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Cotticelli, un generale che ha negato l’ovvio

La vicenda, che ha interessato in questi giorni l’ormai ex commissario alla sanità calabrese Saverio Cotticelli, pone una seconda questione collegata non meno importante, che interessa una delle istituzioni caposaldo della Repubblica: l’Arma dei Carabinieri. Forza di polizia di indubbio rilievo storico, punto di riferimento dal 1861 per generazioni di italiani, presente in ogni ambito del Paese, è attualmente interessata da una profonda crisi, che, forse per la prima volta, trova oggi una logica spiegazione ben visibile al grande pubblico. Saverio Cotticelli, come lo stesso improvvidamente ha avuto la volontà di evidenziare nel corso della diretta alla trasmissione di Massimo Giletti, è stato anzitutto un generale dei Carabinieri. Ha infatti raggiunto il grado apicale di generale di corpo d’armata, occupando ruoli di comando con alle dipendenze decine di migliaia di militari, nonché la possibilità, riconosciuta per legge agli ufficiali del suo rango di essere valutata dal governo per diventare comandante dell’Arma. Il pensiero collettivo, sintetizzato anche dalla filmografia, raccontato dai nonni ai nipoti, riconduce il carabiniere al modello di rettitudine, fermezza e sicuro punto di riferimento; qualcuno diceva in un film “anche se dovesse crollare tutto, la gente sa che saremmo (i Carabinieri) sempre immancabilmente qui, presenti”. Ebbene se questa è la premessa, a cui credo pienamente, i Carabinieri sono la Repubblica, negli ultimi anni se ne sono viste di tutti i colori, basti pensare alla vicenda Cucchi, ai fatti di Piacenza, alle studentesse americane stuprate, il caso di Arce, etc. Mi domando allora cosa sia successo? La risposta è affiorata, raggelante ed all’improvviso, nella trasmissione di Giletti: l’inadeguatezza di una parte rappresentativa della classe dirigente. Purtroppo, se le cose stessero così, il male è forte e la cura non scontata. Abbiamo visto un generale negare l’ovvio, non in grado di padroneggiare gli elementi di base del diritto, necessari ad ogni amministratore pubblico, tralasciando inoltre qualsiasi considerazione di carattere manageriale e di capacità di risolvere. Purtroppo è stato così, e questo soggetto, che potrebbe essere solo la personificazione di una classe dirigente, ha comandato migliaia di uomini, determinato trasferimenti, valutato altri ufficiali (costituendo base per le loro carriere), gestito informazioni riservate ed avrebbe dovuto quantomeno cercare di risolvere altrettante questioni. Ma se l’esplicazione di una così importante funzione è stata svolta nelle modalità emerse l’altra sera, la risposta è presto data. Il tutto è aggravato dalla struttura militare dell’Arma, infatti se da un lato essa dovrebbe costituire sinonimo di efficienza, dall’altro, se ai vertici si trovano le persone sbagliate, rende impossibile ogni cambiamento: la militarità in alcune manifestazioni uccide lo spirito critico e qualsiasi voce dissenziente; anche in virtù di prove evidenti, viene presto repressa, rendendo possibile la sopravvivenza della mediocrità. Spero di sbagliarmi, ma non vorrei che ciò stesse accadendo all’Arma, perché se così fosse, l’attuale classe dirigente, fatta anche di ufficiali di primo livello della cui amicizia mi onoro, potrebbe selezionare dirigenti ad immagine e somiglianza della parte con meno credibilità che ha dato mostra di sé negli ultimi anni con la conseguente decadenza della nostra istituzione del cuore. Non possiamo annullare anni di gloriosa storia, ma Cotticelli ci ha fatto scorgere la malattia; meglio non fare ulteriori approfondimenti diagnostici, farebbe troppo male, procediamo subito con la cura prima che sia troppo tardi. In questo io ed altri ci appelliamo a chi nell’Arma costituisce la parte sana e deve decidere con coraggio imponendosi alla politica ed ai suoi riti spesso erronei.

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