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Italia, politica nuova che s’ispira al passato

Opinionista: 

Un incubo. Trasformismi e tradimenti; accordi, e scissioni vere e probabili (Renzi, Toti e, forse, M5s); partiti personali per la voglia di qualche leaderino di partecipare alla spartizione di potere e poltrone e tenere sotto scacco il governo, che litiga e, alla prima occasione, va sotto al Parlamento. Ma è storia antica. Politica e partiti, sempre uguali a se stessi non perdono occasione per far risaltare i propri difetti. Provo a dimostrarlo. Nella speranza che possa servire a fargli cambiare atteggiamento. Non ci credo, ma si sa mai. Nel '600 il britannico G. S. marchese di Halifas, definì la politica “l'organizzazione degli odii”. Nessuna meraviglia, quindi, se l'attività dei partiti, oggi, si eserciti soprattutto “contro”. Berlusconi ieri, Salvini e Renzi, oggi, e domani, chissà. E badate bene, sempre in nome e per il bene del Paese e per evitarne la bancarotta. Comportamento di cui il M5s, ha fatto il proprio costume di vita. Nato come movimento del “vaffan...” e antisistema, oggi è diventato il partito più “sistemato” d'Italia. E, in questa trasfigurazione, c'è tutto quello di cui “lorsignori-ni” si sono resi protagonisti dal marzo 2018. Dal “mai alleanze con quelli della prima Repubblica” al “contratto” con la Lega e il governo gialloverde; dal “mai con il partito di Bibbiano” al patto con il Pd e l'esecutivo giallorosso, quando Salvini decide di staccare la spina al primo. La velocità di cambiare opinione rappresenta la vera discontinuità dei 5Stelle con il passato. Ma il il francesce J. F. P. de Gondi, cardinale di Retz, già nel '600, sosteneva che “bisogna cambiare spesso opinione per restare del proprio partito”. E la Lega che lascia il governo, in teoria per i troppi “no” dei grillini alle grandi opere; in realtà, perché capisce che – per l'indisponibilità delle risorse e dell'Ue a farci “credito” - non avrebbe potuto mantenere le poprie promesse. E poiché, non intende pagarne pegno, apre la crisi, cercando di trasformare il rischio in opportunità di crescita. E il Pd che si ricorda delle 400 poltrone manageriali in scadenza nelle partecipate e dell'elezione nel 2022 del nuovo Capo dello Stato e decide di cogliere l'occasione per tornare al governo, senza elezioni aggiungendo, così, a quelle summenzionate, le poltrone ministeriali e non perdere quelle parlamentari; e i 5S che – per evitare la propria falcidia elettorale – preferiscono la seconda alleanza ibrida, stavolta, con gli “odiati” nemici del Pd. Cosa sono, se non la dimostrazione di ciò che scrisse nel '700, il francesce, inventore di D'Artagnan, G. de Courtilz de Sandras, indicando la politica come “il segreto di fare i propri affari e impedire agli altri di fare i loro”? E forse che, dall'apertura della crisi ad oggi, qualcuno ha sentito parlare di programmi per il Paese? Personalmente, ho solo sentito che Salvini ha incontrato Berlusconi, ha capito che da solo, può arrivare primo, ma non vincere il giro, con Silvio e la Meloni, invece, potrebbe anche governare. E, dall'altro lato della barricata si è solo “audita” la proposta di Di Maio, agli alleati di governo, a fare un passo indietro e sostenere assieme – nascosti all'ombra delle siepi - giunte civiche alle prossime elezioni regionali, e poi, di ritornare al proporzionale, per sconfiggere Salvini e il centrodestra. Nessuno, però, ha spiegato - tranne che ripetere pappagallescamente, e superficialmente, promesse stantie e sempre uguali - cosa, una volta vinto, vorrebbe fare per il futuro. Del resto, che fretta c'è? L'avvenire si può costruire con calma e magari, “salvo intese”. E anche questo è storia nota dagli anni '30 del secolo scorso, quando lo statunitense A. Downs spiegò che “i partiti formulano politiche allo scopo di vincere elezioni, piuttosto che vincere elezioni allo scopo di formulare programmi”. Intanto, le aziende chiudono (Whirlpool), le crisi aziendali crescono, il fatturato delle imprese e l'occupazione diminuiscono, ma le promesse a futura memoria (Mezzogiorno, taglio cuneo fiscale, ecc.) aumentano. In verità, a marzo 2018, Di Maio, ricordò che' De Gasperi aveva detto che “poi litica vuol dire realizzare”. Bene, perché, oltre che ricordarlo, non hai mai cercato di imitarlo? Ma coi fatti, non a parole. Troppo recente e di buon senso, per farne tesoro? Ma il peggio è che il Colle, lo consenta.