di Mimmo Sica

Gianni Ambrosino (nella foto), dopo una lunga carriera iniziata al “Roma” e continuata al “Mattino”, andato in quiescenza, è il direttore di Canale 21. È sposato con Loredana. La loro unica figlia, Emanuela, è giornalista di Sky a Milano e li ha resi nonni di due nipotini, Alessandro e Camilla.

«Ho fatto gli studi prima all’Umberto poi al Bianchi. Dopo la maturità classica mi iscrissi a Giurisprudenza. Conseguita la laurea, superai l’esame per l’abilitazione all’esercizio della professione forense come procuratore legale. La pratica l’avevo fatta presso lo studio dell’avvocato Luigi Cariota Ferrara che era anche professore di Diritto Civile alla Federico II e preside della facoltà. Il mio sogno, però, era quello di fare il giornalista».

Quando ha cominciato a farlo?

«Da studente universitario iniziai a frequentare il “Roma” del comandante Achille Lauro nella storico palazzo della sua flotta in via Cristoforo Colombo. Cominciai la gavetta facendo i tabellini delle partite del calcio giovanile. Il capo della redazione sportiva era il mitico Antonio Scotti di Uccio e il segretario di redazione l’indimenticabile professore Vittorio Como».

Quando passò effettivo in organico?

«Nel 1974 e sono rimasto al “Roma” fino al 1977. Il direttore era Alberto Giovannini. Quando gli comunicai che volevo passare con il “Mattino” pronunciò la sua famosa frase: “Ma tu non pensi che andando al “Mattino” sarai uno dei tanti, mentre restando al “Roma” avrai maggiori e più concrete prospettive di carriera?”. Gli risposi che lasciavo il “Roma” con la morte nel cuore perché ero, come sono e sarò sempre legato affettivamente a quel giornale, ma che il “Mattino” mi dava maggiore tranquillità per il mantenimento del posto di lavoro. Già in quei giorni, infatti, il giornale del Comandante Lauro cominciava a traballare».

Chi l’assunse a via Chiatamone?

«Orazio Mazzoni l’1 novembre del 1977. Dopo un mese e mezzo è nata la nostra unica figlia Emanuela. A lui devo veramente tantissimo. Ci legava un rapporto familiare perché suo suocero era amico di mio padre».

Grazie a lui è stato giovane direttore della rivista “La Voce di Napoli”.

«Accadde tra l’ultimo periodo del “Roma” e quello immediatamente precedente l’assunzione al “Mattino”. Mi segnalò per la posizione di vertice del giornale ideato e diretto da Marino Turchi, un vecchio giornalista napoletano. Era un settimanale che curava un po’ tutte le vicende napoletane. Naturalmente avevo l’autorizzazione del direttore Giovannini».

Ripetette questa esperienza anche direttamente con Mazzoni.

«Fece un altro giornale che si chiamava “Napoli Oggi” e me ne affidò inizialmente la direzione. La redazione era composta da Gino Grassi, Mimmo Carratelli, Carlo Dell’Orefice, Antonio Sasso, Enzo Popoli, Elio Scribani, Daniela Limoncelli, Sandra Di Stefano, e tanti altri giovani giornalisti tra cui Roberto Napoletano, Alfonso Ruffo e Donatella Gallone».

Di cosa si occupava al “Mattino”?

«Andai in cronaca con capocronista Ciro Paglia. Il giornale era spaccato a metà per effetto della crisi che lo aveva costretto a chiudere per 90 giorni. C’era una parte della redazione favorevole a Mazzoni, di cui facevo parte anche io che ero in assoluto la sua persona di fiducia, e l’altra metà contraria che faceva capo a Rinnovamento Sindacale il cui leader era Ermanno Corsi. Mazzoni ha avuto molti meriti, il più grande credo sia stato quello di portare al “Mattino” validissimi giornalisti prendendoli dal “Roma”. Dico con orgoglio che seguì anche i miei consigli».

La testata fu acquistata da Rizzoli e venne un nuovo direttore con il quale ha vissuto la tragedia del terremoto del 1980.

«La nuova proprietà mise al vertice Roberto Ciuni. Per noi mazzoniani fu un brutto colpo, però si dimostrò un grande giornalista e un buon direttore. L’acme si raggiunse il 23 novembre del 1980. Stavamo tutti fuori nelle zone calde colpite dal terribile sisma e facemmo un giornale che risultò strepitoso. Il titolo che è rimasto nella storia, “Fate presto”, lo fece lui».

Che cosa voleva dire?

«La mattina tenevamo la telefonata con la redazione per raccontare al capo redattore quale era la situazione al momento. Al di là della tragedia venne fuori un dato di fatto: c’era un ritardo nei soccorsi che stava provocando una tragedia sulla tragedia. Ciuni lanciò il grido “fate presto” rivolto a tutti. Così nacque quel titolo».

Lo scandalo della P2 coinvolse il direttore Ciuni, anche lui piduista. Fu sostituito dal suo vice, Franco Angrisani, che poi cedette la cabina di comando ad un altro grande direttore: Pasquale Nonno.

«Democristiano demitiano, è stato direttore del “Mattino” per tantissimi anni ed è il più grande che io abbia conosciuto. Prese il giornale dopo la P2 e lo portò a delle vette molto alte facendolo diventare di primo livello e di grande peso politico. Con lui abbiamo venduto anche 180mila copie. Non dimentichiamo che era il periodo di Maradona e del primo scudetto del Napoli. Di intelligenza non comune, riuscì inizialmente a compattare abbastanza la redazione. Con lui sono diventato vice redattore capo e poi redattore capo. Tra noi c’era un rapporto di altissima fiducia. Lo rimpiango e purtroppo è morto prematuramente».

Con Nonno ha gestito, come capo della cronaca, Tangentopoli.

«Fu un periodo terribile e il giornale si spaccò nuovamente. Non era facile perché cominciò a cadere tutta la nomenclatura politica che era di grande spessore. La mia squadra era molto forte: redattore capo centrale Peppino Calise, la prima firma politica Antonio Aurigemma. La mia grande fortuna è stata quella di non essermi mai schierato con qualcuno o con qualche corrente politica, per cui nessuno poteva lamentarsi di me. Ero praticamente al di sopra delle parti anche se intimamente mi sentivo un moderato di destra».

In quel periodo ebbe la terza occasione per dirigere un periodico. Quale?

«Mi chiamò un mio carissimo amico, Sergio Iannuccilli, grande imprenditore che è stato anche parlamentare. Decise di acquistare lo storico mensile “Napoli City” e mi offrì la direzione. Ne parlai con Nonno il quale mi disse che se mi faceva piacere, per lui non c’erano problemi. Accettai. Era un giornale che trattava anche la politica ma da un punto di vista mondano. L’ho diretto per un paio d’anni. Con me lavoravano molti giornalisti del “Mattino” tra cui Ermanno Corsi e Mimmo Carratelli».

“Vittima” illustre di Tangentopoli, Nonno fu sostituito da Sergio Zavoli.

«Ci fu un momento di sbandamento redazionale. Una parte di noi rimase a 360° fedele a Nonno e io in modo particolare. Arrivò Sergio Zavoli che è stato con noi un anno, una vera meteora. Fu sostituito dal suo vice, Paolo Graldi. Sono stato legato molto anche a lui perché prese il “Mattino” in un momento drammatico. Il giornale era in crisi profonda ed era in vendita. Ci furono tantissimi prepensionamenti di giornalisti e di tipografi. Andarono via, tra gli altri, Giacomo Lombardi anche lui vicedirettore, la vera “macchina” del giornale, al quale ero molto vicino. Graldi rivoluzionò il quotidiano dividendolo in aree. A me affidò quella che si occupava degli interni, degli esteri, dell’economia e della politica. Fu per me un momento molto impegnativo perché il giornale doveva risorgere e ci riuscimmo».

Quando ha lasciato il “Mattino”?

«Nel 2008 approfittando di un nuovo prepensionamento. Il direttore era Mario Orfeo. Dopo neanche un mese mi chiamò Paolo Torino e mi offrì la direzione di Canale 21».

Prima di parlare di questa nuova esperienza, un passo indietro. Ha ricoperto cariche sindacali e ordinistiche. Quali?

«La mia attività sindacale iniziò con Giacomo Lombardi. C’erano due raggruppamenti: Rinnovamento Sindacale, di centrosinistra, con a capo Ermanno Corsi. Il suo secondo era Peppino Calise. L’altro era Alternativa Sindacale, di centrodestra, che faceva capo a Giacomo Lombardi e io ero il suo secondo. Furono anni di competizione dialettica fino a quando si decise di unirsi. I colleghi più giovani ci sfottevano dicendo: “Avite fatto ’o zuppone”. L’accordo nacque al ristorante che stava in via Morelli. C’eravamo Giacomo Lombardi, Ermanno Corsi, Peppino Calise, io e Ciccio Bufi, capo della segreteria di redazione del “Mattino”, che era più potente del direttore. Ci dividemmo i compiti. Lombardi restò alla presidenza dell’Associazione con Calise segretario, Corsi restò alla presidenza dell’Ordine e io feci il segretario. Dopo 3 anni, finito il mandato, fui eletto al Consiglio Nazionale dove sono rimasto dal 1995 fino al 2007, ricoprendo anche la carica di segretario».

Da ottobre del 2008 è il direttore di Canale 21. Ha incontrato difficoltà a capire questo nuovo modo di fare giornalismo e a ricoprire la carica di numero uno dell’emittente?

«È un’esperienza bella e professionalmente qualificante. Ho impiegato circa una settimana per capire i diversi meccanismi, poi tutto mi è venuto naturale. Sono stato fortunato a trovare una squadra di tecnici e di giornalisti molto bravi. L’elemento nuovo e caratterizzante sono i tempi molto rapidi rispetto a quelli della carta stampata ».

Che cosa rende questa emittente privata tra le prime a livello nazionale?

«Sicuramente la capacità imprenditoriale di Paolo Torino che ha reso l’emittente moderna, fortemente radicata nel territorio e dotata di una programmazione che a mio avviso non ha uguali tra le consorelle a livello nazionale. A questo si aggiunge la qualità del prodotto offerto e, come ho detto prima, la bravura di tutti quelli che ci lavorano».

Conosce Napoli e i napoletani non solo come cittadino ma anche come “cronista”. Qual è il suo giudizio?

«Amo questa città e non l’ho mai abbandonata. Napoli, come le altre metropoli, ha un aspetto positivo che per me è quello dominante, e uno negativo. Questo è determinato da quella parte del suo popolo che, pur dicendo di amarla, con i suoi comportamente incivili ne deturpa la bellezza intesa in senso lato. A questo si aggiunge la responsabilità delle varie amministrazioni che si sono susseguite».

Che cosa prova quando passa per via Chiatamone?

«Una grande tristezza nel vedere il palazzo del “Mattino” vuoto. Dal cuore della città, dalla storica sede di vico rotto San Carlo, l’odierna piazzetta Matilde Serao, dietro la Galleria Umberto I, si era trasferito a via Chiatamone. Ora è stato mandato in periferia. È come se Napoli avesse subito una mutilazione».

Chi è Gianni Ambrosino?

«Un giornalista che ha fatto e continua a fare solo questo ».