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Sostenere che sia barbarie la diffusione d'intercettazioni telefoniche relative alla vita privata di persone non indagate – ma ad un tempo uomini pubblici – è forse eccessivo. Ma certamente è manifestazione di un'ansia sanzionatoria primitiva per una società che tanto si profonde sul piano formale di garanzie giuridiche e processuali. È vero: all'ex ministro Maurizio Lupi l'hanno fatto nero. Mettendo in piazza miserie personali, culturali, familiari, morali, che almeno per ora avrebbero dovuto rimaner coperte dal segreto istruttorio, tanto più che la Procura investigante ha ritenuto – una sua opinabile scelta – di non indagarlo. Ma a crocifiggerlo c'è ben riuscita. Paradossi. Epperò, non ci si può fermare al dato più immediato: che cioè delle intercettazioni si faccia palese abuso. Perché ogni abuso ha una ragione, normalmente è una reazione: e se oggi nemmeno è più necessario l'avviso di garanzia perché un politico veda distrutta – non senza senza buon fondamento, peraltro – la propria immagine pubblica, probabilmente qualche motivo ci sarà. Nel nostro Paese, sotto le spoglie d'un formalistico ed idealistico garantismo – ognuno è innocente sino all'ultimo grado di giudizio – per anni s'è consentito ad autentici malfattori o inveterati interpreti d'una gestione amorale ed asociale della cosa pubblica, di continuare ad essere decisori determinanti del nostro futuro. Tutti quei correttivi – propri delle democrazie avanzate – utili ad impedire che le deviazioni avanzino indisturbate, non han funzionato e non funzionano tuttora, cosicché l'unica misura appropriata resta il randello del gendarme indirizzato dal giudice e dal codice penale: vale a dire che da noi la misura estrema è anche l'unica. Cerco d'esser concreto e d'esemplificare. Nel maggio del 2010, l'ingegner Ercole Incalza, temuto capo della struttura tecnica di missione del Ministero delle infrastrutture, ed architrave da tempo delle grandi opere pubbliche del Paese (con all'attivo una quindicina d'esperienze da imputato ed indagato, sempre assolto o prescritto) presentò le sue dimissioni dall'incarico – non di dirigente generale del Ministero, con rischio d'indigenza, ma semplicemente da quella missione delicatissima – nelle mani del ministro Altero Matteoli. Quest'ultimo semplicemente le respinse. La ragione di quelle doverosissime dimissioni era appena che la figliola dell'ingegner Incalza aveva ottenuto in grazioso dono un contributo di circa 850mila euro per mani dell'architetto Zampolini, indirizzato a ciò dall'imprenditore Diego Anemone, in occasione dell'acquisto d'un prestigioso immobile nei dintorni di piazza del Popolo a Roma. L'allora ministro sostenne di non veder ragioni per accettare il nobile gesto del suo dirigente. E fin qui siamo dell'area dell'esercizio deviato del potere, dunque in un ambito omogeneo a quello del dr. Incalza. Ma ricordo come foss'oggi – perché restai letteralmente basito – che il Corriere della sera, primo quotidiano non sportivo nazionale, dedicò alla notizia un semplice trafiletto, riservando il titolo di prima pagina a non ricordo qual amenità. La vicenda sugli altri giornali fu, appena e non sempre riferita. Ed il punto è tutto in questo: in una democrazia dove la fucina della pubblica opinione si distrae nei momenti essenziali e tratta come notizie d'agenzia momenti fatali, vengono meno quei correttivi diffusi agli abusi del potere che sono l'anima dei delicatissimi sistemi rappresentativi. S'avrà un bel da fare ad occuparsi dei vitalizi dei parlamentari o degli abusi dei consiglieri regionali: per carità, cose giuste, ma non è lì il problema della corruzione, quella veramente che annichilisce le istituzioni. Il problema è dove s'esercita per davvero il potere amministrativo. La vicenda Lupi ha messo in scena i veri problemi italiani nella gestione della spesa pubblica: ministri che nulla sanno, letteralmente nelle mani d'alti burocrati che tutto governano in assenza di responsabilità e trasparenza; familismi deteriori, reti occulte di potere che si ammantano d'alti valori morali e religiosi; intrecci, sempre i medesimi, che incrociano consuete consorterie civili ed ecclesiastiche; imprese prive d'ogni senso di responsabilità e sempre pronte a far da spalla pur di conseguire vantaggi indebiti; strumentalizzazione della funzione politica al puro favoritismo per i sodali, che poi sapranno come e quando restituire la cortesia. Se tutto ciò non è sottoposto al controllo, serio della pubblica opinione, ma è lasciato all'opera della burocrazia giudiziaria, la comunità non crescerà mai, non maturerà mai le categorie della socialità e rubricherà il tutto come l'ennesima pratica giudiziaria che prima o poi verrà archiviata, in rassegnata attesa della prossima. Salvo poi a nutrire deleteri ed inconcludenti sentimenti giacobini e populisti, che fanno d'ogni erba un fascio e che, non distinguendo, nemmeno sanno appropriatamente come reagire. La democrazia non è uno scherzo per ragazzi, ne un divertissement per abili pennivendoli ma richiede senso vero di responsabilità diffusa e molti luoghi d'indipendenza, che da noi evidentemente latitanti, culturalmente e concretamente.