Martedì 25 Settembre 2018 - 8:21

Tasse, salasso rifiuti: fino a +25% tra 2010 e 2015

ROMA. Caro rifiuti negli ultimi 5 anni. Tra il 2010 e il 2015 una famiglia con 4 componenti che vive in un casa da 120 mq ha subito un aumento del prelievo relativo all'asporto rifiuti del 25,5 per cento, pari - in termini assoluti - ad un aggravio di ben 75 euro. E' quanto emerge da un'analisi dell’Ufficio studi della Cgia, che sottolinea come questo tipo di famiglia quest’anno dovrà versare al proprio Comune 368 euro di Tari.

Appena leggermente inferiore l'aggravio per una famiglia di 3 componenti che abita in un appartamento da 100 mq, con un aumento del 23,5 per cento (+57 euro) e un onere per il 2015 di quasi 300 euro. Infine un nucleo di 3 persone che risiede in un’abitazione da 80 mq, invece, ha dovuto pagare il 18,2 per cento in più (+35 euro). In questo caso l’importo complessivo che dovrà pagare per i rifiuti sarà pari a poco più di 227 euro.

Per le attività economiche, aggiunge la Cgia, le cose sono andate anche peggio. Nonostante la forte riduzione del giro d’affari, ristoranti, pizzerie e pub con una superficie di 200 mq hanno subito un incremento medio del prelievo del 47,4 per cento, pari, in termini assoluti, a +1.414 euro. Un negozio di ortofrutta di 70 mq, invece, ha registrato un incremento del 42 per cento (+ 560 euro), mentre un bar di 60 mq ha dovuto versare il 35,2 per cento in più, pari ad un aggravio di 272 euro. Più contenuto, ma altrettanto pesante, l’aumento subito dal titolare di un negozio di parrucchiere (+23,2 per cento), dai proprietari degli alberghi (+17 per cento) e da un carrozziere (+15,8 per cento).

Nel corso degli ultimi anni - ricorda la Cgia - sono state numerose le novità che hanno riguardato il prelievo sui rifiuti con il passaggio da Tarsu e Tia alla Tares e infine nel 2014 alla Tari (Tassa sui rifiuti). Ma i benefici per i contribuenti, sottolinea Paolo Zabeo della Cgia, sono stati ridotti visto che le aziende di raccolta e smaltimento rifiuti «di fatto, operano in condizioni di monopolio, con dei costi spesso fuori mercato che famiglie e imprese, nonostante la produzione dei rifiuti sia diminuita e la qualità del servizio offerto non sia migliorata, sono chiamate a coprire con importi che in molti casi sono del tutto ingiustificati».

«Proprio per evitare che il costo delle inefficienze gestionali vengano scaricate sui cittadini - ricorda Zabeo - la legge di Stabilità del 2014 ha ancorato, dal 2016, la determinazione delle tariffe ai fabbisogni standard. Grazie all’applicazione di questa nuova modalità, è probabile che dall’anno prossimo la tassa sui rifiuti diminuisca».

Sebbene in questi ultimi anni il costo economico sulle famiglie sia decisamente aumentato, ricorda la Cgia - dall’inizio della crisi ad oggi la produzione dei rifiuti urbani ha subito una forte contrazione. Se nel 2007 ogni cittadino italiano ne 'produceva' quasi 557 kg, nel 2013 (ultimo dato disponibile) la quantità è scesa a poco più di 491 Kg per abitante. «In buona sostanza – conclude Zabeo - nonostante abbiamo prodotto meno rifiuti, la raccolta e lo smaltimento degli stessi ci sono costati di più».

Crollano le Borse cinesi, perdite oltre il 6%

PECHINO. Chiusura in forte perdita per le Borse di Shanghai e Shenzhen, in Cina. L'indice Shanghai Composite archivia gli scambi cedendo il 6,15% a 3.748 punti, mentre lo Shenzhen Component perde il 6,56% a 12.684 punti.

 
Le Borse europee sono in rosso a poco più di un'ora dall'avvio degli scambi. Dopo le perdite registrate ieri e una partenza caratterizzata da un andamento incerto tra alti e bassi, le principali piazze finanziarie subiscono ora il crollo delle Borse cinesi: Amsterdam e Bruxelles cedono lo 0,11%, Parigi segna -0,40%, Francoforte -0,27%, Londra -0,23%, Lisbona -0,29%, Madrid -0,22% e Zurigo -0,19%.

Piazza Affari è in linea con le consorelle: l'indice Ftse Mib cede lo 0,28% a 23.341 punti e l'All Share segna -0,25% a 25.040 punti. A perdere terreno sono in particolare i titoli petroliferi, con Saipem che cede l'1,30% e Tenaris che perde l'1,26%. Male anche Finmeccanica che segna -1,10%.

Sulla giornata di oggi incombe anche l'attesa per il voto che il Bundestag è chiamato ad esprimere sul piano di aiuti da 86 miliardi alla Grecia, previsto per domani.

Toh, gli industriali si svegliano: «Non c'è ripresa»

ROMA. Dopo mesi trascorsi a fare previsioni di crescita rosee per l'economia, anche Confindustria si accorge che la ripresa non c'è. Commentando gli ultimi, deludenti dati del Pil, che nel secondo trimestre  2015 è aumentato appena dello 0,2% rispetto al trimestre precedente, il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, intervistato da Affaritaliani.it, dice: «È quello che ci aspettavamo. Purtroppo è la conferma che non c'è una ripartenza vera». La seconda parte dell'anno andrà meglio? «Speriamo, lo speriamo fortemente. Altrimenti sono guai».

Il Pil resta inchiodato: +0,2%

ROMA. Nel secondo trimestre del 2015 il Pil dell'Italia è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,5% nel confronto con il secondo trimestre del 2014. Lo comunica l'Istat. La variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura, di un aumento nei servizi, e di una variazione nulla nell’insieme dell’industria (industria in senso stretto e costruzioni). Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta. Il dato conferma quanto atteso dagli analisti, come spiega lo stesso Mef.

IL MINISTERO DELL'ECONOMIA. Il Pil del secondo trimestre si conferma «come da attese»; inoltre «dopo 13 trimestri consecutivi di calo tendenziale» il paese ha «due trimestri di crescita», osservano fonti del ministero dell'Economia e delle Finanze rilevando che «la programmazione di finanza pubblica è basata su stime corrette». Ma aggiungono: «Il paese può e deve fare di meglio: riforme strutturali e la politica economica favoriranno l'accelerazione».

GUERRA DI STIME. La crescita dell’Eurozona «continua a un passo moderato» e, per l'Italia, «la crescita media annua 2015 si dovrebbe collocare allo 0,6%», senza compromettere «la possibilità di conseguire una variazione media annua di 0,7%, come ipotizzato dal governo», per Luca Mezzomo, responsabile analisi macroeconomica Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo. «Con questa crescita, inferiore alla previsione dei principali analisti, che stimavano un +0,3% e inferiore a quella del trimestre precedente (+0,3%), la previsione del governo di raggiungere per fine anno un +0,7% resta sempre più un miraggio». Lo afferma Massimiliano Dona, segretario dell'Unione nazionale consumatori. «La realtà è che l'Italia, dopo la Grecia, continua ad essere la malata d'Europa, il fanalino di coda».

IL PIL IN EUROPA. Nello stesso periodo, rileva l'Istat, il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,6% negli Stati Uniti e dello 0,7% nel Regno Unito. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,3% negli Stati Uniti e del 2,6% nel Regno Unito.

GERMANIA E FRANCIA SOTTO LE ATTESE. L'economia tedesca nel secondo trimestre dell'anno cresce dello 0,4%. Gli analisti si aspettavano che il valore per il Pil tedesco registrasse un incremento di 0,5%. Crescita zero in Francia nel secondo trimestre. Secondo la stima preliminare diffusa dall'Istituto statistico nazionale francese, il pil francese ha registrato una variazione nulla rispetto alla crescita dello 0,6% registrata nel trimestre precedente e contro un aumento dello 0,2% stimato dagli analisti. Ieri la Grecia ha annunciato una crescita del Pil dello 0,8%.

Lavoro, tasso attività al Nord +17,7% rispetto al Sud

ROMA. Ben 17,7 punti percentuali dividono il Nord dal Sud, quando si confronta il tasso di attività tra le due aree geografiche dello Stivale: infatti se al Settentrione si arriva al 70,5%, il Sud si ferma al 52,8%. In altri termini il numero delle persone che lavora o cerca lavoro nel Settentrione supera di 17,7 punti il dato del Mezzogiorno. È quanto emerge dai dati contenuti nel dossier dell'Istat 'Italia in cifre' 2015, riferiti allo scorso anno, elaborati dall'Adnkronos. Il confronto tra donne e uomini che vivono nelle due aree geografiche evidenzia una differenza pari, rispettivamente, a 23,4 punti e 11,8 punti.

Al centro il tasso di attività arriva al 68,9% della popolazione, che sale al 76,6% per gli uomini e scende fino al 61,4% per le donne. Il tasso di attività, a livello nazionale, si colloca al 63,9% della popolazione di riferimento, con l'indice che scende al 54,4% per le donne e sale al 73,6% per gli uomini.

Differenze notevoli tra le aree geografiche si registrano anche quando si passa a esaminare il tasso di occupazione, che al Nord raggiunge il 64,3% mentre al Sud si ferma al 41,8%, con una differenza di ben 22,5 punti percentuali. Un gap enorme divide le due aree dello Stivale anche quando si passa ai dati sulla disoccupazione: è pari all'8,6% al nord, mentre raggiunge il 20,7% nel Mezzogiorno con una distanza di 12,1 punti percentuali.

L'Istituto di statistica, nel dossier, osserva che il Sud si distanzia in modo rilevante anche dal Centro, dove il tasso di occupazione arriva al 60,9% e la disoccupazione all'11,4%. Notevole, di conseguenza, è la distanza rispetto al dato nazionale per entrambi gli indicatori; il tasso di occupazione lo scorso anno è arrivato al 55,7% mentre la disoccupazione è arrivata al 12,7%. I collaboratori coordinati e continuativi e a progetto vengono utilizzati soprattutto al Nord, dove si concentra il 49,8% dei soggetti. Mentre il 27,1% lavora al centro e il restante 23,1% al Sud.

Spesa pubblica senza freni: per carta, benzina e bollette +11,7%

ROMA. Cresce la spesa del settore pubblico per l'acquisto di carta, benzina e bollette negli ultimi tre anni, passando da 121,1 miliardi del 2011 a 135,3 miliardi del 2014. In termini assoluti si tratta di un incremento di 14,2 miliardi (+11,7%). A lievitare sono state soprattutto le spese di beni e servizi delle aziende sanitarie, arrivate a 78,5 miliardi (+17,3%) e degli enti locali, che hanno raggiunto i 33,9 miliardi (+11,5%). I dati sono contenuti nella relazione della Corte dei conti sugli andamenti della finanza territoriale, consultati dall'Adnkronos.

Dalle tabelle della magistratura contabile emerge che il totale dei pagamenti effettuati dalle strutture pubbliche negli ultimi anni è aumentato in modo costante, arrivando a 838,1 miliardi lo scorso anno. Rispetto a tre anni prima l'incremento è stato di 25,5 miliardi (+3,1%).

Anche la spesa per beni e servizi ha registrato un costante incremento (+5,7% nel 2012, +4,2% nel 2013 e +1,5% nel 2014), con delle differenze tra le varie amministrazioni. Gli enti locali hanno visto aumentare le proprie ogni anno, anche se con percentuali molto differenti: +1,4% nel 2012, +9,5% l'anno successivo e +0,4% nel 2014.

Le aziende sanitarie hanno "copiato" il trend ascendente di comuni e province: si è infatti registrata una crescita del +6,2% del 2012, del +6,3% nel 2013 e infine del 3,9%. Le regioni hanno invece alternato una riduzione del 12,5% nel 2012, a un aumento del 16,9% per poi scendere di nuovo del 13,9% lo scorso anno, fermandosi a 2,7 miliardi.

Gli enti previdenziali, dopo un anno di incremento della spesa +4,6% nel 2012) e uno di variazione minima (+0,2% nel 2013), nel 2014 hanno ridotto i pagamenti del 4,5% fermandosi a 2 miliardi. Il settore statale, infine, nel 2012 aveva registrato un incremento della spesa del 19,7%, che negli anni successivi si è ridotta del 17,5% e del 4,1%, fermandosi a 13,3 miliardi.

La Cina svaluta ancora: terza volta in tre giorni

MILANO. Terza svalutazione in tre giorni per lo yuan da parte della Banca centrale cinese per rafforzare l'economia. People's Bank of China, ancora una volta senza preavviso, ha "aggiustato" il tasso di cambio giornaliero in ribasso di un altro 1,1% a 6,4010 contro il dollaro Usa. Martedì la banca aveva svalutato la prima volta la moneta cinese dell'1,9%, ieri dell'1,6%. La banca centrale deve ancora confermare l'operazione, ma il cambio è segnalato sul sito ufficiale del China Foreign Exchange Trade System. La terza svalutazione dello yuan era stata prevista dai mercati europei che non ne hanno risentito. Piazza Affari cresce dell'1,4%, Francoforte dell'1,44%, Parigi dell'1,7% e Londra dello 0,7% sulla scia dei mercati asiatici. La Borsa di Tokyo ha assorbito il colpo e, nonostante l'incertezza delle prime battute, ha terminato gli scambi a +0,99%. L'indice Nikkei ha ripreso 202,78 punti fino ad attestarsi a quota 20.595,55. Anche New York ieri sera ha chiuso gli scambi in recupero, con il Dow Jones, l'S&P e il Nasdaq di poco sopra la parità.

La Cina taglia ancora il valore dello yuan

MILANO. La valuta cinese si è ulteriormente indebolita all’apertura dei mercati asiatici, dopo la svalutazione record di martedì. La banca centrale cinese, la People's Bank of China, ha 'limato' il valore di riferimento dello yuan, tagliandolo di un altro 1,62%. Il valore di riferimento dello yuan ha una fascia di oscillazione più o meno del 2% nella quale lo yuan è legato al dollaro Usa.

 
La decisione della Banca del Popolo della Cina di svalutare lo yuan per sostenere le esportazioni fa tremare i mercati, con gli investitori preoccupati per lo stato dell'economia cinese. Avvio in ribasso per la Borsa di Milano con l'indice Ftse Mib che cede lo 0,72% a 23.524 punti, mentre l'All Share segna -0,67% a 25.216. In rosso anche l'indice Star a 25.543 punti (-0,59%). Partenza in territorio negativo per la Borsa di Londra con l'indice Ftse 100 che flette dello 0,77% a 6.613 punti. A Francoforte l'indice Dax cede lo 1,28% a 11.149 punti, mentre a Parigi in avvio l'indice Cac 40 perde l'1,04% a 5.046 punti.

Chiusura in territorio negativo per la Borsa di Tokyo con l'indice Nikkei che cede l'1,58% a 20.393 punti. Bene la produzione industriale giapponese: è cresciuta dell'1,1% mese su mese a giugno, rivista al rialzo rispetto all'aumento dello 0,8% indicato dai dati flash. Su base annua, la produzione industriale è cresciuta del 2,3% a giugno.

La Borsa di Wall Street ha archiviato la seduta ieri con l'indice Dow Jones che cede l'1,21% a 17.403 punti, mentre l'indice tecnologico Nasdaq archivia la seduta a 5.037 punti (-1,27%).

Inflazione, prezzi in calo a luglio

ROMA. Cala a luglio il prezzo del "carrello della spesa" degli italiani. «I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto diminuiscono dello 0,5% in termini congiunturali e dello 0,1% nei confronti di luglio 2014 (dal +0,2% di giugno)», rileva l'Istat.

I DATI SULL'INFLAZIONE. «Nel mese di luglio 2015, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,1% su base mensile mentre, come a giugno, aumenta dello 0,2% in termini tendenziali, confermando la stima preliminare» dell'Istat.

«La stabilità dell’inflazione è la sintesi di dinamiche differenziate per le diverse tipologie di prodotto: l’attenuazione del calo tendenziale dei prezzi degli Energetici regolamentati (-1,1%, da -3,6% di giugno) e l’accelerazione della crescita su base annua di quelli di alcune tipologie di servizi bilanciano le spinte al ribasso dei prezzi degli Energetici non regolamentati (-8,7%, da -7,2% del mese precedente) e degli alimentari non lavorati (+1,7%, da +2,1% di giugno)», continua l'Istat.

«Al netto degli alimentari non lavorati e dei beni energetici, l’"inflazione di fondo" sale allo 0,8% (era +0,6% a giugno); stabile l’inflazione al netto dei soli beni energetici (+0,8%)», prosegue l'Istat.

«Il calo mensile dell’indice generale è da ascrivere principalmente ai ribassi dei prezzi della Frutta fresca (-8,1%) e dei Vegetali freschi (-7,2%) – su cui incidono fattori di natura stagionale – e degli Energetici regolamentati (-0,5%) e non regolamentati (-0,8%); a contenere la contrazione è il rialzo dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+1,9%), anch’essi influenzati da fattori stagionali», continua la nota.

«L’inflazione acquisita per il 2015 è pari a +0,1% (era +0,2% a giugno)», continua l'Istat. «Rispetto a luglio 2014, i prezzi dei beni fanno registrare una flessione pari a quella rilevata a maggio e a giugno (-0,3%), mentre il tasso di crescita dei prezzi dei servizi sale allo 0,8% (da +0,7% di giugno). Di conseguenza il differenziale inflazionistico tra servizi e beni aumenta di un decimo di punto percentuale», prosegue la nota.

«I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona diminuiscono dello 0,9% su base mensile e crescono dello 0,7% su base annua (da +0,8% di giugno)», prosegue l'Istat. ''L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) diminuisce del 2,0% su base mensile – principalmente a causa dei saldi estivi di cui il NIC non tiene conto – e aumenta dello 0,3% su base annua (la stima preliminare era +0,4%), in accelerazione dal +0,2% di giugno», continua la nota.

«L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, diminuisce dello 0,1% - conclude l'Istat - sia rispetto al mese precedente sia rispetto a luglio 2014».

Tasse, paghiamo 904 euro in più della media Ue

ROMA. Se il carico fiscale del nostro Paese fosse in linea a quello medio europeo, ogni italiano risparmierebbe 904 euro all’anno di tasse e contributi. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia, rilevando che le imposte italiane sono tra le più alte dell'Ue.

La Cgia ha messo a confronto la pressione fiscale dei principali Paesi Ue registrata nel 2014 ed ha poi definito il differenziale di tassazione degli italiani rispetto ai contribuenti degli altri Paesi europei. Il risultato, scrive gli italiani occupare le primissime posizioni della graduatoria dei contribuenti più tartassati d’Europa. Tra i paesi Ue, la pressione fiscale più elevata si riscontra in Francia: a Parigi, il peso complessivo di imposte, tasse, tributi e contributi previdenziali è pari al 47,8 per cento del Pil. Seguono il Belgio, con il 47,1 per cento, la Svezia, con il 44,5 per cento, l’Austria, con il 43,7 per cento e, al quinto posto, l’Italia. L’anno scorso la pressione fiscale nel nostro Paese si è fermata al 43,4 per cento del Pil. La media dei 28 Paesi che compongono l’Ue, invece, si è stabilizzata al 40 per cento; 3,4 punti in meno che da noi.

Per la Cgia se la tassazione nel nostro Paese fosse in linea con la media europea, ogni italiano l’anno scorso avrebbe risparmiato 904 euro. Effettuando il confronto con la Germania, invece, si evince come i tedeschi paghino mediamente 1.037 euro all’anno in meno rispetto a noi. Analogamente, gli italiani pagano 1.409 euro in più rispetto agli olandesi, 1.701 euro in più dei portoghesi, 2.313 euro in più degli inglesi, 2.499 euro in più degli spagnoli e ben 3.323 euro in più rispetto agli irlandesi. Sempre rispetto al livello italiano di tassazione, si nota come gli austriaci abbiano pagato 80 euro in più rispetto a noi, gli svedesi 292 euro in più, i belgi 984 euro in più e, infine, i francesi, con ben 1.170 euro in più.

Dalla Cgia ricordano inoltre che il dato della pressione fiscale italiana relativa al 2014 non tiene conto dell’effetto del cosiddetto “Bonus Renzi”, pertanto, se si ricalcola la pressione fiscale considerando questi 6,6 miliardi di euro che praticamente sono un taglio delle tasse, anche se contabilmente vanno ad aumentare le uscite, la pressione fiscale scende al 43 per cento.

«Per pagare meno tasse - dichiara Paolo Zabeo della Cgia - è necessario che il Governo agisca sul fronte della razionalizzazione della spesa pubblica; con tagli agli sprechi, agli sperperi e alle inefficienze della macchina pubblica. Inoltre, questa operazione dovrà essere realizzata molto in fretta. Entro il prossimo 30 settembre, infatti, a seguito della mancata autorizzazione dell’Unione europea all’estensione del reverse charge alla grande distribuzione, il Governo dovrà reperire 728 milioni di euro, altrimenti è previsto un aumento delle accise sui carburanti di pari importo».

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