La sua carriera artistica inizia come dj per spaziare poi a 360 gradi. Animatore di villaggi turistici, imitatore, attore di cinema e di teatro, autore di testi, direttore artistico, fondatore di una scuola di animatori turistici, imprenditore, impresario teatrale. Alan de Luca (nella foto) ha vinto due concorsi nazionali come dj indetti dalle riviste Eva Express e Novella 2000. «Sono nato a Napoli e i primi anni della mia adolescenza li ho vissuti in località Cittadella, a Casoria. Dopo le elementari e le medie sono andato all’istituto magistrale “Margherita di Savoia” alla salita Pontecorvo nei pressi di piazza Dante. Appassionato delle materie umanistiche e molto bravo nello scrivere, avrei voluto fare il liceo classico ma era troppo impegnativo».

Giovanissimo fondò un radio libera. Come si chiamava?

«Mi piaceva molto la musica e a 15-16 anni andavo in giro per l’Italia a vedere concerti. Insieme a mia sorella, mio cognato e alcuni amici fondammo Radio Quasar, una delle prime radio libere locali. Il nome lo mutuammo dal mondo dell’elettronica. La frequentava anche Fortunato Calvino, che poi è diventato un drammaturgo di importanza nazionale. Con lui cominciai a girare dei cortometraggi con la mitica Super8. Affiorava in nuce la mia predisposizione anche per il teatro. Era anche il periodo in cui improvvisavo imitazioni. Tra le prime, quelle che feci dei miei professori dell’esame di licenza magistrale. Ma il mio sogno era diventare dj».

Quando ha iniziato a farlo?

«Dopo qualche anno e debuttai al Jolly Club che si trovava a fianco del famoso ristorante D’Angelo, in via Aniello Falcone. Il gestore mi offrì 5mila lire a serata e io per darmi tono feci una trattativa e ne ottenni 6mila. Con me spesso c’era anche Gino Rivieccio che iniziava la sua carriera di cabarettista».

La prematura perdita di suo padre la costrinse a lasciare l’università e cominciò a lavorare. Dove?

«Partecipai a un concorso come assistente scolastico e lo vinsi. Lavoravo in un’equipe composta, tra l’altro, da psicologi e pedagogisti, a sostegno di ragazzi “a rischio” e in difficoltà. È stata un’esperienza importante per la mia formazione. Poco dopo iniziai a fare il dj in una importante discoteca di Casoria, la “Old Station”. Ricordo che durante i fine settimana molti alunni delle classi che seguivo la frequentavano e mi vedevano “cambiare pelle”: da “docente” mi trasformavo in uno sfrenato performer musicale. In quel locale ho visto l’ultimo spettacolo di Alighiero Noschese».

Poco dopo ci fu la prima svolta nella sua vita.

«D’estate approdai al “Carrugo” di Agropoli, una discoteca a quei tempi sulla cresta dell’onda. Andai fortissimo e conobbi importanti gruppi musicali come i Pooh e i Matia Bazar. Un giorno, quando la stagione era alla fine, il barman mi chiese se l’estate successiva volevo andare a Palinuro a fare l’animatore in un villaggio. Gli chiesi un po’ di tempo per riflettere perché ero fondamentalmente un timido e poi non avevo alcuna esperienza in quel campo. Acconsentì ma mi disse che dovevo decidere entro la fine dell’anno».

Accettò?

«Sì, volli mettermi in gioco e fare anche quell’esperienza. Il villaggio si chiamava “La Stella del Sud”, frequentato da molti personaggi della Rai. Nel frattempo continuavo il mio lavoro come dipendente comunale e seguivo la mia passione come dj in vari locali del napoletano. Venne l’estate e il giorno dell’esordio fui colpito da una violenta influenza. Ho sempre sospettato che fosse stata causata dall’emozione. Fortunatamente il tutto si risolse in poco tempo e la strada fu tutta in discesa al punto che fui nominato capo degli animatori. Venne Renzo Arbore con la sua “Barilla Boogie Band”. Con lui c’era anche Marisa Laurito. Era il mio idolo e io per promuovere lo spettacolo presi una barca, mi vestiti come lui e andai in giro lungo la costa invitando tutti a “venirmi” a vedere alla serata. Molti credevano che veramente fossi Renzo per la somiglianza e per la mia imitazione perfetta della sua voce. Fu una serata magica, mi invitò sul palco e da allora siamo diventati amici. Incontrai anche Fiorello che esordiva in quella che è diventata la sua professione con i successi che conosciamo tutti».

Quindi un’esperienza come direttore artistico del Lanternone, sempre a Palinuro, e il rientro a Napoli dove diede vita a un’iniziativa inedita e molto importante. Quale?

«Fondai la prima scuola in Italia di animatori turistici al Teatro delle Arti, alla salita Arenella. Su quel palcoscenico si sono formati Francesco Paolantoni e Mario Sarcinelli. La mia amica Luciana Veschi, regista della “Domenica Sportiva”, lo seppe e mi segnalò a Romano Battaglia che mi invitò insieme a NicolaTrussardi, come personaggi dell’anno, al suo programma “Tg l’una” in onda su Rai1. L’estate successiva fui ingaggiato dal villaggio “Freedom” a Marina di Sibari e mi inventai uno spettacolo molto particolare. Misi su un gruppo di sosia di artisti famosi che cantavano in playback i successi dei cantanti che “interpretavano”. Ricordo che un ragazzo che veniva da un paese vicino mi disse: “ero convinto che fossero cantanti veri ma gli imitatori sono stati talmente bravi e credibili che mi sono divertito moltissimo”. Fu un successone e quell’esperienza mi convinse che era giunto il momento di mettermi in proprio e creare un locale tutto mio».

Una seconda svolta. Cosa fece?

«Chiusi la scuola e smisi di fare l’animatore. Trovai un piccolo locale a via Posillipo e mi inventai serate in cui tutti i clienti potevano cantare leggendo i testi dei brani su fogli che distribuivo. Un gruppo musicale suonava le basi live. Lo chiamai “Il Clarinetto”. La disponibilità era solo per quaranta posti e dopo appena una settimana c’era la fila fuori per entrare. Il chiasso era assordante e la signora del piano di sopra chiamò la polizia che mi fece chiudere. Non mi persi d’animo, mi misi in giro e ne trovai uno più grande a piazza Bellini. Lo chiamai “Flag”, bandiera. Aveva 80 posti e ben presto venne tutta la Napoli bene e anche calciatori tra cui Careca e Maradona. Organizzavo spettacoli comici accompagnato da una band, monologhi, raccontavo barzellette e imitavo Nino D’Angelo mettendomi un “caschetto d’oro” in testa. Facevo anche una serata settimanale che definivo “tamarra” anticipando di un paio d’anni Guido Lembo con il suo “Anema ’e core” a Capri. Il tutto caratterizzato da una forte e continua interazione con il pubblico. Ero diventato imprenditore e impresario di me stesso. I giornalisti Mimmo Carratelli e Titta Fiore mi dedicarono l’intera terza pagina del “Mattino” proiettandomi così verso il mondo della televisione nazionale. Era giunto il momento di lasciare il posto di assistente scolastico».

Fu una decisione fondamentale nella sua vita e, quasi contemporaneamente, iniziò anche la sua attività di attore di teatro a livello professionale.

«A pochi metri dal “Flag” c’era il teatro “Bruttini”, ex “Porta Infame”, che poi sarebbe diventato “Il cabaret Port’Alba”. Feci diversi spettacoli con Gaetano Liguori e con Angelo Di Gennaro. Venne a vedermi anche Renzo Arbore. Intanto l’articolo del “Mattino” aveva attirato l’attenzione di Maurizio Costanzo che mi invitò al “Costanzo Show”, e di Pippo Baudo che mi propose di partecipare alla sua nuova trasmissione, “Gran Premio”, su Rai1. Dovetti scegliere e optai per “Costanzo Show”».

Dopo poco tempo, però, decise di mettersi “da parte”. Cosa accadde?

«Credo che questo sia un fenomeno fisiologico che si verifica a un certo punto nella carriera di un artista. Nel mio caso sicuramente ha contribuito un’inquietudine perenne, uno stato d’animo che mi ha sempre accompagnato, una ricerca continua di nuovi lidi e nuove mete che probabilmente mi ha anche limitato nei risultati. Non a caso ho cambiato ripetutamente abitazione».

Come riorganizzò la sua vita?

«Andai a vivere a Fiumicino, in una piccola casa con terrazza sul mare, insieme alla mia compagna brasiliana Jackeline, che dopo è diventata mia moglie e madre di nostra figlia Morena. Per sbarcare il lunario facevo serate nei locali caratteristici della Capitale. Trascorso qualche anno rientrammo a Napoli. Una sera, vedendo “Striscia la notizia”, nella mia mente si accese improvvisamente una lampadina e dissi tra me e me: “perché non fare uno spettacolo simile anche a livello locale?”. Abbozzai un progetto e lo presentai ad Andrea Torino, il compianto patron di Canale 21. Trovai anche uno sponsor e acquistai uno spazio sull’emittente. Chiamai Lino D’Angiò, un bravo imitatore che avevo conosciuto alla “Canzuncella” di Aurelio Fierro. Iniziò “Fischia la notizia”. La facemmo anche l’anno successivo, senza sponsor, a spese del patron».

Poi vi chiamò Enzo Coppola, direttore dell’emittente Canale 9 e nacque “TeleGaribaldi”.

«È stato il programma più seguito in Campania. Ha costituito anche il cannovaccio sul quale abbiamo costruito due spettacoli teatrali di grande successo: “Natale in casa Bassolindo” e “Spasso dopo spasso in casa Bassolindo”. Ricordo che la sera del debutto al teatro Tasso del primo dei due lavori, mi venne una forte emicrania per cui dovemmo rimandare lo spettacolo. Il giorno dopo sul “Corriere di Napoli” uscì un articolo con il titolo cubitale “Rissa ai botteghini per De Luca e D’Angiò”. Leggendo, gli occhi mi si riempirono di lacrime: ero rinato! Per due anni facemmo sold out nei migliori teatri cittadini».

Seguì una delusione che ebbe una grave conseguenza. Ce la ricorda?

«“TeleGaribaldi” e gli spettacoli teatrali piacquero molto a Francesco Pinto, che all’epoca era direttore della terza rete Rai. Aveva un progetto per noi che sottopose alla direzione generale a Roma. Sembrava che tutto andasse per il meglio ma poi per fatti “politici” il progetto naufragò. Io e Lino rimanemmo molto male perché avevamo girato il film prodotto da Rodeo Drive “Non lo sappiamo ancora” e il programma ideato da Pinto ci avrebbe dato una forte promozione. Questo fatto determinò lo scioglimento del nostro sodalizio. Ognuno prese la sua strada e Lino condusse da solo il programma “Avanzi Popolo” su Canale 34».

E lei?

«Feci su Telecapri il programma “Maradona Show” insieme ad Alessandro Siani. Ma purtroppo riemerse quello stato di disagio che anni prima mi aveva colpito. Questa volta, però, sotto forma di profonda depressione. Mia moglie mi aveva lasciato portando con se Morena. Sono stati anni molto duri nel corso dei quali ho cambiato abitazione in continuo e ho fatto anche una vita da “eremita” a Varcaturo».

Come ne venne fuori?

«Grazie a mia figlia, allora quindicenne. Mi fece riemergere dallo stato pietoso in cui ero caduto facendomi prendere coscienza delle importanti responsabilità genitoriali che avevo come padre. Mi disse che voleva lasciare la madre e venire a vivere con me. Ebbi un’incredibile reazione d’orgoglio alimentata dal forte amore che aveva sotteso la decisione di mia figlia e mi rimboccai le maniche per ricominciare daccapo. Ritornai al vecchio amore per il teatro, trovai un locale dove misi su il “Teatro dei Lazzari”, a Santa Maria la Nova, e andai ad abitare lì vicino. Diventò un importante punto di richiamo per ragazzi a rischio che cominciarono ad appassionarsi alla prosa e alla recitazione».

Lo ha chiuso definitivamente quando è arrivata la chiamata di Canale 21 ed è tornato a vivere alla Cittadella, da sua madre, donna Emilia.

«Mi auguro che sia l’ultimo cambio di casa. Mamma ha 90 anni e me la voglio godere il più possibile. Con l’idea di Paolo Torino che ha “inventato” la trasmissione “Koprifuoco” si è ricomposta la coppia De Luca-D’Angiò. Lo scopo è dare un po’ di allegria in questo nuovo drammatico periodo pandemico. Abbiamo debuttato il 23 ottobre scorso facendo registrare un indice di ascolti molto alto. È uno show comico che diventa anche cronaca cittadina quotidiana, buia come non mai. Va in onda ogni sera alle 23».

Cosa c’è nel suo prossimo futuro artistico?

«Il progetto di un film drammatico che sto scrivendo insieme ad Angelo Petrella. Sarà un’immersione nel mondo delle feste di piazza, delle cerimonie e dei matrimoni con i tanti e variegati personaggi di cui è composto. Un film dove non si ride e si mastica amaro».