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09 Ottobre 2022 - 10:18
Tra le tante e più varie definizioni riservate a Napoli, la più convincente, a nostro avviso, fu quella del poeta Alfonso Gatto, che la definì “inafferrabile”, sfuggente, cioè capace di tutto e del contrario di tutto. Non c’è vicenda amministrativa che non lo confermi. A maggio di un anno fa Gaetano Manfredi, rettore Magnifico, ex ministro dell'Università del governo Conte II, sollecitato a candidarsi a sindaco di Napoli, pose come condizione il varo di un intervento legislativo ad hoc, che servisse da concreta garanzia istituzionale per una gestione finanziaria del Comune, diversamente condannato al dissesto. Sulla spinta di un euforico debutto elettorale di una coalizione sorprendente e di convenienza, Pd, M5S che se n’erano dette di tutti i colori e l’aggiunta di Leu, il resto di niente, nacque "Un patto per Napoli”. Finalizzato a “rendere sostenibile il debito e a liberare risorse per il rilancio della città", sottoscritto da Conte, Letta e Speranza, i leader dei tre partiti. Subito dopo la firma del Patto, Manfredi, con un post da “magnum gaudium”, così esternava la sua soddisfazione: "Finalmente Napoli torna protagonista sullo scenario politico nazionale. Adesso possiamo partire tutti insieme per costruire la città del futuro. Un grande sforzo che deve mettere in campo le migliori energie della città. Ognuno deve fare la sua parte e io farò la mia". È passato un anno dalla sua elezione a sindaco di Napoli, troppo poco sicuramente per darne un giudizio definitivo e però già abbastanza per poter dire che le esperienze amministrative di questi mesi non sono certo esaltanti né promettono il meglio. Ogni intoppo sta diventando un grosso ostacolo. A destare sconforto è anche un rimando costante al passato, quasi liberatorio nel dover ribadire sempre responsabilità non proprie, per “problemi che vengono da lontano”, da dare la sensazione di voler coprire attuali oggettive inerzie. Quel cambio di passo, sempre atteso e auspicato quando un’amministrazione subentra a un'altra, a volte anche con più di qualche positivo segnale , non si è ancora percepito con Manfredi sindaco. Ricordiamo che, tra le sue prime promesse sul decoro della città, vi fu quella di una Napoli non più “friggitoria all’aperto”, intanto che lo si verifichi sul serio , la città è diventata una “tavolata diffusa” che obbliga a slalom rischiosi per passeggiare. Tornando al concetto iniziale della inafferrabilità di una città dove capita tutto e il contrario di tutto oggi, oltre ad avere “un sindaco di alibi permanenti” , un dato sconcertante, anzi paradossale è che i più critici verso l’attuale primo cittadino, tra i tanti, sono due sindaci di un recente e recentissimo passato, Bassolino e de Magistris. Responsabili senza attenuanti della mancata svolta innovativa, rigenerativa e competitiva di Napoli , pur avendo avuto tutti e due il tempo necessario per poterlo fare, ciascuno in forza di un doppio mandato popolare. “Il primo ridisegnò la città ma tutto o quasi tutto, però, è rimasto sulla carta”, a scriverlo nel giugno di quattro anni fa è stato un autorevole giornalista Mario Garofalo nella recensione al saggio di Vezio De Lucia dal titolo: “Napoli , promemoria. Storia e futuro di un progetto per la città”. Il secondo, invece, ha fatto di tutto per dar ragione alla lontana profezia dello storico Francesco Barbagallo, il quale, appena de Magistris fu eletto sindaco di Napoli, disse: “Una cosa è fare il capopopolo, altra è amministrare. Vedremo”. Lo abbiamo visto e lo stiamo continuando a vedere anche in questo gioco di rinfacci, in cui nessuno si sente colpevole, ammette negligenze, errori nel valutare sé stesso, un predecessore o un successore a Palazzo San Giacomo, tutti però sott’accusa per gestioni inefficienti. È tempo che lo si dica: la condizione di Napoli è stata contrassegnata da uno sganciamento tra le parti della sua realtà, che non non hanno mai, o quasi mai, costituito un sistema dove esse potessero interagire e comporre il tutto dandogli forza. Napoli è senza alibi, per una criticità complessa, aggravata da un fondamentalismo ambientalista, ideologico e da furori velleitari. Qui si vive ancora tra incubazioni di mali antichi e l’incubo che si possano manifestare in modo sempre più problematico: una endemicità che soltanto un forte spirito collaborativo tra le massime istituzioni locali può risolvere positivamente. È sperabile che, in questo ingorgo di grane, lo si trovi.
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