Lunedì 24 Settembre 2018 - 18:30

Imprese, 3 su 4 non riescono a pagare i fornitori

ROMA. In Italia è sempre più difficile onorare i debiti. Soprattutto quelli fra le imprese, a maggior ragione nel caso delle aziende più piccole. Fornitori da pagare, contratti firmati e non rispettati, la crisi lascia in eredità una prassi ormai consolidata: non paga più nessuno, o quasi, nei tempi e nelle forme stabilite. È il quadro che emerge da un'indagine dell'Adnkronos, su un campione di oltre mille piccole imprese interpellate con la collaborazione di diverse associazioni di impresa su tutto il territorio nazionale.

Tre imprenditori su quattro (il 61%) dichiarano di non aver onorato almeno un contratto nell'ultimo anno. Quasi tutti, l'80%, hanno fatto almeno una transazione, nei panni del creditore o del debitore, per risolvere un contenzioso altrimenti destinato alle vie giudiziarie. Gli ultimi tre anni di gravi difficoltà finanziarie, in sostanza, hanno istituzionalizzato il ritardato o il mancato pagamento tra le imprese, abbassando in maniera sensibile il tasso di affidabilità piena dei contratti che, secondo i dati raccolti, è sceso sotto il 50%.

La fotografia scattata trova riscontro nel rapporto 2014 appena diffuso da Unirec, l'associazione che rappresenta le società di recupero credito. Da una parte, aumentano le pratiche gestite, oltre 40 mln (+4% sul 2013), i debiti affidati raggiungono i 56,2 mld di euro (+16%) e gli addetti le 19.000 unità (+12%). Dall'altra, la capacità di recupero si attesta al 17,2% (-12%), anche se sono quasi 17 milioni le soluzioni trovate per i debitori e 9,67 mld le somme recuperate (+2%). Chiara, dunque, la tendenza di fondo: aumentano i debiti non onorati e diventa più difficile, anche ricorrendo alle società specializzate, recuperare il credito vantato.

La ripresa? Una famiglia su due non la sente

ROMA. Si stabilizza, nel senso del miglioramento, la percezione che gli italiani hanno delle proprie condizioni economiche; ma metà delle famiglie ancora non sente la ripresa: il 56% dichiara di avere una situazione finanziaria insoddisfacente, e per un 14% il reddito mensile non basta nemmeno per coprire le spese indispensabili. È quanto emerge dall’ultima rilevazione trimestrale dell’indice Sef di Confesercenti e Swg, che misura su una scala da 1 a 100 la Solidità Economica ‘percepita’ dalle famiglie italiane e che viene reso noto per la prima volta oggi: a maggio segna un valore di 55, lo stesso misurato a febbraio, ed in crescita di 2 punti su dicembre 2014. Il problema centrale resta con tutta evidenza la domanda interna: non a caso ben sei famiglie su 10 temono che un familiare possa perdere il lavoro; quasi due terzi degli italiani (il 71%) vedono in prospettiva consumi o immutati od in calo; e soprattutto emerge ancora il disagio sul piano dei redditi, con quasi la metà (il 47%) degli italiani che ogni mese riesce appena a coprire le spese.

 
SITUAZIONE FINANZIARIA E REDDITI MENSILI. Intervistate sulla propria condizione finanziaria complessiva, che include redditi, debiti ed eventuali patrimoni, il 56% delle famiglie segnala ancora una situazione di disagio, con un 42% che si dice insoddisfatto ed un 14% del tutto insoddisfatto. Rimane al 44% - la stessa percentuale rilevata a febbraio – la quota di italiani soddisfatti, di cui solo il 2% del tutto soddisfatto. Si rileva una forte polarizzazione anche sul fronte del reddito mensile: più della metà dei nuclei segnala una situazione difficile, con un 47% che afferma di riuscire appena a coprire le spese, senza potersi permettere ulteriori lussi ed un consistente 14% di nuclei familiari che si definisce povero ammettendo, di fatto, che il reddito familiare non basta nemmeno per l’indispensabile. Le famiglie con meno problemi, che dichiarano un reddito sufficiente a vivere senza affanni, sono il 38%. Mentre solo il 2% proclama di avere un reddito che permette alla famiglia di vivere agiatamente, potendosi concedere anche dei lussi.

LAVORO. Non scemano le preoccupazioni ed i timori rispetto al posto di lavoro: ben sei nuclei familiari su dieci, il 64%, afferma di aver paura che qualche membro della propria famiglia possa perdere il posto di lavoro. Il 38% si dice abbastanza preoccupato ed un 26% molto preoccupato, a dimostrazione di come resti alto il livello di ansia percepito circa la sicurezza del proprio posto di lavoro. Il dato restituisce il livello di ansia percepito, non necessariamente una concreta possibilità di licenziamento; ma è indicativo di quanto il tema sia ancora in cima alle preoccupazioni degli italiani. Solo per il 36% la paura rispetto al lavoro è minima o nulla, con un 26% che dichiara di avere poca paura di perdere la propria occupazione ed il 10% del campione che non manifesta, invece, alcun timore.

QUALITA' DELLA VITA. Dagli indicatori emerge che per gli italiani la percezione della qualità della vita è insostenibile per 1 famiglia su 5 (il 21%), accettabile per il 34% degli intervistati e soddisfacente solo per il restante 45% del campione. Complessivamente, perciò, le famiglie italiane non hanno ancora intercettato i segnali di inversione di tendenza economica: alla domanda se rispetto ad un anno fa si viva meglio o peggio ben il 46% del campione ritiene che le condizioni di vita siano peggiorate nell’ultimo anno mentre ben la metà, il 50%, sostiene di non aver percepito alcun cambiamento rispetto allo scorso anno e solo il 4% afferma, al contrario, di vivere meglio.

CONSUMI. La situazione di incertezza non permette ancora l’emersione, da parte delle famiglie italiane, di segnali di una piena ripresa dei consumi: alla domanda di come saranno fra sei mesi il 71% degli intervistati vede una situazione stabile o in peggioramento. Di questi, un cospicuo 41% risponde che sostanzialmente i consumi resteranno uguali, e un altro 30% li vede in calo. Solo il restante 24% del campione esprime, invece, un segnale di fiducia prevedendo un aumento della spesa dedicata ai consumi nei prossimi mesi.

Nel 2016 si rischiano altri 16 miliardi di tasse

ROMA. Gli italiani rischiano di dover pagare 16 mld di nuove tasse nel 2016. È l'allarme che lancia la Cgia di Mestre. Si tratta delle risorse che il Governo deve trovare per scongiurare che dal 2016 scatti la clausola di salvaguardia che innalzerebbe le aliquote Iva e ridurrà le detrazioni/agevolazioni fiscali in capo ai contribuenti italiani, con un conseguente aumento delle imposte per questi ultimi.

«Il Governo ipotizza una ripresa economica superiore a quella prevista nel Def con un conseguente incremento delle entrate fiscali, una contrazione dei tassi di interesse che dovrebbe ridurre il costo del debito pubblico e un rilevante apporto di gettito dal rientro dei capitali illecitamente esportati all’estero. Tuttavia – segnala Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia – se queste ipotesi non si dovessero verificare, vi sarebbero effetti negativi su famiglie e imprese».

Gli impegni assunti con la legge di Stabilità 2015, comunque, non terminano qui. Nel 2017 la clausola di salvaguardia sfiorerà i 25,5 miliardi di euro e nel 2018 l’importo salirà a 28,2 miliardi di euro. «Con l’Ue – prosegue Bortolussi – abbiamo preso degli impegni per rispettare i vincoli di bilancio che non sarà facile onorare senza mettere mano nelle tasche dei contribuenti».

Nel caso in cui non fossimo in grado di sterilizzare queste clausole di salvaguardia, dal 1° gennaio dell’anno prossimo l’aliquota Iva del 10 per cento aumenterebbe di 2 punti e, dal 1° gennaio 2017, di un altro punto, attestandosi così al 13 per cento. L’aliquota ordinaria, attualmente è al 22 per cento, dall’inizio dell’anno prossimo si alzerebbe di 2 punti, dal 1° gennaio 2017 di un altro punto e dall’1 gennaio 2018 di un altro mezzo punto. Pertanto, dal 2018 l’aliquota ordinaria si attesterebbe al 25,5 per cento.

«Il meccanismo – conclude Bortolussi – che giustifica l’impiego delle clausole di salvaguardia è a dir poco diabolico. Se il Governo non sarà grado di chiudere gli enti inutili, di risparmiare sugli acquisti, di tagliare gli sprechi e gli sperperi che si annidano nella nostra Pubblica amministrazione, a pagare il conto ci penseranno i contribuenti italiani che già oggi subiscono un carico fiscale tra i più elevati d’Europa». In passato, è stato già sperimentato gli effetti della mancata 'sterilizzazione' delle clausole di salvaguardia. Nell’ottobre del 2013, infatti, l’aliquota ordinaria dell’Iva è salita dal 21 al 22 per cento, con un aumento del carico fiscale per gli italiani di 4 miliardi di euro.

Le pensioni dei dipendenti pubblici valgono 65 miliardi

ROMA. Le pensioni erogate dall’Inps Gestione Dipendenti Pubblici al 1 gennaio 2015 sono 2.818.300, lo 0,16% in più rispetto a quelle vigenti al 1 gennaio 2014. La spesa complessiva ammonta a quasi 65 miliardi di euro, in aumento dello 0,75% rispetto all’anno precedente. Sono alcuni dei dati che si leggono sull’Osservatorio della Gestione Dipendenti Pubblici, pubblicato sul sito istituzionale dell’Inps.

 
Dall’analisi dei dati relativi alle singole Casse emerge che il maggior numero di pensioni, 1.677.746, è a carico della Cassa Trattamenti Pensionistici dipendenti Statali (CTPS), seguita dalla Cassa Pensioni Dipendenti Enti Locali (CPDEL), con 1.054.013 pensioni erogate, dalla Cassa Pensioni Sanitari (CPS), con 68.540, dalla Cassa Pensioni Insegnanti (CPI), con 15.095, e dalla Cassa Pensioni Ufficiali Giudiziari (CPUG) con 2.906 trattamenti pensionistici.

La spesa per le pensioni erogate dalla CTPS è di 40,8 miliardi, pari a circa il 63% del totale, mentre quella per la CPDEL è di 21,1 miliardi (31%). Il restante 6% della spesa, pari a quasi 4 miliardi, risulta suddivisa fra le altre tre Casse. L’importo medio lordo mensile delle pensioni erogate è di 1.772,9 euro. L’importo medio è più alto per gli uomini, 2.175,1 euro contro i 1.486 euro delle donne. Queste ultime rappresentano il 58,4% del totale dei pensionati ma percepiscono, in media, una pensione di importo pari al 68,3% di quella dei maschi.

Il numero delle nuove pensioni liquidate nell’anno 2014 è stato di 100.806 unità, di cui circa il 60% nella CTPS, il 36% nella CPDEL e il restante 4% nelle altre tre Casse. La ripartizione secondo la tipologia delle pensioni mostra che il 41% del totale sono pensioni di anzianità/anticipate, il 13,4% pensioni di vecchiaia, il 7,3% di inabilità ed il 38,2% ai superstiti. La spesa per le nuove pensioni liquidate è stata di quasi 2,5 miliardi di euro, pari a circa il 4% della spesa totale. L’importo medio mensile delle pensioni liquidate nel 2014 ammonta a 1.872,8 euro, il 6% in più rispetto all’importo medio riferito all’intero complesso delle pensioni vigenti.

Con gli annunci il debito pubblico non scende: nuovo record

ROMA. Nuovo record per il debito pubblico. Bankitalia nel Supplemento "Finanza pubblica, fabbisogno e debito" segnala che a marzo è salito a 2.184,5 miliardi, superando di oltre 15 mld il precedente massimo di 2.169 toccato nel mese di febbraio. Il debito pubblico, segnala il Codacons, pesa oggi su ogni cittadino per oltre 36.400 euro, un livello record mai raggiunto prima. E il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, alimenta la polemica via Twitter: «Povero Matteo Renzi, altra doccia fredda: nuovo record per debito pubblico Italiano. E adesso come la mettiamo?».

L’incremento del debito, segnala comunque Via Nazionale, è stato inferiore al fabbisogno del mese (18,6 miliardi), grazie all’effetto complessivo dell’emissione di titoli sopra la pari, dell’apprezzamento dell’euro e della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione (3,1 miliardi) e alla diminuzione di 0,2 miliardi delle disponibilità liquide del Tesoro (a fine marzo pari a 78,9 miliardi; 61,9 miliardi a fine marzo 2014).

Con riferimento ai sottosettori, il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 14,2 miliardi, quello delle Amministrazioni locali di 1,1 miliardi; il debito degli Enti di previdenza è rimasto sostanzialmente invariato.
Intanto, aumentano le entrate tributarie. Secondo quanto comunica la Banca d'Italia, sono state pari a 27,7 miliardi, +0,6% sullo stesso mese del 2014. Nel primo trimestre del 2015 le entrate ammontano a 85,7 miliardi, in linea con lo stesso trimestre del 2014.

 

Crescono i contratti a tempo indeterminato: +24%

ROMA. Aumentano i contratti stabili nel primo trimestre 2015: tra gennaio e marzo infatti sono state 470.785 le assunzioni a tempo indeterminato, il 24,1% in più, esattamente 91.277 contratti in più, rispetto al primo trimestre 2014. E' l'Inps, nell'Osservatorio sul precariato, a fotografare l'andamento del mercato del lavoro anche alla luce dell'entrata in vigore, a marzo, dell'esonero contributivo previsto dalla legge di Stabilità. Un incentivo fiscale che ha attivato oltre il 57% dei 115.316 assunzioni e trasformazioni a tempo indeterminato registrate a marzo.

 
Diminuiscono invece i contratti a termine che nel trimestre sono stati pari a 811.097, il 3,8% in meno, circa 32mila, rispetto al trimestre 2014. In calo anche le assunzioni in apprendistato che tra gennaio e marzo sono ammontate a 50.380, il 15,4% in meno, cioè oltre 9mila, se confrontate con quelle registrate nel primo trimestre dello scorso anno. Complessivamente dunque, registra l'Inps, le nuove assunzioni rispetto allo stesso periodo dell'anno, sommando gli aumenti e le diminuzioni registrati, ammontano a 49.972 , circa il 3,9% in più di quanto raggiunto nello stesso trimestre 2014. Le trasformazioni di contratti a termine o in apprendistato in tempo indeterminato sono ammontate, invece , complessivamente a 149 mila: circa il 5% in più (7 mila contratti circa) di quanto registrato nello stesso trimestre 2014. La quota di assunzioni con rapporti stabili dunque, passa dal 36,61% del primo trimestre 2014 al 41,84% del primo trimestre 2015. E in particolare, nel corso del mese di marzo, la quota di quelli stabili ha raggiunto il 48,2%.

Sempre relativamente all'esonero contributivo sono complessivamente 206.786 le assunzioni a tempo indeterminato nei primi tre mesi dell'anno ad usufruire dell'incentivo previsto dalla legge di stabilità a cui si sommano, sempre per il primo trimestre 2015, le circa 61.184 trasformazioni da contratti a termine in contratti a tempo indeterminato. Complessivamente dunque, si legge ancora nelle tabelle Inps, nel primo trimestre 2015 sono 267.970 i rapporti di lavoro che usufruiscono dell'esonero contributivo per un totale di risorse impegnate pari a 155 milioni di euro.

In calo invece le cessazioni. L'Inps, infatti, registra come nel trimestre gennaio-marzo 2015, le cessazioni di contratti a tempo indeterminato siano state 382.157, il -7,6% rispetto al primo trimestre del 2014, quando erano state 413.568.

Esulta il premier, Matteo Renzi che tocca con mano i primi effetti del Jobs Act. «I dati ufficiali Inps sul lavoro ci dicono che la strada da percorrere è ancora lunga, ma la macchina finalmente è ripartita», scrive su Facebook guardando avanti: «C’è ancora molto lavoro da fare. Ma grazie all'impegno di tutti e di ciascuno l'Italia ce la farà», conclude. Un ottimismo decisamente poco condiviso dai sindacati. Solo la Cisl plaude. «Il contratto a tempo indeterminato sta crescendo» dice il segretario confederale della Cisl, Gigi Petteni poco interessato «a partecipare al festival dell’occupazione aggiuntiva o sostitutiva: a noi stanno a cuore le condizioni dei lavoratori», spiega chiedendo a questo punto di «stabilizzare gli incentivi e la decontribuzione anche per il 2016».

È la Cgil ad attaccare: «Non ci troviamo di fronte ad una vera svolta, ma ad un grande regalo alle imprese e a meno diritti per i lavoratori», sintetizza Serena Sorrentino per la quale "non occorreva cancellare diritti per far aumentare il tempo indeterminato» chiedendo: «Basteranno i soldi e le imprese che beneficiano di questo ‘doping’ renderanno veramente stabili questi rapporti di lavoro? O finito l’incentivo torneranno a licenziare, visto che il governo non ha reso selettivi gli incentivi?», chiede. Critica anche l'Ugl. «L’unica cosa certa è che così nessuno può sentirsi stabilizzato, semmai più elegantemente e lungamente precario», dice il leader Paolo Capone mentre è decisamente perplessa la Uil. «Se i dati odierni sull’occupazione fossero confermati pure dall’Istat, anche noi ne saremmo contenti», ma questo percorso, dice il leader Carmelo Barbagallo, «è stato costruito con una riduzione delle tutele a carico degli stessi soggetti coinvolti» da reintegrare nella nuova stagione di rinnovi contrattuali.

Pensioni, in arrivo soluzione per fasce di reddito

ROMA. In settimana arriverà il decreto legge per sbloccare l'indicizzazione delle pensioni, calibrata sulle fasce di reddito. Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, annuncia che oggi informerà la Commissione europea, sulle iniziative allo studio del governo, per rispettare la sentenza della Corte costituzionale. Sul rimborso delle pensioni, assicura il titolare del dicastero di via XX settembre, arrivato a Bruxelles per l'eurogruppo, «si troverà una soluzione che sarà in armonia con i dettami della sentenza della Corte costituzionale e che rispetterà i parametri che stanno già nel Def».

 
Nel Documento economico-finanziario, che il governo italiano ha presentato all'esecutivo di Bruxelles entro la scadenza del 30 aprile scorso, «ci sono vari coefficienti fiscali che sono rilevanti ai fini del rispetto delle regole, cioè l'indebitamento, l'aggiustamento strutturale per l'Mto e la regola del debito», spiega Padoan a margine della riunione. «Sono descritti in modo dettagliato nel Def e noi contiamo di restare entro quei parametri». La Commissione Ue ha sottolineato che terrà conto solo delle informazioni a propria disposizione nell'elaborare le Raccomandazioni specifiche per Paese, che dovrebbero essere pubblicate mercoledì prossimo. Sulle misure che saranno contenute nel decreto legge, che il governo sta mettendo a punto, «informerò, come sempre faccio, i commissari preposti alla sorveglianza dei Paesi», spiega Padoan. «Conto di parlare brevemente» sia con Pierre Moscovici, responsabile degli Affari economici, che con Valdis Dombrovskis, vice presidente dell'esecutivo Ue con delega all'Euro.

Negozi, bar, ristoranti: a Napoli l'80% non emette scontrino

ROMA. Negozi, bar e ristoranti. Ma anche alberghi e bed & brakfast. In Italia l'evasione da mancata emissione di scontrini e fatture fiscali resta alta, con almeno la metà degli acquisti e dei conti degli italiani che viene saldata in maniera irregolare. È quanto emerge da un'indagine dell'Adnkronos, effettuata con la collaborazione di diverse associazioni di categoria e dei consumatori sul territorio: in media, un esercizio su due, il 51% secondo la rilevazione, non fa scontrini o li fa irregolari. Tanto che il Governo è corso ai ripari e lo scontrino, dal 2017, andrà in pensione.

Il fenomeno, diffuso in tutta Italia, assume proporzioni diverse da regione a regione. Si raggiungono punte vicine all'evasione totale in diverse città del Sud: a Napoli lo scontrino non esiste nell'80% dei casi; a Bari si arriva al 65%. Ma anche a Roma si sfiora il 60% di ricevute fiscali irregolari. Va relativamente meglio al Nord: Genova si conferma la città a più alto tasso di lealtà fiscale, con una quota di evasione intorno al 20%; Milano e Torino raggiungono il 40%. In un mese di monitoraggio, dal 1 aprile al 1 maggio 2015, viene tratteggiata la geografia dell'evasione fiscale quotidiana, quella che nasce da piccoli importi ma che accumula cifre consistenti su tutto il territorio nazionale. Dai conti della pizzeria appuntanti sul bordo di una tovaglia di carta, al classico cornetto e cappuccino pagato direttamente al bancone del bar. Passando per piccoli alberghi e bed & breakfast che non rilasciano la ricevuta fiscale per il pernottamento. Fino ai macellai, ai fruttivendoli e agli alimentari che tengono spento il registratore di cassa.

I CONTROLLI. Anche i controlli della Guardia di Finanza certificano un'evasione diffusa: nel 32,5% dei casi analizzati nel 2014 le Fiamme Gialle hanno riscontrato irregolarità. E, anche in questo caso, emergono differenze a livello territoriale. Lazio. A Roma e provincia su 16.785 controlli 'strumentali' effettuati lo scorso anno ben 10.060, (pari al 62,82% del totale), sono risultati irregolari. Piemonte. I controlli hanno evidenziato una percentuale di mancata emissione del 31,3 per cento su oltre 31mila verifiche. Friuli Venezia Giulia. Sui 25mila controlli sul rilascio degli scontrini e sulle ricevute fiscali sono state scoperte irregolarità pari al 26 per cento. Lombardia. Su 45.400 controlli riguardanti l'emissione di scontrini e ricevute fiscali, 15.165 sono stati irregolari pari al 33% del totale. Abbruzzo. Circa 7.000 sono stati i controlli sul corretto rilascio degli scontrini e delle ricevute fiscali e 2.200 i soggetti verbalizzati per il mancato rilascio della certificazione fiscale pari al 32% dei controlli. Val d'Aosta. La percentuale di irregolarità è del 23,92%, su 2.902 verifiche.

LE SANZIONI. Nei casi di mancata emissione dello scontrino o della ricevuta è prevista una specifica sanzione solo per il commerciante e non in capo al cliente. La Guardia di Finanza, nel più ampio contesto della lotta all'evasione fiscale, si avvale dei poteri conferiti dalla legge per contrastare tutti quei comportamenti non conformi alle regole imposte dal legislatore (mancato rilascio, emissione irregolare).

IL RUOLO DEL CLIENTE. È buona prassi che il cliente chieda sempre l'emissione del regolare documento fiscale. Oltre a richiedere il documento a fronte del pagamento effettuato, dovrebbe controllare anche l'esattezza dei dati fiscali riportati su tali documenti. Importante è verificare che l'importo corrisposto sia lo stesso riportato sul documento fiscale.

QUANDO NON SERVE. Esistono operazioni per le quali è previsto l'esonero dell'emissione dello scontrino o della ricevuta fiscale, quali, ad esempio, le cessioni di tabacchi, di carburanti per l'autotrazione, di giornali e beni mediante distributori automatici funzionanti a gettone o a moneta. Altri casi di esonero del rilascio dello scontrino o della ricevuta sono previsti per i conducenti di taxi (i quali, tuttavia, in caso di specifica richiesta del cliente, sono tenuti al rilascio della fattura) e per altre attività considerate minori (ciabattini, ombrellai ed arrotini).

La Cgia: solo tre Regioni hanno aumentato l'Irpef

ROMA. Nel 2015 la stragrande maggioranza dei Governatori italiani ha deciso di non aumentare l’addizionale regionale Irpef. Rispetto allo scorso anno, in 13 regioni la situazione è rimasta inalterata, in due, Calabria e Molise, le aliquote sono addirittura diminuite e in altre tre, Emilia Romagna; Lombardia e Provincia Autonoma di Trento, il ritocco è stato leggerissimo. Solo in tre territori – Lazio, Liguria e Piemonte – gli aumenti sono abbastanza consistenti, soprattutto per i contribuenti con redditi che superano i 35.000 euro. L’analisi è stata effettuata dall’Ufficio studi della Cgia. L’anno di riferimento di questa elaborazione è quello di competenza: pertanto, il pagamento effettivo avverrà l’anno successivo: nello specifico, l’importo delle addizionali regionali Irpef del 2014 viene versato quest’anno e quello di competenza per l’anno in corso nel 2016.

Sottolinea il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi: «Va segnalato che la quasi totalità delle regioni ha deciso di non aumentare l’aliquota fino al livello massimo. Dal 2015, infatti, i governatori hanno la possibilità di elevarla sino al 3,33 per cento: opzione che è stata sfruttata solo dal Piemonte, per i redditi oltre i 75.000 euro, e dal Lazio. Ricordo, inoltre, che la legge di Stabilità ha tagliato 3,5 miliardi di euro di trasferimenti alle regioni a statuto ordinario. Nonostante ciò, non aver agito sulla leva fiscale dimostra che la stragrande maggioranza dei Presidenti ha operato con un grande senso si responsabilità nei confronti dei propri residenti».

Le regioni che hanno aumentato le addizionali Irpef sono Lazio, Liguria e Piemonte; quelle che che hanno ritoccato leggermente le addizionali Irpef Emilia Romagna; Lombardia e Provincia Autonoma di Trento. Le regioni che hanno diminuito le addizionali Irpef sono Calabria e Molise; quelle che non hanno modificato le addizionali Irpef Abruzzo; Basilicata; Campania; Friuli Venezia Giulia; Marche; Provincia Autonoma di Bolzano; Puglia; Sardegna; Sicilia; Toscana; Umbria; Valle d’Aosta; Veneto. Alcune regioni sono state obbligate per legge a ritoccare le aliquote. Per differenziare le aliquote delle addizionali, da quest’anno i Governatori hanno l’obbligo di fare riferimento ai medesimi scaglioni di reddito Irpef. Di conseguenza, l’Emilia Romagna, la Liguria e la Lombardia hanno dovuto modificare il meccanismo di differenziazione vigente sino al 2014.

Calabria e Molise, invece, hanno ridotto l’imposta: a differenza dell’anno scorso, nel 2015 non hanno applicato la maggiorazione dello 0,3 per cento prevista per legge per le regioni che sono sottoposte ai piani di rientro a causa del deficit sanitario.

Finalmente riparte la produzione

ROMA. Indicatori in crescita a marzo per la produzione industriale: +0,4% rispetto a febbraio e +1,5% sullo stesso mese del 2014. Lo comunica l'Istat segnalando come nella media del trimestre gennaio-marzo 2015 la produzione è aumentata dello 0,3% rispetto al trimestre precedente ma è diminuita dello 0,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’indice destagionalizzato - sottolinea l'istituto - presenta su febbraio variazioni positive nei raggruppamenti dei beni di consumo (+1,4%) e dei beni intermedi (+0,3%); diminuiscono invece i beni strumentali (-0,2%) e l’energia (-0,1%). Sul marzo 2014 gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano aumenti nei comparti dell’energia (+4,8%), dei beni di consumo (+3,5%) e, in misura più lieve, dei beni strumentali (+1,4%); segnano invece una diminuzione i beni intermedi (-2,0%). Per quanto riguarda i settori di attività economica, a marzo i comparti con la maggiore crescita sullo stesso mese del 2014 sono quelli della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+22,2%), della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+15,9%) e della fabbricazione di mezzi di trasporto (+13,2%). Le diminuzioni maggiori si registrano nei settori dell’attività estrattiva (-9,4%), dell’industria del legno, della carta e stampa (-5,9%) e della fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (-5,1%).

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