Da dove nasce il suo interesse per lo sport e per gli ambienti sportivi?

«Sin da piccolo ho avuto un particolare trasporto per l’attività sportiva. Erano gli anni del dopoguerra, mancava tutto, campi, infrastrutture e abbigliamento tecnico. Giocavamo nei cortili o nelle piazze. La palla era realizzata con carta avvolta in stracci e mantenuta da corde. Usavamo gli abiti e le scarpe normali. Tornavamo a casa sudati e sporchi e, dopo i rimproveri ci si lavava. Ho praticato quasi tutti gli sport terrestri. Niente sport d’acqua. Nulla ci fermava. Alla mancanza di mezzi di trasporto supplivano le nostre gambe. Chi abitava più lontano, giungeva al campo già rodato (era l’attuale riscaldamento). La ginnastica si praticava in classe, seduti al banco: ci si alzava e sedeva e si aprivano e chiudevano le dita della mano. Ricordo che un giorno nel corso di una partita ho avuto un incidente al braccio. Non potevo aprirlo o piegarlo senza l’aiuto dell’altro braccio. Ho penato molto per tenere nascosto l’incidente a mia madre. I tempi sono pian piano cambiati. Si è passati all’abbigliamento sportivo, al pallone di cuoio con camera d’aria, ma chiuso con corda di cuoio che lasciava il segno sulla fronte dell’atleta. Ho praticato il basket (all’epoca la statura media era più bassa di oggi) con la società Ercole Scalfaro di Catanzaro, militante nella serie cadetta. Tutta un’altra storia: pulizia, campo più piccolo, assenza dei contrasti anche cattivi del calcio, gioco più signorile, presenza di arbitri, ecc.

Nell’atletica leggera le mie specialità sono state la corsa campestre, gli 80 metri piani, il salto in lungo e il salto in alto. In tutte con buoni risultati. Mi sono dedicato al tennis da tavolo ed infine, all’età di 32 anni, ho iniziato il tennis al Circolo Canottieri Napoli da autodidatta. Andavamo con mia moglie, all’epoca fidanzata, alle sette del mattino e giocavamo. Alle 8 si smetteva, una doccia e alle 8,30 entrambi al lavoro: Graziella andava all’Istituto d’Arte ed io in banca. La mia attività sportiva non si è mai arrestata. Ho partecipato ai campionati tra le banche della città e nel 1973 ho fatto parte come portabandiera e come atleta della rappresentativa nazionale del Banco di Napoli alle Olimpiade Bancarie organizzate dal Banco de Credito Espanol in Madrid».

 

Il suo “politically correct” ritengo sia dovuto al suo profondo amore per lo sport in generale ed a come intende la vita di un circolo sportivo o mi sbaglio?

«Data la mia età, ho vissuto una diversa esperienza della cultura delle associazioni/circoli. Erano altre abitudini, da tempo completamente sparite. Dominava il senso di appartenenza, si era orgogliosi di poter asserire di essere socio di un club. Ammesso alla Canottieri, quale socio ordinario, non potevo accedere agli spogliatoi di quelli fondatori. Nelle sale della sede si entrava solo in abbigliamento idoneo, i bimbi non potevano sedersi nella sala pranzo se non educati a stare a tavola. Ogni impegno sociale veniva assunto quale risposta concreta all’affetto e stima mostrata dai soci nella scelta. Da tempo, invece, si compete. Il mio battesimo sociale napoletano è avvenuto al Circolo Artistico Politecnico, oggi Fondazione. Ricordo con grande piacere l'accoglienza riservatami quale nuovo membro. Era una vera iniziazione ed un percorso formativo, assistito dal socio presentatore, alla cultura tradizionale del club, agli obiettivi, alle finalità, al modo di comportarsi all’interno e, perché no, anche all’esterno. Tutto sparito. Non solo da questo millennio. Sono anni che sostengo che l’istituzione circolo, intesa nel senso tradizionale della parola, è ormai estinta. Al senso di appartenenza ed alla cultura tradizionale si è sostituito l’esigenza del benessere: ci si iscrive per godere di un servizio ad alto livello e, possibilmente, a prezzo contenuto. Ma l’esistenza di un’associazione sportiva non può che essere ispirata al significato insito nella stessa parola “sportivo”. Dare dello sportivo ad una persona, significa, esprimergli un complimento: se si è sportivi, non si fanno questioni inutili, si accettano i contrasti e le difficoltà col sorriso sulle labbra, si accettano le sconfitte assumendosene le colpe e si lavora per migliorarsi.

La mia iscrizione alla Canottieri nasce per soddisfare il desiderio di poter più facilmente praticare il tennis. Al Circolo Artistico Politecnico potevo praticare solo “gli scacchi”, il “tennis da tavolo” e le varie discipline del bigliardo. Ammesso alla Canottieri non ho avuto particolari difficoltà. La logica era la stessa dell’Artistico ed io ero già ben formato alla cultura di circolo. Sono stato accolto molto bene ed ho potuto frequentare le varie attività sociali molto ben seguite, gestite ed organizzate con eleganza. Ho dedicato subito il mio tempo disponibile alla sezione tennis del circolo e, dopo pochi anni, sono stato eletto consigliere di tale discipila, più avanti Vice Presidente, poi Presidente ed infine componente del Collegio dei Probiviri. Ho anche contribuito con un mio scritto alla redazione del volume storico sui settanta anni del Circolo. Abbandonato il calcio, ho raggiunto discreti successi dilettantistici, personali e per il Circolo di cui ho sempre, con orgoglio, vestito i colori.

 

Cosa ne pensa della pallanuoto?

Purtroppo lo sport della pallanuoto, nonostante le sue caratteristiche vicine al calcio, non riesce più ad attirare interesse nella società. Le partite, tranne quelle stracittadine, non richiamano spettatori e il mantenimento delle squadre grava soltanto sulla gestione sociale determinando uscite prive di riscontri. A Napoli abbiamo ben quattro squadre: due nella massima divisione (Canottieri e Posillipo) e due tra i cadetti (Acquachiara e Rari Nantes). Tutte e quattro blasonate. Tutte e quattro in difficoltà. Ha iniziato la Rari Nantes a dover perdere i contati con la massima divisione, ha proseguito l’Acquachiara ed ora la Canottieri, costretta a ridimensionare la compagine, ed il Posillipo, che ha dovuto sostituire l’allenatore. Nonostante questa inarrestabile caduta, si persevera nel mantenimento di quattro squadre. Non si pensa minimamente che il budget della squadra da anni è molto superiore al budget totale dei circoli napoletani. Oltre alla assenza di spettatori, mancano anche sponsor disposti ad investire pubblicitariamente nella singola società. Manca interesse e la resa dell’investimento, in termini di immagine e/o commerciale, è inadeguata. Nonostante le difficoltà e l’assenza di qualsiasi speranza di successo, si procede in modo ostinato. Eppure i Circoli cittadini non hanno nel loro DNA il dover competere a livelli professionistici. Gli statuti parlano di attività sportiva dilettantistica, il che significa principalmente “costruire l’atleta”. Non si è più bravi perché si è speso di più per acquistare, mantenere ed utilizzare campioni prodotti in altre società. Si è più bravi quanto più atleti si producono. Siamo un'industria di trasformazione umana. Quanto maggiore è il numero di aspiranti che siamo stati capaci di tramutare in campioni, tanto maggiore sarà il successo della nostra immagine sportiva e sociale. Questa è la nostra ragione d’essere. Mettiamo da parte il desiderio di primeggiare in città, in Italia non è possibile, e costruiamo tra i circoli la società “Napoli Pallanuoto”, governata da un consiglio composto dai diversi presidenti dei circoli e gestita da esperti che vi dedicano il proprio tempo e le proprie capacità. Forse potremo competere, con qualche speranza, nella massima divisione. Ciascun circolo potrebbe impegnarsi nella formazione degli atleti e il confronto in città avverrebbe sul numero degli atleti prodotti dal singolo circolo. La “Napoli Pallanuoto”, o altro nome, potrebbe più facilmente trovare sponsor privati e/o istituzionali».

    

C’è una crisi generale di qualunque tipo di associazionismo. Come pensa che si possa rimediare a questo dilagante disinteresse?

«Le abitudini, la cultura, le esigenze, il mondo sono cambiati. Non è più pensabile che si partecipi ai gruppi senza che vi sia un legante adeguato: un interesse comune anche non economico. In città spesso si aderisce ad un'associazione per amicizia, non si vuole arrecare dispiacere. Se facessimo una indagine di mercato non so cosa potrebbe venirne fuori. E’ poco comune l’associazione dovuta ad una spinta interiore, a meno che non si tratti di una che persegue un obiettivo ben definito. Tra le tante esperienze, ho avuto anche quella di responsabile del marketing, nelle aziende; specie in momenti di crisi o di cambiamenti, si utilizza la comunicazione pubblicitaria per catturare l’attenzione del pubblico e ottenere il successo dell’azienda o del prodotto. Infatti la pubblicità viene utilizzata per avere il cambiamento delle proiezioni del consumatore. La stessa cosa dovrebbero fare le associazioni per incrementare la disponibilità sociale alla partecipazione, convinta e stabile. Per farlo però è necessario conoscere avere compreso le sue reali motivazioni che possano spingere alla partecipazione attiva. In occasione di un corso alla Bocconi, veniva presentato un “caso scuola” di un automobilista che attraversava l’incrocio nonostante il semaforo rosso. Bisognava decidere quale azione porre in essere per conseguire che il soggetto modificasse il suo comportamento. Ma, cosa spingeva l’automobilista ad attraversare con il rosso? Una carente conoscenza del codice della strada, una mancanza di capacità di guida (invece di utilizzare il pedale del freno, utilizzava quello dell’acceleratore), un problema comportamentale (contrasto personale verso l’obbligo di osservare le norme)? Solo l'individuazione della causa avrebbe consentito di utilizzare la metodologia necessaria ed ottenere concretamente il cambiamento desiderato».

 

Sappiamo tutti quello che lei è stato ed è nella società con gli incarichi professionali e non che ha ricoperto, ma una piccola curiosità: che sarà il dott. Adriano Gaito nel prossimo futuro?

«Rispondo con grande piacere. Essa mi consente di provare a trasmettere anche ai suoi lettori la mia storica passione. Da tanti anni dedico, intensamente, me stesso e la mia opera al sostegno e alla valorizzazione di una storica istituzione napoletana, vanto della Città e della Comunità Territoriale, purtroppo poco conosciuta nelle sue vere dimensioni, nonostante 132 anni di costante attività anche fuori dal territorio. Nel 1984 prima e nel 2005 poi, sono stato eletto presidente dello storico Circolo Artistico Politecnico, con sede in Palazzo Zapata. Sorto il 22 dicembre 1888 per iniziativa di un gruppo di artisti napoletani con il nome “Società Napoletana degli Artisti” (primo presidente Giuseppe Caravita Principe di Sirignano), l’Associazione si proponeva di sostenere e valorizzare l’arte napoletana nel suo insieme: il gruppo sostituiva il singolo. Tramutata in circolo, è divenuto uno dei salotti culturali più significativi, senza perdere la sua vocazione artistica ed il suo sostegno agli artisti meridionali. Numerosi i soci di valore di varia estrazione: arti, giornalismo, letteratura, poesia, diritto, medicina, scienze, politica, ecc. Divenuto presidente nel periodo in cui già si avviava una possibile crisi della istituzione circolo, inteso nel senso tradizionale del termine, ho subito avviato, con il sostegno dei soci, quanto necessario per recuperare l’originaria funzione e valorizzare il notevole patrimonio artistico e culturale in esso raccolto. Ho ritramutato il Circolo in Associazione con personalità giuridica e, nel giugno 2017, l’Associazione è stata trasformata nella Fondazione per preservare il patrimonio artistico, culturale, storico e sociale da una possibile dispersione futura. Il tutto veniva vincolato alla funzione di testimonianza attiva verso le nuove generazioni: i soci hanno donato alla città ed al territorio un vero e proprio giacimento, fonte di documentazioni inedite sulla vita artistica e culturale del periodo Liberty. E’ un dono alle nuove generazioni. Per essere più attuali e penetranti nel tessuto sociale si è proceduto al restyling dell’immagine esterna e si è creato “MUSAP”, veicolo moderno, duttile all’utilizzo sui social e sul sito web. “MUSAP - Museo Artistico Politecnico”, con la sua dimensione espositiva polivalente (archivio storico, biblioteca, fototeca, opere d’arte pittoriche e scultoree, strumenti ed arredi d’epoca) consente al visitatore un tuffo nel passato, nell’epoca della più alta fertilità artistica del popolo napoletano. Il tutto è aperto alla pubblica fruibilità. Mi creda, “Musap” oggi è un vero gioiello situato nel cuore della città, realizzato tassello dopo tassello, senza soste, nel corso di 132 anni di vita e donato al territorio dai soci fondatori dell’Artistico. Il mio futuro prossimo? Verrà speso, con impegno ed entusiasmo, nell’opera di consolidamento e affermazione di questa innovativa struttura museale polivalente collocata tra Palazzo Reale, la Galleria Umberto l, il teatro San Carlo, la basilica di San Francesco di Paola e, poco più in là, Castel Nuovo. La mia aspirazione è trasmettere tale passione a tutti: amici, cittadini, studiosi, turisti e passanti».