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La sfida mediterranea per il rilancio del Sud

Opinionista: 

Una grande opportunità. Più si avvicina l’addio dell’Italia alla Via della Seta cinese, più diventa chiaro che il nostro Mezzogiorno si candida ad aumentare il peso del suo ruolo economico e strategico in Europa e nel mondo. Il passaggio d’epoca in cui siamo immersi contiene per il Sud molti rischi ma anche una miniera di nuove occasioni. Non solo perché lo Stivale da Roma in giù può essere il nuovo hub strategico dell’Europa da un punto di vista energetico, ma anche perché molte delle nuove rotte commerciali imposte dalle trasformazioni in corso nell’economia mondiale passano dal Meridione. La firma posta da Giorgia Meloni all’accordo per il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa ne è uno straordinario esempio. Rafforzare l’integrazione tra Asia, regione del Golfo ed Europa è certamente l’alternativa al progetto imperialista lanciato nel 2013 dal regime rosso di Pechino: su questo non c’è alcun dubbio. Ma l’intesa da 600 miliardi per un nuovo passaggio ferroviario e marittimo che, tramite il Golfo Persico, collegherà direttamente l’India all’Europa, passa attraverso la sponda Sud del Mediterraneo. Questo vuol dire che per il Mezzogiorno si apre uno spazio enorme non più solo geopolitico - come nel caso del gas - ma anche commerciale, visto che quell’accordo torna ad affermare la centralità del Mediterraneo, di cui Napoli è capitale indiscussa. La nuova visione mediterraneocentrica che il Governo di centrodestra intende riacquisire alla Nazione, rilanciando finalmente il suo tradizionale estero vicino, può diventare la cosa più meridionalista fatta negli ultimi 40 anni. Export, energia, commercio, logistica, infrastrutture, nuove tecnologie: unificare in uno spazio strategico i Paesi del Mediterraneo allargato, vuol dire mettere in moto le infinite risorse dormienti che ci circondano e che i nostri governanti hanno sempre colpevolmente sottovalutato. In questo, la portata della sfida meloniana è davvero epocale. Il Meridione è in una posizione geostrategica tanto invidiabile quanto inespressa; basta guardare gli ultimi dati Istat, che piazzano Campania e Calabria davanti a tutti per la crescita dell’export nei primi sei mesi dell’anno. Alcuni dei porti del Sud sono già un anello fondamentale nel sistema del commercio internazionale, ora sono necessarie infrastrutture di collegamento adeguate che ne facciano altrettanti snodi del Mediterraneo. Per quello il Pnrr è fondamentale. A Napoli, Bari, Taranto e Gioia Tauro ci sono i quattro migliori porti del “Mare Nostrum” che vanno messi a sistema. Zona economica speciale unica e capacità di spendere i soldi europei per gli investimenti sono decisivi per questo disegno, ma per riuscirci è necessario farla finita con i denari che ci sono e non riusciamo a spendere. Il Governo e la premier devono capire che è su questo che si giocano l’osso del collo. Dal 2014 al 2020 abbiamo speso solo il 31,4% dei 116 miliardi disponibili: se non si cancella questa indecenza, ripartita tra Regioni e ministeri, difficilmente si riuscirà ad invertire la rotta. Invece di lamentarsi sempre dei soldi che mancano per aumentare le spese correnti, si pensi a spendere in maniera produttiva le risorse europee a disposizione per gli investimenti, che generano crescita e lavoro. Tre elementi saranno decisivi per la creazione di uno spazio di sicurezza e stabilità nel Mediterraneo: 1) il potenziamento della rete infrastrutturale nell’Italia del Sud; 2) la lotta al radicalismo islamista, in espansione nell’area subsahariana; 3) il contrasto alla crescente influenza cinese, russa e turca che l’Europa, con il suo disinteresse per l’Africa, ha alimentato. La formazione di uno spazio di prosperità nell’area sarà determinante per favorire lo sviluppo del Sud. Solo così potremo affrontare in modo efficace le sfide epocali che sono davanti a noi, trasformandole in opportunità vere per l’economia del Meridione e i suoi giovani. Perché il Mare Nostro non sia più degli altri.