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I corrispondenti di guerra: ecco i due miei preferiti

Cari amici lettori, come voi sapete, io non apprezzo la ripetitività, la banalità e le censure del nostro sistema mediatico politicamente corretto. Scelgo e commento le voci fuori del coro, ma soprattutto quelle che conservano la professionalità del giornalismo.Oriana Fallaci è diventata, a giusta ragione, un mito. Ella informava e commentava da ogni parte del mondo, ovunque fossero in atto scontri o pericolo di prossimi conflitti. Non a caso fu lei a intervistare il sommo ayatollah, orgogliosamente rifiutandosi di travestirsi in abiti musulmani: massima esperta di Islam, ha scritto sull’argomento della guerra di religione libri che tutti gli illusi (o in malafede) fautori di rapporti amichevoli con gli assassini (parola che, guarda caso, deriva dal nome di una setta islamica, gli hashashin) dovrebbero rileggere. Diverse fonti meno allineate, del testo, ripubblicano in questi giorni suoi brani, resi attualissimi dal disastro afgano. Noi abbiamo ancor oggi, in Italia, due giornalisti che io leggo e apprezzo da molti anni per le loro corrispondenze da luoghi ove rischiano la pelle: Fausto Biloslavo e Gian Micalessin. Ora sono in Afghanistan, ove non regna affatto la pace e la serenità spacciate per vere dagli amici dell’Islam, e intervistano persone nascoste per non essere uccise. Ho letto ieri un articolo, redatto congiuntamente dai due, con le interviste ad afghani che avevano militato con l’esercito italiano a Herat. Ne ho ricavato non solo un senso di angoscia, ma anche una viva indignazione. Una donna soldato pluridecorata, con un bambino di meno di un anno, iscritta fra gli aventi diritto a migrare in Italia, lamenta di non aver modo di uscire dal paese e di essere braccata dai talebani. Altri due militari, nostri collaboratori, lamentano cose molto gravi. “Quando, fuggiti da Herat, siamo arrivati a Kabul e abbiamo chiamato i due contatti, un ufficiale italiano e il portavoce di noi traduttori, incaricati di coordinare l’entrata all’aeroporto per l’evacuazione, nessuno ci ha risposto. Abbiamo chiamato per giorni e nessuno ci ha dato retta”. Casi isolati? No. “Ci sono almeno altri otto interpreti dimenticati da voi italiani e costretti a viere alla macchia con le famiglie”. Quanto alla promessa amnistia, essi sorridono: “Voi credete a quella roba? I talebani hanno già tagliato la testa a tre nostri colleghi. E sono pronti a rifarlo con noi se ci prendono”. L’unica cosa da aggiungere è che l’interprete, a comprova delle sue affermazioni, ha mostrato ai giornalisti su Whatsapp i profili dei due fallimentari contatti. Cos’altro posso aggiungere? Che non possiamo limitarci a condannare e maledire Biden e la sua banda per quel che è successo, succede e continuerà a succedere. Se è vero, come hanno spiegato i media politicamente corretti, che il ritiro era stato già deciso da Obama e fissato da Trump al 31 maggio scorso, anche l’Italia non poteva non sapere. Non poteva non sapere Luigi di Maio (Giggino ‘e Pumpigliano), ministro degli esteri, ma soprattutto doveva sapere e provvedere tal Lorenzo Guerini, ministro rappresentante i dem d Zingaretti e Letta nel governo Conte due e in quello di Draghi, attualmente in carica. Ministro dal 5 settembre 2019, da lui dipendevano i nostri militari in Afghanistan e i loro collaboratori. Era l’otto giugno di quest’anno quando Lorenzo Guerini ha presenziato a Herat alla cerimonia per la fine della missione italiana nel Paese. Egli, allora, non poteva non sapere che avrebbe dovuto curare il rientro in Italia dei militari e l’accoglienza dei militari e civili afgani che lavoravano nella missione. È vero che questa non è la prima gigantesca figura escrementizia di quel ministero. Ci fu la vicenda dei due marò ingiustamente detenuti in India: ma il ministro dell’epoca non aveva visitato la nave a guardia della quale furono imbarcati e, quindi, le sue omissioni iniziarono solo dopo l’arresto. In quel caso, poi, si giocava con la libertà e non con la vita. Mi sarei aspettato un movimento d’opinione contro questo Guerini, assai più violento di quello contro la sua collega Lamorgese, che in materia vittime è responsabile solo dei drogati morti nei Rave (a parte un po’ d’italiani, uccisi da migranti che erano stati o avrebbero dovuto essere stati espulsi). Invece tutto tace. I media politicamente corretti dissertano sull’accoglienza da dare agli afgani che sono riusciti a scappare e fra i quali si sospetta la presenza di terroristi; di questi morituri, che probabilmente non riusciranno a scappare, tutti tacciono. Non fiatano i sedicenti giornalisti, quelli che non vanno alla guerra, ma prendono milioni in televisione. Anche i politici di ogni colore e, soprattutto, lo sconosciuto Guerini: costui non sembra aver fatto altro se non guadagnarsi la fiducia del fratello di Montalbano e dell’attuale gran capo, rientrato dall’esilio in Francia cui l’aveva costretto il Matteo color di rosa. Ma non ce la possiamo prendere con Letta, già troppo impegnato con le sue battaglie da involontario umorista per essere turbato dalla morte di qualche decina d’infelici che avevano creduto, scioccamente, nella serietà del governo italiano.

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