Ha iniziato lo studio del pianoforte a tre anni con Emilia Gubitosi e ha tenuto il suo primo concerto all’età di cinque anni. Successivamente Maria Sbeglia (nella foto) ha continuato gli studi al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli con il maestro Massimo Bertucci e la pianista Annamaria Pennella, diplomandosi con il massimo dei voti, la lode e la menzione speciale. Si è perfezionata con il maestro Aldo Ciccolini. È vincitrice di numerosi concorsi pianistici nazionali ed internazionali. Ha suonato per la prima rete nazionale della televisione italiana nelle trasmissioni “Voglia di musica” e “Buona Fortuna” (una sorta di talent dell’epoca condotto da Elisabetta Gardini). Ha tenuto recitals in numerose città italiane per conto di importanti associazioni, nonchè concerti da solista con l’orchestra tra cui al Teatro San Carlo di Napoli. Ha effettuato tournée nella ex Jugoslavia, Polonia, Bulgaria, Germania, Svizzera, Francia, Spagna. Suona inoltre in varie formazioni cameristiche. È docente presso il Conservatorio San Pietro a Majella. Nel 2000, è stata nominata direttore artistico della Fondazione Franco Michele Napolitano, con la quale ha organizzato e organizza due stagioni concertistiche cercando di affiancare giovani di talento a grandi interpreti: una estiva ad Anacapri intitolata “Anacaprifamusica” e una invernale a Napoli, che dallo scorso anno ha come sede il Circolo Canottieri. Recentemente le sono stati assegnati due prestigiosi premi per l’impegno in ambito culturale e musicale: il premio di “Varia Umanità” del Premio Capri San Michele e il premio “Oltre l’orizzonte” dell’Associazione ex allievi del San Pietro a Majella. Organizza il premio palazzo San Teodoro e ha fondato la Rotary Youth Chamber Orchestra, formata da giovani musicisti campani ai quali viene annualmente offerta una borsa di studio dai Club Rotary, Inner Wheel, Rotaract, aziende e privati. «La musica è stata sempre presente nella mia vita. Mia madre era diplomata in pianoforte ed era pianista; sua sorella era violinista prima della Rai e poi del San Carlo; un loro zio era Franco Alfano, il compositore che tra l’altro completò l’opera “Turandot”, rimasta incompiuta alla morte di Puccini. Anche mio padre amava la musica. Aveva una bella voce da baritono e da giovane aveva cantato in qualche opera lirica. Poi vinse un concorso in banca dove ha percorso la carriera dirigenziale. Quando capitava, però, non lesinava di cantare per gli amici. In tenera età entrò nella mia vita la madrina di mamma, la famosa compositrice e pianista Emilia Gubitosi che è stata determinante per il mio futuro di pianista. Nel 1961 aveva dato impulso alla nascita della Fondazione Franco Michele Napolitano in onore di suo marito, morto l’anno prima, che insieme a lei e ad altri illustri intellettuali e musicisti aveva fondato l’Associazione Alessandro Scarlatti».

Perché la Gubitosi è stata così importante per lei?

«Era anziana e vedova, senza figli. Mamma, quando aveva impegni, invece di lasciarmi dalle nonne mi portava a casa sua che era frequentata da importanti e famosi musicisti. Ero proprio piccolina e rimanevo affascinata dall’atmosfera e dalla musica che aleggiavano nel salone di quella grande casa. All’età di tre anni e mezzo le dissi che volevo imparare a suonare il pianoforte. Mamma era contraria perché riteneva che fossi troppo piccola ma Emilia le disse: “non ti preoccupare. Quando la bambina sta qua con me, me la vedo io”. Si sedeva accanto a me e mi faceva studiare due ore ogni mattina. Era sempre molto dolce nei miei confronti, ma quando suonavo diventava severa perché aveva un rispetto e un amore per la musica tale che non tollerava che potessi distrarmi».

A quella età leggeva già la musica?

«Figuriamoci, non conoscevo ancora le lettere dell’alfabeto. Suonavo per “imitazione” grazie anche al fatto che avevo un orecchio musicale molto sviluppato, un orecchio assoluto. Emilia compose dei brani che erano adatti alle mie manine di bambina e la cosa bella è che i nomi li davamo noi di volta in volta. Ne ricordo alcuni come “La scimietta salterella”, “Il giardino delle fate”, “La casetta della bambola”. Li tengo gelosamente conservati ma quanto prima li pubblicherò».

Quando ha fatto il suo primo concerto?

«Avevo cinque anni e mezzo, poco prima che morisse. Lo organizzò a casa sua, che oggi è la sede della Fondazione. Suonai tutti brani scritti da lei e poi accompagnai una violinista che oggi non c’è più, Anna Musitano. Facemmo “Il canto del Solveig” di Grieg. Ho una foto che immortala quello “storico” evento in cui gli autorevoli ascoltatori, bontà loro, mi incoronarono enfant prodige».

Che cosa fece dopo la morte di donna Emilia?

«Per un anno e mezzo non riuscii più a suonare perché appena mi sedevo al pianoforte cominciavo a piangere. Il dolore per quella perdita era molto grande. Poi piano piano ripresi con mamma, ma studiare avendo come maestro un genitore è quasi impossibile. La sostituì un suo collega che insegnava come lei al conservatorio di Avellino. Dopo un anno passai con il maestro Massimo Bertucci, allievo del grande Vincenzo Vitale. A 10 anni entrai alla scuola media, all’epoca annessa al “San Pietro a Majella”. Cominciò il mio percorso nel prestigioso conservatorio».

Quando conseguì il diploma che oggi, con il nuovo ordinamento, è equiparato a una laurea specialistica? 

«La preparazione che avevo acquisito in precedenza e alcuni “salti” mi consentirono di diplomarmi a 17 anni, con notevole anticipo rispetto alla media che oscillava tra i 23/24 anni. Feci subito domande per insegnare nei vari conservatori e a 18 anni e mezzo ebbi la prima supplenza annuale ad Avellino».

Come affrontò, giovanissima, l’esperienza di docente?

«Non ero particolarmente tesa e mi sono divertita molto perché all’inizio, come era logico, mi capitavano situazioni imbarazzanti che affrontavo con ironia e semplicità. Ricordo che un giorno avevo bisogno del bagno e andai, ovviamente, in quello dei docenti. Mi vide la bidella che urlò: “ragazzina esci da lì, quello è il bagno dei professori!”. Le risposi che ero una di loro, ma non mi credette e mi indirizzò verso i bagni degli allievi. Al primo Consiglio dei docenti la incontrai e, vedendomi con il registro sotto il braccio e in compagnia del direttore, impallidì e mi chiese scusa. Le feci un sorriso e le dissi che quello che era successo era comprensibile. Un’altra volta ero seduta sulla cattedra e ascoltavo un allievo che stava suonando. Indossavo jeans e t-shirt e avevo le Superga ai piedi. Entrò una signora e mi chiese dove poteva trovare l’insegnante. Risposi che ero io. Lei spalancò gli occhi per lo stupore ed esclamò: “piccerè ma tu si cchiu guagliona dei figli miei!”. Gli allievi, comunque, hanno avuto nei miei confronti sempre il massimo rispetto nonostante alcuni fossero molto più grandi di me».

Quando diventò docente di ruolo?

«A 23 anni, al conservatorio di Cosenza. In quel periodo ho rivisto Umberto Zamuner che poi è diventato mio marito e il padre di Emilia e Riccardo. Da allora la mia vita di concertista solista cambiò».

Ci racconti.

«Quando a 10/11 anni feci uno dei primi “salti”, l’insegnante di Umberto, la grande pianista Tita Parisi, gli chiese di andare a sentire suonare l’allieva di Massimo Bertucci. Lei era impegnata ed era curiosa di sapere se fosse vero che ero una enfant prodige come si diceva. Umberto aveva 15/16 anni ed era il suo alunno prediletto. Lo stimava molto perché era veramente bravo. Venne controvoglia ma al termine della mia performance le riferì che quello che si diceva di me era vero. Ci perdemmo di vista. Poi per motivi professionali ci incontravamo di tanto in tanto. Stima reciproca ma niente di più. Poi il colpo di fulmine. Quando insegnavo a Cosenza spesso viaggiavo con un mio collega che era suo amico. Lo invitai a un concerto che dovevo tenere al Circolo della stampa. Accettò e mi disse che avrebbe portato anche Umberto. Arrivarono in ritardo ma dopo mangiammo una pizza insieme. Da quella sera Umberto e io diventammo inseparabili. Dopo due mesi fissammo la data delle nozze. Tutti ci consideravano dei pazzi, convinti che il nostro matrimonio avrebbe avuto breve durata. Ma non è stato così. Al ritorno dal viaggio di nozze a Parigi mi accorsi di essere incinta e, dopo nove mesi, nacque Emilia. È laureata in canto jazz e ne è un’autorevole interprete. Dopo quattro anni è nato Riccardo, laureato in violino e affermato maestro violinista».

Ha detto che la sua carriera di concertista solista cambiò. In che senso?

«Dal 1991 suono in duo pianistico con Umberto che è il direttore del Conservatorio di Potenza. Abbiamo al nostro attivo oltre cinquecento concerti in Italia e all’estero e un vasto repertorio sia a quattro mani che a due pianoforti. Abbiamo, inoltre, collaborato con prestigiose orchestre».

Un passo indietro. Quando il debutto ufficiale?

«A 14 anni, come solista, a Skopje, nella ex Jugoslavia. Il concerto fu organizzato da Filippo Zigante che diresse anche l’orchestra. Era stato presente alla mia performance a casa di Emilia Gubitosi quando avevo cinque anni e mezzo».

Quale concerto da solista ricorda in maniera particolare?

«Quello che feci a 26 anni al San Carlo. Suonare nel nostro Massimo dà sempre una grandissima emozione ma in quell’occasione accadde un fatto personale che è scolpito nella mia memoria di donna e di madre. Dovevo eseguire un pezzo di George Gershwin. Durante le prove, sul gong dell’orchestra, sentii nella mia pancia il primo calcio di Emilia. In seguito ho pensato che la sua passione per il jazz è nata proprio quella sera».

Mentre quello in duo con suo marito?

«Sicuramente il più singolare e, credo, irripetibile è quello che facemmo nella residenza privata di uno sceicco nel Kuwait. L’ambasciatore italiano nell’emirato del Medio Oriente ci aveva invitato a tenere un concerto ufficiale nella capitale. All’evento assistette anche uno sceicco, molto colto e appassionato di musica classica. Al termine della nostra esibizione ci invitò a casa sua per farci ascoltare dai suoi amici. Fummo accolti in una residenza lussuosissima da persone di alto rango. Al centro di un enorme salone, su una pedana, ci aspettava uno Steinway&Sons, il più bello che abbia mai visto. Sullo sfondo una piscina a dire poco spettacolare. In quel contesto e in un’ atmosfera da sogno, Umberto e io suonammo a quattro mani».

Dal 2000 è il direttore artistico della Fondazione F. M. Napolitano e ha affiancato all’attività di concertista quella di organizzatrice.

«La Fondazione era ferma da qualche anno perché Filippo Gigante, amico di Emilia Gubitosi, non poteva più svolgere il compito di direttore artistico in quanto aveva avuto lo stesso incarico al teatro San Carlo. In sede di cda mi fu proposto di subentrare a Filippo che mantenne la carica di consigliere. Accettai con orgoglio. Per dieci anni la stagione invernale l’abbiamo fatta al teatro Sannazaro mentre quella estiva ad Anacapri. Quando il teatro di via Chiaia non è stato più economicamente alla nostra portata, abbiamo avuto come sede il Circolo della Marina Militare. Da qualche anno siamo al Circolo Canottieri Napoli».

Quali sono i suoi impegni futuri?

«Prende il via il 31 luglio prossimo la XVIII edizione del Festival “Dal Barocco al Jazz”, che ho ideato nel 2003. Quattro gli appuntamenti che, come da tradizione, si terranno sulla Terrazza dell’Hotel Caesar Augustus di Anacapri. Il 31 luglio il primo appuntamento è il consueto Coffèe Hour di presentazione del festival. Sabato 1 agosto due artisti partenopei molto amati dal pubblico; l’attore Gino Rivieccio e il cantante e pianista Gianni Conte, voce solista dell’orchestra italiana di Renzo Arbore, in uno spettacolo intitolato “Spaccanapoli”. Domenica 2 serata dedicata al jazz con le voci di Karima ed Emilia Zamuner accompagnate al pianoforte da Piero Frassi. Lunedì 3 agosto il bandoneonista Fabio Furia accompagnato al pianoforte da Marco Schirru proporranno una serata dedicata al tango strumentale. La programmazione estiva della Fondazione prosegue con la XXI edizione della manifestazione “Anacaprifamusica” con altri otto concerti tra agosto e settembre nella chiesa di Santa Sofia e in altre location di Anacapri. Poi dovremmo ritornare con la stagione invernale al Circolo Canottieri Napoli».