. Merckx, a sua volta, all’Arenaccia trovò una delle scene italiane da cui sarebbe partita la sua lunga investitura di dominatore. E poi altri nomi, altre corse, altri fotogrammi che restituiscono l’immagine di un impianto capace di stare dentro la storia non come margine, ma come teatro.

Riscoprire l’Albricci, dunque, significa anche riconoscere che il ciclismo a Napoli non è mai stato una parentesi esotica. È stato presenza, partecipazione, racconto urbano. È stato uno sport che sapeva parlare a una città popolare, laboriosa, emotiva, capace di intuire nei campioni non solo il talento ma la forma del sacrificio. Questa memoria non va imbalsamata. Va trattata come un capitale culturale da rimettere in circolo.

La pista, il quartiere, la nuova grammatica dell’utilità

Ma ogni archivio vivo ha bisogno di una funzione presente. E qui l’operazione trova la sua parte più convincente. L’accordo consentirà l’utilizzo dell’impianto in alcune giornate della settimana per attività ciclistiche federali. È un dettaglio tecnico solo in apparenza, perché dentro quella disponibilità settimanale c’è il cuore del progetto: la continuità. Non l’evento straordinario, ma la pratica. Non la liturgia della riapertura, ma l’abitudine di uno spazio che torna a servire.

In questo quadro il Velodromo Albricci può diventare ciò che oggi manca a molte città: un luogo sportivo con una funzione educativa nitida. La Federazione Ciclistica Campania ha indicato un orizzonte preciso, che non riguarda soltanto la formazione agonistica ma anche la diffusione di una cultura della bicicletta tra i più giovani, il rapporto con le scuole, l’educazione all’uso corretto del mezzo, la sicurezza stradale, la mobilità sostenibile. È un approccio serio, perché non riduce lo sport a prestazione e non riduce la bicicletta a semplice attrezzo tecnico. La bicicletta, in questa visione, torna a essere linguaggio civile oltre che sportivo.

Ed è qui che il recupero dell’Albricci acquista una statura più ampia. Perché una pista, soprattutto in un quartiere come l’Arenaccia, non è soltanto un’infrastruttura. È una grammatica dello spazio e del tempo. Insegna il rispetto del ritmo, della traiettoria, della regola condivisa. Insegna che la libertà del gesto non è anarchia ma misura. Insegna, soprattutto ai più giovani, che esiste una forma di disciplina capace di generare fiducia e appartenenza, non soltanto controllo.

La funzione sociale non è un’aggiunta, è il centro del progetto

Spesso, quando si parla di sport e territorio, il richiamo alla funzione sociale viene usato come formula di rito. Qui, invece, ha un senso concreto. L’Albricci si trova in un’area popolare, densa, piena di energia e insieme esposta alle difficoltà che ogni quartiere urbano complesso conosce. Restituire lì uno spazio sportivo organizzato significa introdurre una possibilità reale di aggregazione, presidio e formazione. Non bisogna cadere nella banalità di attribuire allo sport poteri salvifici che non possiede. Ma sarebbe altrettanto miope negargli il suo valore di infrastruttura educativa.

Un impianto come questo, se usato con continuità e visione, può diventare un punto di riferimento per società, scuole e famiglie. Può offrire ai ragazzi un luogo riconoscibile in cui misurarsi con la fatica, la regolarità, il miglioramento progressivo. Può restituire al quartiere un presidio positivo che non vive di eccezionalità ma di presenza costante. Può perfino aiutare a ricucire il rapporto tra sport e cittadinanza, oggi spesso indebolito da impianti irraggiungibili o da pratiche sempre più selettive.

In questo senso la collaborazione con l’Esercito Italiano aggiunge un elemento istituzionale non secondario. L’intesa si inserisce in una rete di rapporti con enti, amministrazioni e associazioni orientata a mettere strutture e competenze al servizio del territorio. La cosa interessante, qui, è che la cooperazione civile e militare non resta un principio astratto: prende la forma di un bene concreto, accessibile, riconoscibile. E questo, nel linguaggio delle politiche pubbliche, vale più di molte dichiarazioni.

Da Coppi ai bambini: il filo giusto non è quello della celebrazione, ma della continuità

Forse il modo migliore per capire la portata di questa riapertura è evitare la scorciatoia più facile. Non dire soltanto che su quella pista hanno corso i grandi campioni e che adesso potranno arrivarci i bambini. È vero, ma così si rischia una frase bella e basta. Il punto è più profondo. La continuità tra quei campioni e quei bambini non è di prestigio: è di senso. Un velodromo ha davvero onorato la propria storia solo quando riesce a trasformare la memoria dei grandi in occasione concreta per i piccoli.

Questo è il passaggio decisivo. Il bambino che salirà in bicicletta all’Albricci non pedalerà in un luogo neutro. Pedalerà dentro una storia, ma senza il peso schiacciante del monumento. Sentirà, magari un giorno, che lì hanno corso Coppi e Merckx. Ma intanto userà quella pista per imparare equilibrio, coraggio, tecnica, attenzione. La memoria, in altre parole, non lo costringerà a guardare indietro: gli offrirà una dignità ulteriore mentre guarda avanti.

È una distinzione sottile, ma essenziale. Lo sport giovanile funziona quando non usa il passato come ricatto, ma come terreno fertile. E il progetto dell’Albricci, nella sua formulazione migliore, sembra andare proprio in questa direzione: restituire a Napoli un luogo in cui il ciclismo possa tornare a essere allo stesso tempo scuola, pratica, racconto e possibilità.

Una data da segnare, senza enfasi di maniera

Martedì 24 marzo 2026 sarà dunque una data importante. Non perché risolva tutto, non perché basti una firma a cancellare vent’anni di silenzio, non perché il solo richiamo dei nomi illustri possa garantire il successo di ciò che verrà. Sarà importante perché introduce una soglia. Da quel giorno il ciclismo campano riavrà a disposizione un luogo storico. Napoli riavrà una pista che le appartiene. E un quartiere riavrà uno spazio capace di connettere memoria e funzione.

Le iniziative annunciate per le prossime settimane, dedicate ai giovani, alle scuole e alla sicurezza stradale, diranno quanto questa visione saprà tradursi in struttura. Ma già oggi il senso del passaggio è nitido. L’Albricci non torna per essere ricordato. Torna per essere frequentato. E questa, per un luogo della memoria, è forse la forma più alta di risarcimento.

Il ritorno più bello è quello che non si limita a commuovere

In fondo, le città si riconoscono anche da questo: dal modo in cui trattano i loro luoghi simbolici. Possono trasformarli in reliquie, oppure in strumenti. Possono onorarli a parole, oppure restituirli alla vita. Napoli, con l’Albricci, sembra avere scelto la strada più giusta e più difficile: riaprire una pagina senza richiuderla subito nella nostalgia.

Per il ciclismo campano è una notizia di peso tecnico e identitario. Per il quartiere è un’occasione civile. Per la città è una forma di fedeltà intelligente a se stessa. E per chi ama davvero questo sport c’è anche una consolazione più sottile: sapere che su quell’anello, rimasto troppo a lungo immobile, torneranno non soltanto i ricordi, ma il rumore vero delle ruote. Non quello della commemorazione, ma quello dell’inizio.

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